A.C.S. - Aiuto alla Chiesa che Soffre - Segretariato Italiano

all'indice del Rapporto 2000

La libertà religiosa nel mondo
Rapporto 2000


Armenia

POPOLAZIONE: 3.536.000
SUPERFICIE: 29.743 kmq
RELIGIONE: Cristiani: 90%
Numero cattolici: 147.000


Il 90 per cento della popolazione nominalmente appartiene alla Chiesa Apostolica Armena, e, anche se l’osservanza religiosa è diminuita fortemente in seguito agli anni di dominazione sovietica, per molti cittadini la religione cristiana continua a essere un tratto caratterizzante dell’identità nazionale. Tale sentimento di appartenenza si è rafforzato negli anni scorsi anche in seguito alla guerra per il controllo della Repubblica auto-proclamata del Nagorno-Karabakh, durante la quale Armenia e Azer-baijan hanno espulso, rispettivamente, le minoranze musulmane azere e cristiane armene presenti nei rispettivi Paesi.

La legge sulla libertà di coscienza del 1991, poi emendata nel 1997, pur stabilendo la separazione tra Stato e Chiesa, riconosce la Chiesa apostolica armena come Chiesa di Stato. Con un decreto presidenziale è stato istituito nel 1993 il Consiglio per gli affari religiosi, con il compito di controllare le attività dei rappresentanti delle organizzazioni religiose registrate e di proibire lo svolgimento di attività missionarie.

La Chiesa apostolica armena non è soggetta ad alcuna restrizione delle sue attività, diversamente dalle altre religioni, alle quali è vietato fare proselitismo (anche se questo termine non viene definito in modo preciso dalla legge).

Il rapporto 2000 di Human Rights Watch riferisce di un clima di terrore, vissuto dalle minoranze religiose sul territorio nazionale, che avrebbe impedito ad alcuni gruppi di avanzare richiesta formale di registrazione per timore di ritorsioni violente, come già accaduto nel 1995 ai membri di dodici confessioni non legate alla Chiesa apostolica armena.

Tutte le altre religioni devono avere il permesso del Consiglio per intraprendere attività religiose in luoghi pubblici, oltre che per i viaggi all’estero dei loro appartenenti e per invitare nel Paese ospiti stranieri. È inoltre proibito alle confessioni che hanno origine straniera ricevere finanziamenti dall’estero. La legge del 1997 ha reso più restrittivi i requisiti necessari per la registrazione (senza la quale non è possibile pubblicare giornali o riviste, affittare luoghi per gli incontri, trasmettere programmi televisivi o radiofonici), poiché il numero minimo di membri adulti richiesto è passato da 50 a 200. I gruppi registrati sono 48, ma non tutte le associazioni riconosciute prima della legge del 1997 hanno riottenuto la registrazione, tra questi gli Hare Krishna – i quali, a causa della mancanza del numero di membri richiesto, non ne hanno fatto domanda – e i Testimoni di Geova, cui è stata negata nuovamente la registrazione. Prima del 1997, la motivazione del diniego faceva riferimento al loro rifiuto di prestare il servizio militare, ora il Consiglio l’ha motivata sostenendo che l’attività di proselitismo illegale è parte integrante dell’attività del gruppo.

Secondo il rapporto sulla libertà religiosa del Dipartimento di Stato statunitense del 1999 si registrano alcune discriminazioni sociali, soprattutto sul posto di lavoro, subite da aderenti a movimenti religiosi di origine straniera e si verificano varie difficoltà per i Testimoni di Geova, alcuni dei quali sono in carcere o in libertà vigilata con l’accusa di renitenza all’obbligo di leva: anche se è prevista un’alternativa al servizio militare, cioè l’insegnamento in villaggi sperduti sul territorio nazionale, tale diritto non è concesso ai Testimoni di Geova. «Keston News Service» del 10 agosto 1999 riporta che sono nove i Testimoni di Geova tuttora imprigionati per aver rifiutato di adempiere al servizio militare. Non esistendo una apposita legge, in Armenia coloro che fanno obiezione di coscienza sono giudicati sulla base delle norme previste dal codice penale, in particolare sulla base degli articoli 75, 255 e 275, che puniscono la diserzione.

Nei confronti delle minoranze islamiche vi è discriminazione: non ci sono luoghi di preghiera operanti nel Paese, tranne l’antica moschea di Yerevan, aperta al culto, di recente restaurata con finanziamenti iraniani.