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all'indice del Rapporto 2000

La libertà religiosa nel mondo
Rapporto 2000


Bielorussia

POPOLAZIONE: 10.315.000
SUPERFICIE: 207.600 kmq
RELIGIONE: Ortodossi: 32%; Cattolici: 18%
Numero cattolici: 1.090.000


Posta tra la Polonia e la Russia, la Bielorussia è stata area di interazione, nonché di competizione e conflitto, tra la Chiesa russa ortodossa e la Chiesa cattolica.

L’articolo 16 della Costituzione emendata nel 1996, mentre riafferma l’uguaglianza delle religioni di fronte alla legge, dispone altresì, in modo ambiguo, che la cooperazione tra lo Stato e le organizzazioni religiose «è regolata con riguardo all’influenza sulla formazione delle tradizioni spirituali, culturali e nazionali del popolo bielorusso». Fin dalla sua elezione, il Presidente Lukashenko, con la sua politica filo-russa, ha favorito ampiamente la Chiesa ortodossa – anche allo scopo di rafforzare l’unità slava della regione –, alla quale sono stati concessi molti vantaggi e sussidi economici. Riferisce il rapporto sulla libertà religiosa del Dipartimento di Stato statunitense del 1999 che Lukashenko ha definito la conservazione e lo sviluppo del cristianesimo ortodosso una «necessità morale».

La Commissione statale sugli Affari religiosi e nazionali ha dichiarato che sono 26 le confessioni religiose ufficialmente riconosciute, ma non tutte sono state registrate come religioni, requisito, questo, necessario per aprire chiese e praticare liberamente il culto. Senza registrazione non è possibile affittare o acquistare luoghi che possano servire per la preghiera comune. Stando a quanto riferisce il rapporto sulla libertà religiosa del Dipartimento di Stato statunitense del 1999, alcuni incontri religiosi, tenuti pacificamente in case private, sono stati interrotti dall’intervento della polizia. La registrazione è stata negata ad alcune religioni considerate “non tradizionali” e a tutte quelle considerate “sette”. In una conferenza organizzata dalla Chiesa ortodossa e dall’Assemblea Nazionale del Presidente Lukashenko si è discusso della necessità di introdurre appropriate misure legislative per combattere le “sette distruttive” che operano illegalmente nel Paese. Aderire a una religione “non tradizionale”, soprattutto se non riconosciuta, può essere causa, per gli impiegati statali, di ostacoli lungo la carriera lavorativa.

Nel 1989 la Bielorussia è stata dichiarata Esarcato della Chiesa Ortodossa russa, ed è nata, quindi, la Chiesa ortodossa bielorussa: il suo Patriarca, Fileto, in una conferenza tenutasi a Minsk nell’aprile scorso, ha dichiarato – riferisce sempre il rapporto sulla libertà religiosa del Dipartimento di Stato statunitense del 1999 – di essere disposto a cooperare soltanto con quelle confessioni religiose storicamente radicate nel Paese, e di essere contro «l’invasione di quelle religioni straniere che corrompono gli animi».

I cattolici, il secondo gruppo del Paese, sono storicamente associati con la comunità di origine polacca. Molti risiedono, infatti, nella zona occidentale del Paese, vicino al confine con la Polonia. Il cardinale Swiatek, conscio del rischio di essere considerati una Chiesa “straniera”, e quindi una minaccia politica, ha proibito l’uso di simboli nazionali polacchi nelle chiese, e incoraggiato quello di simboli bielorussi. La Chiesa cattolica, riferisce il rapporto sulla libertà religiosa del Dipartimento di Stato statunitense del 1999, ha avuto qualche difficoltà a ottenere permessi di soggiorno dal governo per un certo numero di preti per far fronte alla scarsità di clero locale. Il governo di Lukashenko ha concesso il permesso per l’apertura di un seminario, facendo però presente che, in seguito a tale evento, ai preti stranieri non sarebbe più stato permesso di operare nel Paese.

Sembra che sia i leader della Chiesa ortodossa sia le autorità statali si oppongano vigorosamente ai tentativi di costituzione della Chiesa ortodossa autocefala bielorussa. Uno dei suoi esponenti, padre Yan Spasyuk, ha accusato l’Esarcato della Bielorussia di aver fatto pressioni affinché la sua parrocchia nel villaggio di Pogranichny, che attende dal 1998, non venisse registrata: lo riferisce «Keston News Service» del 24 novembre 1999. La stessa agenzia del 10 dicembre successivo riferisce le affermazioni di alcuni ufficiali della Commissione statale per gli affari etici e religiosi di Minsk, secondo i quali la natura “distruttiva” del gruppo è stata la ragione del diniego della registrazione. Il 7 novembre la polizia ha fatto irruzione nella casa privata in cui il prete e i suoi fedeli stavano pregando, chiedendo che il rito fosse interrotto perché la Chiesa non era registrata presso le locali autorità. Padre Spasyuk – che ha abbandonato la Chiesa ortodossa russa dopo alcuni conflitti sorti con i suoi leader e che è stato da questa accusato di aver compiuto reati finanziari – ha denunciato: «Illegalità, impunità e irresponsabilità, che di questi tempi crescono vigorosamente in Bielorussia, portano la gente a pensare che la Costituzione garantisca i diritti soltanto alle élite dominanti». Nessuna comunità della Chiesa ortodossa autocefala bielorussa fino a oggi è stata riconosciuta, ma non si sa quante volte ne abbiano fatto richiesta. Oltre a quella di padre Spasyuk, anche la comunità guidata da Petro Hushcha, nel villaggio di Siomkav Haradok, aveva cercato di registrarsi nel 1998, ma era stata bloccata dalle autorità. Monsignor Hushcha è stato poi arrestato nel marzo dello stesso anno, con l’accusa di “atteggiamento distruttivo” e condannato a tre anni di detenzione, in stretto regime di lavori forzati: per evitare il carcere, si è nascosto dopo la condanna e ora è ricercato dai servizi segreti. Vi è tuttavia la convinzione diffusa che le accuse siano state fabbricate appositamente per impedire il suo lavoro all’interno della Chiesa ortodossa autocefala.

Secondo il rapporto sulla libertà religiosa del Dipartimento di Stato statunitense del 1999, c’è stato un deterioramento, nell’ultimo anno, del rispetto della libertà religiosa. Oltre a una generale applicazione più severa delle leggi in materia, sono state approvate dal Consiglio dei Ministri, nel febbraio 1999, alcune norme restrittive sulle attività di preti stranieri e degli operatori religiosi, per proteggere la Chiesa ortodossa e prevenire la crescita delle religioni evangeliche. In base al nuovo decreto, i missionari stranieri possono essere soltanto religiosi (non laici o donne) e non possono operare al di fuori delle istituzioni che li hanno invitati, pena l’espulsione. I visti per “attività spirituali”, della durata di un anno, sono talvolta difficili da ottenere, anche per membri di religioni registrate.

Il governo sembra mantenere buone relazioni con i leader della comunità ebraica. Dopo l’incendio che ha colpito l’11 aprile 1999 la principale sinagoga di Minsk, la Commissione dello Stato sugli Affari Religiosi e Nazionali ha concordato con il capo dell’Unione delle Organizzazioni ebraiche bielorusse un piano per combattere l’antisemitismo. Nel giugno scorso, la Commissione Statale sulla Stampa ha mandato un monito ufficiale al giornale locale «Lichnost», per i suoi articoli contro gli ebrei. Molti ebrei, riferisce il rapporto sulla libertà religiosa del Dipartimento di Stato statunitense del 1999, temono che l’avvicinamento del governo di Lukashenko alla Russia possa essere accompagnato da una crescita dell’antisemitismo, tanto più che l’appello del presidente per una “solidarietà slava” è stato raccolto dalle organizzazioni antisemite russe, per esempio l’Unità Nazionale Russa, le cui pubblicazioni sono distribuite in vari luoghi pubblici della città di Minsk.

La restituzione delle proprietà confiscate alle varie Chiese durante i periodi nazionalsocialista e socialcomunista rimane lenta e problematica, soprattutto a causa della mancanza di riferimenti legali. La Chiesa Ortodossa sembra essere quella che ha raggiunto i maggiori successi nel processo di restituzione.