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A.C.S. - Aiuto alla Chiesa che Soffre - Segretariato Italiano |
La libertà
religiosa nel mondo |
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Indonesia POPOLAZIONE:
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La Costituzione si astiene dal riconoscere uno statuto costituzionale allislam, ma non stabilisce nemmeno la secolarità dello Stato, pur ammettendo la libertà di convinzione. La legge n. 1/1965 stabilisce che il governo «abbraccia» lislam, il protestantesimo, il cattolicesimo, il buddhismo, linduismo e il confucianesimo, ma non sono proibiti nemmeno lebraismo, lo zoroastrismo, lo shintoismo e il taoismo. Inoltre è permessa la pratica della religione sikh e delle credenze mistiche e tradizionali di Aliran Kepercayaan. Nel novembre 1998, è stata adottata dallAssemblea consultiva una nuova Carta dei diritti delluomo, tendente a garantire a ognuno il diritto di praticare la propria religione senza specificazioni ulteriori. «Asia news» del dicembre 1999 afferma che le linee guida per il quinquennio 1999-2004, recentemente approvate dallAssemblea nazionale, sono migliorative rispetto a quelle dellepoca Suharto anche in campo religioso, anche se il gesuita padre Joseph Drost, interpellato dalla stessa agenzia, pur dicendosi favorevole al nuovo corso, considera importante la loro concreta applicazione con decreti effettivi per poterne registrare lesito nella realtà. La dottrina del regime da quanto emerge in unintervista al vescovo cattolico mons. Carlos Ximenes Belo, amministratore apostolico di Dili, rilasciata allagenzia «Fides» del 17 settembre 1999 è in teoria la Pancasila, che sostiene larmonia tra le religioni della nazione. Eppure, in pratica, sosteneva lo stesso prelato, «vi sono metodi feroci e repressivi». Camille Eid, su «Avvenire» del 26 settembre successivo, definisce la Pancasila come dottrina fondata su cinque pilastri: il credo in ununica divinità, umanesimo, nazionalismo, sentimento popolare e giustizia sociale. Vi sono limitazioni giuridiche allingresso di missionari stranieri nel Paese e leggi che regolano, spesso ostacolandola, la costruzione di luoghi di culto. Il 27 aprile 1999, riporta «Asia news» di agosto-settembre 1999, il ministro dellIstruzione e della cultura, Juwono Sudarsono, ha concesso alle scuole cristiane della provincia di Yogyakarta di continuare la prassi degli esami di religione cristiana anche per gli studenti di altre religioni. Il provvedimento ribalta una precedente normativa, che ordinava alle scuole private di organizzare gli esami di religione in base alla confessione degli studenti. Allorigine dellinversione di rotta di Sudarsono, cè la protesta scritta dei rappresentanti delle scuole cristiane: la normativa proposta andava contro il decreto governativo del 1992, secondo il quale le scuole gestite da ordini religiosi potevano insegnare la propria religione a tutti gli studenti. In Indonesia convivono bellicosamente 300 razze e decine di religioni diverse, anche se gran parte della popolazione è di fede islamica. In aprile, riferisce lagenzia di stampa «Zenit» del 27 settembre, in rappresaglia allattacco contro la moschea Istiqlal di Giacarta, prontamente condannato dalla gerarchia cattolica, una folla inferocita ha attaccato con bombe molotov la chiesa di Ujung Pandang, nella provincia di Sulawesi Sud, a 1.400 chilometri dalla capitale. Tensioni interetniche e interconfessionali sono allordine del giorno e hanno portato alla chiusura di alcune chiese, tra i mesi di marzo e di maggio, dopo un invito a sospendere le funzioni religiose, rivolto il 28 febbraio 1999 al reverendo Maxie Rumagit, pastore della chiesa protestante di Minshasa, a sud della capitale indonesiana, da un gruppo di musulmani accompagnati da funzionari governativi del distretto. Il governo ha inoltre ordinato la chiusura delle chiese appellandosi afferma lagenzia «Asia news» del giugno-luglio 1999 a un articolo del decreto ministeriale del 1969 che regola la costruzione di luoghi di culto. Il Rapporto sulla libertà religiosa del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, del 1999, riferisce di gravi incidenti a sfondo religioso nel Kalimantan (Borneo) occidentale durante i primi mesi dellanno. In questa atmosfera di intolleranza si inseriscono anche i gravissimi e ripetuti fatti di sangue accaduti a Timor Est, soprattutto allindomani della consultazione popolare del 30 agosto 1999, attraverso la quale la stragrande maggioranza della popolazione ha scelto lindipendenza da Giakarta. Le avvisaglie di quanto stava accadendo si erano intraviste già allinizio dellanno. Si erano segnalati episodi di intolleranza particolarmente, riferisce «Asia news» del giugno-luglio 1999, nei riguardi di mons. Belo, oggetto di un agguato avvenuto mentre andava a ricordare le 25 vittime di un massacro avvenuto il 6 aprile 1999. Altre imboscate, riporta la stessa fonte, erano state tese anche a un gruppo di monache carmelitane il 22 marzo precedente e di nuovo pochi giorni dopo, da truppe paramilitari. Si contano inoltre numerosi assalti a parrocchie e azioni terroristiche, come riporta «Droits de lHomme Sans Frontières» del 14 ottobre 1999. «Avvenire» del 27 novembre 1999 riferisce che documenti dei servizi segreti australiani fornirebbero unulteriore prova dei legami tra il generale Wiranto, allora capo delle forze armate indonesiane, e le milizie che compivano massacri. Il quotidiano, citando il settimanale «The Bulletin», riporta che il generale Wiranto avrebbe orchestrato la campagna di terrore nel territorio per creare «unatmosfera politica tale da giustificare un maggiore ruolo dei generali e persino un colpo di stato militare» a Giakarta. «Per la stabilità del Paese e affinché Wiranto possa avere uninchiesta equa e potersi difendere al meglio», il presidente indonesiano Wahid il 14 febbraio 2000 come riporta «Il Sole-24ore» del giorno successivo ha rimosso dal suo incarico il generale, sotto inchiesta giudiziaria per le atrocità commesse dalle milizie pro-Giakarta. Prima del 20 settembre 1999, quando a Dili interviene una forza di pace delle Nazioni Unite, perdono la vita 5 persone il 26 agosto, altre 35 il 5 settembre, 30 il giorno successivo durante un assalto della milizia Aitarak contro la residenza del vescovo Belo, mentre il giorno 7, in un assalto al centro diocesano di Baucau, muoiono più di 100 persone. Ma il numero totale è ben più alto: nostre fonti indicano una cifra oscillante tra le decine di migliaia. Mons. Belo, in unintervista al quotidiano spagnolo «El Pais» ripresa dal sito internet di «Aiuto alla Chiesa che soffre» in Francia, parla di 200mila vittime dallinizio delloccupazione indonesiana. «The Catholic World Report» del novembre 1999 stima in circa 250mila i profughi. Tra le vittime, suor Erminia Cazzaniga e suor Celeste de Carvalho Pinto, entrambe canossiane, due seminaristi e un gruppo di volontari cattolici, assassinati da bande armate. A loro si aggiungono i sacerdoti cattolici don Hilario Madeira, don Francisco Tavares dos Reis e padre Tarcisius Dewanto, superiore della Compagnia di Gesù, uccisi il 6 settembre e rinvenuti in una fossa comune lungo la spiaggia di Oeluli, vicino a Timor Est, insieme ad altri 23 cadaveri, il 25 novembre 1999. Lelenco dei morti prosegue con il direttore della Caritas di Timor Est, p. Francisco Barreto e il gesuita p. Karl Albrecht, responsabile del Jesuit Refugee Service di Timor Est, assassinati rispettivamente il 9 e l11 settembre. Il 13 settembre, anche il leader della chiesa protestante di Timor Est, Francisco de Vasconcelos Ximenes è stato ucciso con un colpo alla testa a Manatuto. Le Chiese cristiane indonesiane hanno chiesto linvio di una forza di pace nelle Molucche per porre fine ai massacri iniziati nel gennaio 1999 e che in un anno hanno causato, secondo l«Associated Press» del 13 gennaio 2000, la morte di circa 2mila persone. «Christian Solidarity Worldwide» del dicembre 1999 parla inoltre di 520 feriti e 95.228 profughi, oltre che di 50 villaggi bruciati nel corso dei disordini. Secondo l«Associated Press» del 13 gennaio 2000 in quello stesso giorno circa 200 musulmani hanno dimostrato per le strade chiedendo di porre fine ai massacri nelle Molucche, ma altre manifestazioni, secondo la stessa fonte del 17 gennaio, chiedono la «guerra santa» contro i cristiani e vedono la partecipazione di esponenti della maggioranza di governo, come Amien Rais, presidente del Partito del mandato nazionale e alleato chiave del presidente Wahid. Intanto, si sono verificati violenze e incendi di chiese anche nellisola di Lombok, dove, riferisce «Avvenire» del 20 gennaio 2000, sono stati eretti blocchi stradali da parte di musulmani per impedire ai cristiani di fuggire alle violenze e di rifugiarsi a Bali. A Makassar, capoluogo delle Sulawesi meridionali, secondo la stessa fonte, centinaia di musulmani hanno istituito posti di blocco per controllare i documenti e verificare il passaggio di cristiani. Nonostante il presidente della Repubblica, Abdurrahman Wahid leader fra laltro del gruppo musulmano moderato Nahdlatul Ulama -, nel discorso tenuto in occasione del Natale, abbia detto che si tratta di una festa di pace e tolleranza che riguarda anche i musulmani, il capo dello Stato è considerato troppo debole, in questo momento, poiché per il missionario saveriano padre Silvano Laurenzi, intervistato da «Avvenire» il 29 dicembre «non ha ancora il potere necessario per contrastare i militari». Quello che sta avvenendo ad Ambon, capoluogo della provincia delle Molucche, nel sud del Paese, secondo la «Comunione delle Chiese indonesiane» è paragonabile a un vero genocidio per il quale lesercito e la polizia avrebbero gravi responsabilità. Tra le cause dei disordini, vi sarebbe da annoverare anche la politica posta in atto in passato dal governo di Giakarta, che ha favorito limmigrazione musulmana in regioni popolate per la maggior parte da cattolici. Lattuale presidente indonesiano, tuttavia, ha affermato, come riporta lagenzia «Fides» del 10 dicembre 1999, che il suo governo promuove il dialogo interreligioso attraverso unagenzia governativa, che organizza ogni mese incontri in moschee, chiese, templi e che questa sarà la linea politica per stemperare il conflitto molucchese. Il 16 maggio 1999, «Il Sole-24ore» riportava dichiarazioni di Wahid, non ancora eletto presidente della Repubblica, secondo il quale «lesperienza di Libia, Sudan, Arabia Saudita deve servirci da lezione. In quei paesi leliminazione delle barriere tra Stato e religione ha prodotto società antidemocratiche. Una nazione moderna deve essere costruita su principi universali validi per tutti i cittadini e non solo per un gruppo. Lo Stato indonesiano è e sarà di tutti, non solo dei musulmani». Non appena eletto, riporta «Asia news» di dicembre 1999, il capo dello Stato ha criticato il ministero degli Affari religiosi in quanto servirebbe solo lislam. Viene avanzata anche lipotesi che le violenze facciano parte di un piano predisposto dai militari per prendere il controllo di alcune parti del Paese. Il rifiuto del presidente di applicare la legge marziale avrebbe generato nellesercito uno scontento generale tanto da far presupporre la possibilità di un colpo di Stato, anche in seguito alle dichiarazioni di Wahid che ha indicato allorigine degli scontri tra cristiani e musulmani nelle Molucche, militari e politici ancora legati allex presidente Suharto. Secondo «Avvenire» del 21 gennaio 2000, a Matamar, capitale dellisola di Lombok, «i gruppi islamici responsabili delle violenze sono in possesso delle liste delle proprietà di cristiani e cinesi, che stanno sistematicamente distruggendo». A mantenere alta la tensione, vi è attualmente anche la richiesta di indipendenza dellisola di Aceh, promossa da avanguardie islamiste che hanno fondato il Free Aceh Movement, unorganizzazione secondo «Il Sole-24ore» del 16 novembre 1999 che ha fra laltro come obiettivo la costituzione di uno Stato islamico basato sulla sharia. L«Associated Press» del 13 gennaio 2000 riporta che nellultimo decennio nellisola, in seguito alla ribellione, sono state uccise almeno 5mila persone. |
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