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all'indice del Rapporto 2000

La libertà religiosa nel mondo
Rapporto 2000


Iran

POPOLAZIONE: 65.758.000
SUPERFICIE: 1.645.258 kmq
RELIGIONE: Musulmani sciiti: 93,4%; Musulmani sunniti: 5,7%; Cristiani: 0,1%; Zoroastriani: 0,1%
Numero cattolici: 12.000


Fondata sulla credenza in Dio, l’Unico, sulla rivelazione divina, sulla giustizia divina, sull’imamato e sulla sua direzione continua, sulla dignità umana e sulla libertà dell’uomo che è parallela con la sua responsabilità verso Dio, la Repubblica islamica d’Iran, come recita la sua carta fondamentale risalente al 1979, trae origine «dalla credenza del popolo iraniano al governo del diritto e della giustizia previsto dal Corano». «Tutte le leggi, tutti i regolamenti di ordine civile, penale, finanziario, economico amministrativo, militare, politico o altro» pertanto, afferma l’art. 4, «siano stabiliti sulla base delle norme islamiche». L’islam è definito religione di Stato all’art. 12, con la precisazione che il rito ufficiale è quello «jaafarita ithna-acharita (duo-decimani)». Gli altri riti, hanéfita, chaféita, malekita, hambélita e zeidita beneficiano comunque «del rispetto assoluto».

La Repubblica e l’insieme dei musulmani devono teoricamente trattare i non musulmani con buone maniere, sulla base dell’equità e della giustizia islamica e devono tenere conto dei loro diritti umani, a esclusione di quanti complottano contro l’islam o la Repubblica. La libertà religiosa non è tuttavia nemmeno menzionata. L’apostasia dall’islam è punibile con la morte, sia per l’apostata sia per chi lo induce ad abbandonare l’islam.

Il primato del potere, secondo la Costituzione, va al Wali-e faqih, il giurisperito religioso, carica attualmente occupata dall’ayatollah Ali Khame-nei, succeduto a Ruhollah Khomeini. Questi comanda l’esercito, nomina il capo del potere giudiziario, è l’unico a poter sciogliere il Parlamento e può anche destituire il presidente della Repubblica.

Nel corso del 1999 si è verificato uno scontro all’interno del regime, che vede opporsi le fazioni facenti capo alla guida suprema della rivoluzione, Alì Khamenei, e il presidente della Repubblica, Mohamad Khatami. Nei confronti dei sostenitori di quest’ultimo si è registrata un’attività di repressione che ha colpito alcuni organi di stampa, tra cui – come emerge dal reportage di Flora Flores su «Modus vivendi» n. 7, novembre 1999, supplemento a «Il Salvagente», numero 44, 11 novembre 1999 – il periodico «Neshat», accusato di aver pubblicato articoli ritenuti offensivi per l’islam. Un’opera teatrale pubblicata da un mensile satirico, in cui si invocava la venuta del XII imam, ha causato una condanna per blasfemia nei confronti dei due autori, sostenuta anche con una marcia nel centro di Teheran, durante la quale migliaia di persone hanno chiesto la condanna a morte per i responsabili.

Come informa l’agenzia «Ansa» del 15 gennaio 2000, seguaci dell’ala più oltranzista del regime degli ayatollah hanno aggredito un gruppo di studenti che, all’Università di Mashhad nell’Iran nord-orientale, avevano appena finito di ascoltare una delle sempre più rare conferenze di Abdolkarim Soroush, filosofo e docente inviso ai conservatori per la sua visione “modernista” dell’islam e le prese di posizione a favore di profonde riforme politiche. Soroush, che sarebbe rimasto illeso, ha in pratica smesso di farsi vedere in pubblico già da due anni, dopo che numerosi suoi interventi all’Università di Teheran furono interrotti da elementi appartenenti al gruppo degli Ansar-i-hezbollah, o Partigiani di Allah, fedelissimi alla linea dura del regime.

Dalla medesima fonte, lo stesso 15 gennaio, si apprende che circa 500 candidati alle elezioni legislative sono stati esclusi da una commissione perché giudicati «poco rispettosi» dell’islam e del sistema islamico o per il loro sostegno a gruppi politici «illegali». Secondo il quartier generale elettorale del ministero degli Interni, ripreso dalla stampa locale, il diniego riguarda ben 785 aspiranti a cariche elettive, di cui 485 sono stati bocciati per motivi religiosi. Dopo alcuni ricorsi, il numero degli esclusi è sceso a 402, informa l’agenzia «Adnkronos» del 24 gennaio 2000, secondo la quale, con la bocciatura, sono state parzialmente condizionate le elezioni del 18 febbraio successivo.

Prosegue anche la persecuzione contro la religione baha’i e, a marzo, secondo «Human Rights Without Frontiers», sedici appartenenti a quel culto, tra cui sei condannati a morte, erano detenuti per motivi legati alla propria fede. La stessa agenzia, il 17 febbraio 2000, riprendendo l’«Associated Press», afferma che per tre di loro la sentenza è stata annullata, mente l’«Ansa» del 12 febbraio riferisce che altri due baha’i sono stati condannati a morte dal tribunale di Mashada per attentato alla sicurezza dello Stato.

«The Voice of the Martyrs» riporta che, nelle comunità cristiane, sono presenti spie del governo per controllare le attività religiose non musulmane. Non è ammessa nel Paese alcuna attività missionaria.

La diaspora dei cristiani, secondo «Avvenire» del 25 maggio 1999, continua inarrestabile. Ormai ridotti a circa 10mila, non possono aprire un ristorante o gestire un piccolo chiosco, esercitare il mestiere di barbiere o di dentista. La vita di un non musulmano vale poi decisamente di meno: in caso di incidente, la sanzione pecuniaria che si rischia è di oltre cento volte inferiore.

La stime sulla cifra complessiva dei cristiani in Iran non sono concordi. Secondo i responsabili delle varie comunità, sommati, sarebbero circa 300mila, di cui almeno due terzi armeni. Il rapporto sulla libertà religiosa del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti del 1999 ne conta circa 117mila, conformemente ai dati del governo iraniano. Secondo la stessa fonte, i protestanti evangelici sono particolarmente nel mirino delle autorità.

L’arresto, fondato su prove “prefabbricate” di tredici rabbini ebrei, accusati di spionaggio e, tra l’altro, di aver studiato la lingua ebraica, nel mese di giugno – riferito dall’agenzia di stampa «Zenit» il 9 giugno 1999 e due giorni dopo da «Human Rights Without Frontiers» – ha posto in luce le condizioni in cui vive la minoranza religiosa più numerosa del Paese, che conta ora 27mila appartenenti (rispetto ai 100mila del periodo precedente la rivoluzione khomeinista), tra i quali molti tentano di espatriare. Secondo «MaozNews/WEF» del 13 luglio e «Human Rights Without Frontiers» del giorno seguente, nonostante un loro rappresentante sieda nel parlamento iraniano, la situazione degli ebrei è aggravata dal loro legame di solidarietà con i correligionari nello Stato d’Israele, presentato dalla propaganda di regime come “il piccolo satana” del mondo. Agli ebrei, tenuti all’osservanza delle leggi statali sull’abbigliamento, non è concesso gestire proprie scuole. I loro figli devono frequentare scuole statali islamiche, in cui l’istruzione in materie ebraiche è assicurata da rabbini locali o insegnanti ebrei. Dal 1991, anno della chiusura del quotidiano israelita «Tamuz», non è stata più concessa l’autorizzazione a pubblicare altri giornali ebraici. Tre degli arrestati sono stati rilasciati sotto cauzione il 2 febbraio 2000, come informa l’«Associated Press» nella stessa data.

È stato prosciolto dall’accusa di aver avuto una relazione con una studentessa iraniana e in seguito liberato il cittadino tedesco Helmut Hofer, in precedenza condannato a morte. La scarcerazione, informa «Avvenire» del 24 dicembre 1999, è avvenuta dopo il versamento di una somma pari a circa 50 milioni di lire. Hofer, proclamandosi convertito all’islam, avrebbe tuttavia rimosso molti ostacoli dalla sua vicenda giudiziaria.