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A.C.S. - Aiuto alla Chiesa che Soffre - Segretariato Italiano |
La libertà
religiosa nel mondo |
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Sudan POPOLAZIONE:
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Nella Costituzione la Sharia e i costumi sono le fonti della legislazione. Nonostante un formale rispetto della libertà religiosa, vi sono forti restrizioni nella pratica. Il codice penale della Repubblica del Sudan del 1991, allarticolo 126, comma 2, prevede che «chi commette il delitto dapostasia è invitato a pentirsi in un tempo determinato dal tribunale. Se persiste nellapostasia, e non si è convertito di recente allislam, sarà punito con la morte». In unintervista rilasciata ad «Avvenire» e pubblicata il 26 maggio 1999, mons. Gabriel Zubeir Wako, arcivescovo cattolico di Khartoum, afferma fra laltro che «la Chiesa cattolica non piace molto ai governanti, perché è sempre stata in prima fila quando cera da protestare. E poi i cattolici sono i più numerosi tra i cristiani, pur essendo soltanto circa il 10% degli abitanti del Paese. Forse, per il governo, impediamo la riuscita del programma di islamizzazione, o almeno lo rallentiamo. Per questo, probabilmente, non siamo ben voluti». Con lapprovazione della nuova Costituzione, nel 1999, sono teoricamente mutati gli assetti istituzionali, con lintroduzione del multipartitismo, in direzione del quale non è stato ancora realizzato nulla nella pratica se non lautorizzazione nei confronti di sedici partiti, che hanno però rifiutato la registrazione. Nel Paese è in atto da almeno sedici anni una guerra che oppone il nord islamico allEsercito Popolare di Liberazione del Sudan (Spla), attestato nelle regioni meridionali, popolate per la maggior parte da animisti e da una minoranza di cristiani. Il conflitto avrebbe provocato circa due milioni di morti e quattro milioni di profughi, secondo quanto riporta «Avvenire» del 14 dicembre 1999. Sui due milioni e 300mila sudanesi del Sud incombe inoltre lo spettro di una carestia provocata direttamente dalla guerra e dalla conseguente impossibilità di fornire aiuti alimentari e umanitari alle popolazioni. Ad aggravare la situazione delle popolazioni africane, nei territori meridionali del Paese, si sono aggiunte la scoperta di giacimenti di petrolio e la costruzione di un oleodotto e un progetto di estrazione di greggio, guidati dalla compagnia canadese Talisman. «Una joint venture italo-argentina, composta da Saipem, del gruppo Eni e da Techint International Construction Corporation sarebbe impegnata», secondo quanto riferisce Anna Pozzi in un servizio su «Popoli» dellottobre 1999, «nella costruzione del terminale marino e di sei stazioni di spinta nelloleodotto, mentre la Dalmine avrebbe venduto turbine al governo di Khartoum. Diverse associazioni di difesa dei diritti delluomo hanno accusato la Talisman e i suoi soci di sponsorizzare il genocidio in Sudan. E di genocidio ha parlato nei mesi scorsi anche la Casa dei Rappresentanti del Parlamento statunitense, che ha accusato il governo di Khartoum di condurre una guerra di sterminio (genocidal) contro il sud Sudan». Quindi, si può ipotizzare un duplice fine dei trasferimenti massicci di popolazioni dal sud al nord del Paese: allattività di arabizzazione e islamizzazione delle popolazioni sarebbe da sommare anche la necessità di liberare i luoghi dorigine delle tribù non islamiche per procedere con maggior agio allo sfruttamento delle risorse del sottosuolo a vantaggio esclusivo dei musulmani. In questa direzione va intesa anche la soppressione degli «infedeli», privati di ogni diritto anche nel godimento degli aiuti umanitari. Nel servizio di Anna Pozzi vengono riportate le dichiarazioni di Katia Napolitano, del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite, secondo la quale «è assolutamente inconcepibile che la maggior parte degli aiuti che portiamo in sud Sudan passino per le mani delle autorità locali che ne trattengono una buona fetta. Durante i controlli nelle case della gente abbiamo trovato una piccola percentuale di ciò che avevamo distribuito. Ma nessuno ha il coraggio di parlare. La gente è minacciata ed ha paura, non osa denunciare il saccheggio sistematico di cui è vittima. Noi stessi non abbiamo scelta: quando abbiamo osato ricuperare ciò che i militari e le autorità civili sud sudanesi avevano sottratto alla popolazione, sono venuti a riprenderselo con le armi». Nostre fonti indicano tuttavia che le istituzioni onusiane sono pesantemente infiltrate da elementi islamisti che rifiutano gli aiuti alimentari ai non musulmani sotto il pretesto, perfettamente valido secondo la legge coranica, che questi ultimi non pagherebbero la zakat, cioè la tassa sul culto islamico. Il capo dello Stato, Omar al Bashir, con la firma di preaccordi di pace con un leader dellopposizione, il 25 novembre scorso, ha compiuto lennesimo tentativo di dividere il fronte della resistenza, trattando separatamente con le diverse fazioni della guerriglia. Secondo «Avvenire» del 17 settembre 1999, che riporta una notizia del giornale sudanese «Al Shafa», Cherubino Kwanyin Bol, uno dei leader della guerriglia, che aveva raggiunto unintesa, poi saltata, con il governo, sarebbe stato ucciso in un agguato. La Chiesa cattolica rifiuta di appoggiare le cosiddette «iniziative di pace» del regime, fino a che continueranno la persecuzione di sacerdoti, religiosi e religiose, la demolizione sistematica dei luoghi di culto, delle scuole per profughi, di altre istituzioni ecclesiastiche e le conversioni forzate alla religione musulmana. Di recente, riporta «Avvenire» del 19 ottobre 1999, il governo ha varato un programma deducazione elementare che mira di fatto allislamizzazione delleducazione. Per chi non sarà educato secondo questi nuovi criteri non ci sarà possibilità di accedere allistruzione superiore, denunciano i Padri Bianchi, che lavorano ormai da oltre 15 anni in una parrocchia formata da sfollati e profughi arrivati dal 1983 a diverse ondate. Il 6 febbraio 1999 si sono verificati scontri allUniversità di Khartoum, in seguito al tentativo da parte di islamisti di impedire unesposizione di editoria cristiana. Allattacco violento contro gli studenti cristiani si sarebbe aggiunta la distruzione e il rogo di audiocassette, di numerosi volumi di argomento religioso e di bibbie. Ne dà notizia «Inter Press Service» del 10 febbraio 1999, affermando che gli ideatori dellatto sarebbero due lettori dellUniversità stessa. In seguito, sono comparsi proclami di minaccia e di giustificazione dellaccaduto, a cura dellUniversità islamica di Omdurman. Il testo di questultima dichiarazione, strutturato in unagenda di otto punti, contiene fra laltro un appello al governo affinché sia applicata la normativa del 1962 sulle missioni, che comporta lo stretto controllo da parte dello Stato delle compravendite di immobili da parte di organizzazioni religiose, la sorveglianza sui viaggi di cristiani sudanesi in Europa e Stati Uniti e il rifiuto di concedere loro i documenti necessari allespatrio. Infine, il documento richiede lespulsione di tutti i cristiani non sudanesi dal territorio nazionale. Secondo «The Voice of the Martyrs» del 18 maggio 1999, che cita fonti del Sudanese Human Rights Group, il ministro dei Lavori pubblici sudanese, Sharif Eldin Bannaga, ha ordinato la distruzione di quattro scuole cattoliche, privando del diritto allistruzione più di tremila studenti, nonché le loro famiglie del diritto di proprietà. L8 agosto 1999, riporta lagenzia «Misna» del giorno 10, un gruppo di islamisti appartenenti allAnsar As-Sunna (Difensori della tradizione) ha aggredito una comunità cattolica, interrompendo con la violenza la liturgia domenicale in corso. Gli agenti di polizia intervenuti avrebbero trattenuto in stato di fermo alcuni giovani della parrocchia, accusando uno di loro di provocare disordini. A quanto riferisce il 13 agosto lagenzia «Zenit», riprendendo una denuncia di padre Ciro Benedettini, vicedirettore della Sala Stampa della Santa Sede, le autorità hanno espulso senza motivo il missionario Gilles Poirier, sacerdote canadese delle Missioni Straniere del Québec, che esercitava la sua attività tra i profughi nei dintorni di Khartoum da sette anni. Barbara G. Baker, su «Compass Direct» del 20 settembre 1999, dà notizia dellespulsione e dellimpossibilità per le autorità ecclesiastiche di ottenere un colloquio con le autorità civili per avere spiegazioni sul provvedimento. Anche altre confessioni cristiane sono costantemente prese di mira. Secondo informazioni di «Compass Direct» del 22 ottobre 1999, sarebbe in corso unazione del ministero dellAgricoltura per riottenere un terreno sul quale esercita da 35 anni la propria attività la Chiesa evangelica presbiteriana del Sudan. La richiesta dellappezzamento è dovuta alla costruzione di una scuola e di edifici ecclesiastici su di esso. Similmente, è stata ordinata e poi sospesa la confisca di terreni alla Chiesa episcopaliana di Omdurman, come riporta «The Voice of the Martyrs» del 18 ottobre 1999. Christian Solidarity International, in un rapporto ripreso da «Human Rights Without Frontiers» del 16 marzo 1999, denuncia la pratica della schiavitù in corso nel Paese. Lorganizzazione umanitaria avrebbe liberato, dallottobre 1995 alla data del rapporto, 5.066 schiavi, permettendo loro di ricongiungersi alla famiglia. «Attualmente scrivono gli autori il Sudan è la regione del mondo più coinvolta nella violazione dei diritti delluomo. Ciò concerne sia il numero sia il genere delle violazioni. La schiavitù è soltanto un aspetto della jihad del Nif (Fronte islamico nazionale) e la stragrande maggioranza dei sudanesi ne soffrono, siano essi in termini di razza o didentità culturale cristiani, musulmani o animisti, arabi o africani neri. Abbiamo parlato con numerose persone che non avevano subito la schiavitù ma che avevano sofferto altrimenti a causa dellopera del regime di Khartoum». In una dichiarazione allagenzia «Reuters» del 20 aprile 1999, Christian Solidarity International, afferma di aver liberato nella settimana precedente 1.783 schiavi, per la maggior parte donne e bambini «catturati dalle forze armate sudanesi» anche allo scopo di islamizzarli. «Il governo sudanese compie questi raid come strumento della guerra santa sostengono i responsabili di Csi che ha dichiarato contro le minoranze etniche e religiose che resistono alle politiche di islamizzazione e arabizzazione», aggiungendo che è praticato in quei casi «un metodo sperimentato di severe torture fisiche e psicologiche, incluse esecuzioni esemplari, percosse, violenze carnali, infibulazioni, conversioni obbligatorie e lavori forzati». In risposta a queste attività antischiaviste il governo del Sudan ha ottenuto, il 26 aprile scorso come informa «Corrispondenza romana» del 19 dicembre 1999 il ritiro della concessione a Christian Solidarity International dello status di membro consultivo presso lOnu, riuscendo a far votare il provvedimento al consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, con lappoggio di Russia e Turchia e lastensione di Italia, Spagna e Francia. Nelle scuole della diocesi di El Obeid informa «Avvenire» del 18 gennaio 2000 sono oltre 500 i bambini dinka strappati alla schiavitù dagli Apostoli di Gesù, congregazione cattolica africana. «Avvenire», in un servizio da Khartoum, informa il 14 dicembre 1999 della avvenuta dichiarazione dello stato demergenza con cui il presidente della Repubblica, il generale Omar el-Bashir, ha sciolto il Parlamento, nel quadro di uno scontro politico-istituzionale con il presidente dellassemblea legislativa, Hassan el-Turabi, leader del partito unico di governo, il Nif e considerato come leminenza grigia del regime. Il golpe o, come è stato definito, lautogolpe, avrebbe dovuto estendersi fino alla metà di marzo e sarebbe dovuto anche alla firma di accordi di riconciliazione nazionale firmati lo scorso 15 novembre a Gibuti tra Sadiq el-Mahdi, leader del partito nazionalista Ummah e predecessore di Bashir fino al precedente colpo di Stato nel 1989. Turabi, inoltre, sarebbe accusato di caldeggiare una soluzione del conflitto con lUganda, storico alleato dellSpla, e favorita anche dagli Stati Uniti, che hanno promosso lincontro tra al-Turabi e il presidente ugandese Yoweri Museven i primi giorni di dicembre. Secondo il presidente del Consiglio di coordinamento degli Stati del sud del Sudan, Riek Machar, che fa funzioni di vicepresidente della Repubblica, ripreso da «Avvenire» il 17 dicembre 1999, lesautoramento di al-Turabi si è reso necessario per impedire che il Paese si trasformasse in un secondo Iran, con una coincidenza tra potere politico e religioso. Incontrando i gior nalisti, Machar ha affermato inoltre che lo Stato di emergenza non ha toccato le libertà individuali. A fianco di al-Bashir si è schierato anche lEgitto. Secondo Turabi, ripreso dall«Ansa» del 7 febbraio 2000, la proclamazione dello stato di emergenza e lo scioglimento del Parlamento «costituiscono un trucco per cambiare le basi del sistema islamico nel Paese». L«Ansa» del 13 febbraio 2000 informa che è stata annunciata da Ibrahim Al Senussi, segretario generale aggiunto della Conferenza Islamica Araba Popolare (Paic) la chiusura della propria sede a Khartoum, «su richiesta di certi Stati», con un riferimento indiretto agli Stati Uniti, «la cui ostilità verso lIslam è ben conosciuta». Segnali contrastanti giungono con la liberazione, avvenuta il 6 dicembre 1999, di due sacerdoti cattolici, padre Lino Sebit e padre Hilary Boma, tenuti in carcere per sedici mesi. Un articolo di Barbara G. Baker, per lagenzia «Compass Direct» dell8 dicembre 1999 afferma che il decreto di scarcerazione è di firma presidenziale. Sono stati liberati con loro anche tutti gli altri diciotto coimputati in un processo in cui erano accusati di aver progettato attentati dinamitardi. Secondo lemittente governativa «Radio Omdurman» del 6 dicembre 1999, Boma avrebbe accettato un «perdono presidenziale», dopo che i due religiosi, alla fine di novembre, avevano rifiutato unamnistia, affermando di voler ottenere una piena assoluzione dalle accuse, per le quali era prevista la pena di morte. Anche questa formula tuttavia, pur potendo rappresentare una sorta di concessione di facciata al governo, non sarebbe in alcun modo da intendersi come una confessione. Eppure, in unintervista allagenzia «Fides» del 17-24 dicembre 1999, mons. Gabriel Zubeir Wako si dice «preoccupato per linterpretazione da dare alla liberazione di p. Sebit e p. Boma» poiché «vuol dire che non cè il riconoscimento della piena innocenza». Perciò il prelato auspica che si giunga alla completa cancellazione delle accuse verso i sacerdoti. Nonostante le riserve, mons. Wako, durante la messa per il 25° della costituzione della gerarchia autoctona in Sudan, ha detto: «Anche a quanti ci hanno perseguitato assicuriamo il nostro perdono e la nostra volontà di riconciliazione». Lofferta, secondo quanto riferito a «Fides» da uno dei partecipanti, era «evidentemente rivolta alle autorità». Le condizioni carcerarie in Sudan, secondo quanto affermato in un ciclo di conferenze a Bruxelles dal gesuita Henry Boulad, direttore della Caritas egiziana, ripreso da «Avvenire» del 24 luglio 1999, vedono il moltiplicarsi di «ghost house, le case dove si pratica la tortura». |
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