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La libertà religiosa nei Paesi a maggioranza Islamica
Rapporto 1998


Kuwait

POPOLAZIONE: 1.809.270
RELIGIONE: islam 85%
Cattolici: 153.100
Vicariato apostolico: Kuwait - 152.000; Esarcato patriarcale di Antiochia dei Siri (Iraq e Kuwait) - 1.100


 

Costituzionalmente la libertà religiosa è difesa, pur verificandosi conferme e smentite a proposito del grado di tolleranza effettivo e dell’effettiva rilevanza dell’art. 29 della Costituzione che sancisce l’assenza di discriminazioni. Nel 1940 alla Chiesa cattolica venne concesso il permesso d’essere presente nel territorio, ma solo per il servizio religioso rivolto agli espatriati, lavoratori dell’industria del petrolio. L’emiro del Kuwait ha rifiutato l’introduzione della shari’a nell’ambito del suo potere e si è rivelato contrario a un ulteriore cambiamento in senso islamico della Costituzione, non ritenendolo necessario. 

Dall’intervista di “Asia Focus” (maggio 1993) con il Vescovo Francis Adeodatus Micallef, Vicario Apostolico del Kuwait, emerge chiaro il dato che i cattolici sono una ridotta minoranza, tutti stranieri, così come i religiosi, che vengono soprattutto dall’India e dalle Filippine. Prima della guerra del Golfo esisteva una comunità di cattolici arabi immigrati dalla Giordania e dalla Palestina, ma i suoi membri sono stati espulsi. Ora il numero dei cattolici non raggiunge il centinaio, tra cui pochissimi bambini, perché il governo non consente ai lavoratori di portare con sé la famiglia. Nei confronti della Chiesa vi è formale rispetto, ma le funzioni si possono svolgere esclusivamente all’interno dei luoghi di culto, essendo proibita ogni attività pubblica. Nella maggior parte degli istituti privati non è permesso fare lezione di religione, non esistono scuole religiose se non private. È molto difficile ottenere un visto, anche turistico, cosa che impedisce ai missionari di entrare nel Paese. I carmelitani, informa “Avvenire” del 16 luglio 1998, svolgono un servizio pastorale con lo scopo, fra l’altro, di prevenire i rischi di un’islamizzazione della minoranza, facilitato dai numerosi vantaggi, anche economici, concessi dalle autorità a chi si converte.

Robert, alias Hussein Ali Qambar, musulmano convertito al cristianesimo, è stato recentemente condannato per apostasia dopo aver ricevuto il Battesimo, avvenuto nel 1995, di nascosto dalla moglie e dalla famiglia islamista radicale. Nel febbraio 1996 una sentenza aveva in prima istanza rifiutato la richiesta della moglie di Hussein, di privarlo del suo diritto di fare visita ai figli. Qualche mese dopo, secondo la “KNA” del 11 luglio ’96, gli è stata inflitta la condanna a morte. La stessa fonte, il 31 gennaio 1997 afferma che Hussein è ritornato alla religione originaria per paura. Dopo aver pubblicamente ripudiato il credo islamico, l’uomo era stato condannato a morte ed era fuggito negli Usa. Una volta tornato in patria, gli sono state addebitate le spese del procedimento e negati sia la custodia dei figli che i diritti di successione testamentaria.

Ultimamente – lo riporta “The Catholic World Report” del novembre 1998 – un imam kuwaitiano, lo sceicco Kazim al-Misbah, si è espresso contro la costruzione di nuove chiese cristiane, dichiarandosi sfavorevole, in un colloquio con la rivista “al-Hadath”, all’ingresso di non-musulmani nel Paese.