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ACNews 002-2002 — L’apologetica cattolica in un contesto multireligioso.

 

Rimini, 20 agosto 2002. Nel corso del Meeting per l’Amicizia fra i Popoli, di fronte a un folto pubblico, si è svolta una tavola rotonda su il Timone. Bimestrale di formazione e informazione apologetica, dedicata alla presentazione dell’omonima rivista, All’incontro — introdotto da S. E. mons. Angelo Comastri, arcivescovo di Loreto, in provincia di Ancona, e che ha avuto eco sulla stampa locale — ha partecipato, oltre al direttore della pubblicazione, dottor Gianpaolo Barra, anche il dottor Massimo Introvigne, di Alleanza Cattolica. Ecco il testo dell’intervento dell’esponente di Alleanza Cattolica e direttore del CESNUR, il Centro Studi sulle Nuove Religioni.

 

L’apologetica cattolica in un contesto multireligioso

 

Il direttore de Il Timone definisce la sua squadra di collaboratori "la nazionale degli apologeti". La definizione non manca di imbarazzare chi, come me, è al massimo un "apologeta della domenica", e guarda normalmente alle vicende religiose dal punto di vista della sociologia, dove — per rimanere alla metafora calcistica — chi inserisce nelle sue analisi giudizi di valore riceve dai suoi colleghi un cartellino giallo, se non direttamente rosso. Se mi arrischio a fare qualche considerazione sulle condizioni che potrebbero permettere a un’apologetica cattolica di essere efficace in un contesto multireligioso non è dunque per scriteriata presunzione, ma per due semplici motivi. Anzitutto, perché l’apologetica — magari, appunto, "della domenica" — è dovere di ogni cattolico, sia questi in altro ambito dirigente, impiegato, benzinaio o — perché no? — sociologo. In secondo luogo, perché le scienze sociali, se non hanno diretta competenza in tema di apologetica, possono però ben dire qualche cosa sul contesto in cui l’apologetica si trova a operare. Ecco allora cinque semplici indicazioni, offerte un po’ nello spirito con cui milioni di italiani, tutti "commissari tecnici della domenica", si permettono di "consigliare" all’allenatore della nazionale come evitare ulteriori sconfitte.

 

Conoscere l’avversario. Si dice che oggi le partite di calcio si vincano per metà sulla base della qualità delle videocassette e delle descrizioni che osservatori professionisti fanno dell’avversario ai giocatori. Se è così, è certamente importante che le videocassette siano aggiornate: a chi deve giocare, poniamo, contro l’Inter nel 2002 non sarebbe molto utile vedere le immagini dell’Inter degli anni 1960, sapere come giocavano Sandro Mazzola e Mario Corso ma non Christian Vieri o Alvaro Recoba. Eppure, nel campo dell’apologetica qualche volta si opera con videocassette vecchie di vent’anni. Capita anche che i cattolici proiettino su altre religioni — certo inconsapevolmente — quelle che sono caratteristiche specifiche della Chiesa cattolica, dove grazie a Dio esiste un’autorità ultima che definisce la dottrina, e la dottrina non muta al mutare delle circostanze storiche. Ma altrove non è così. Né l’islam, né l’induismo hanno un’autorità ultima capace di definirne la dottrina, e neppure il buddhismo, con buona pace di chi scambia per il "papa buddhista" il Dalai Lama, cui in Tailandia o in Giappone non è certo riconosciuta un’autorità particolare; mentre i mormoni e i testimoni di Geova, rispettivamente con le teorie — certo da comprendere nelle loro caratteristiche precise — del "canone aperto" e del "bordeggiamento", mutano in effetti, talora in modo molto significativo, il loro accostamento dottrinale nel corso degli anni. Per questo, una videocassetta dei testimoni di Geova degli anni 1980 non ci dà necessariamente informazioni precise sui testimoni di Geova di oggi, per quanto bene intenzionato sia chi ce la propone. La qualità delle informazioni non dipende necessariamente dalle buone intenzioni di chi le offre.

 

Scendere in campo convinti di poter vincere. Nel calcio per vincere le partite è anzitutto necessario esser convinti di poter vincere. Chi va in campo puntando solo a perdere "con il minimo scarto" normalmente non vince. Nei congressi internazionali di sociologia delle religioni si parla da anni correntemente di "fine della secolarizzazione", o — per citare il sociologo americano Rodney Stark — di "secolarizzazione R.I.P. (requiescat in pace)". Certo, la situazione degli Stati Uniti d’America è al proposito diversa da quella dell’Europa, e non necessariamente la fine della secolarizzazione e il "ritorno del religioso" portano fedeli verso la Chiesa cattolica. Spesso chi è alla ricerca del sacro si ferma a una religiosità vaga: ma non è neppure vero che cerchi sempre e soltanto una religione a basso costo, se è vero che hanno anche successo, in tutto il mondo e in tutti gli ambiti, forme di fondamentalismo piuttosto esigenti dal punto di vista dei comportamenti e della morale. Sembra che a difendere le teorie tradizionali della secolarizzazione siano rimasti soltanto certi cattolici. La partita, invece, si può vincere. L’interesse per il religioso è rinato, tutto un popolo si è rimesso in marcia e dove andrà dipende anche dalla qualità della nostra apologetica. Forse non è un caso se in Italia — sulla scia della testimonianza del Papa, della semina straordinaria di santi come Padre Pio, di una presenza di movimenti cattolici che è unica al mondo in termini quantitativi — negli ultimi anni il numero dei cattolici praticanti è in aumento, mentre diminuisce in quasi tutti gli altri paesi dell’Unione Europea. Giocare per vincere, non accontentarsi di pareggiare, è una condizione necessaria — anche se non sufficiente — per il successo.

 

Giocare con i più forti. È inutile credersi forti perché si scelgono avversari deboli e si organizzano amichevoli dove si battono facilmente squadrette di second’ordine. Bisogna prendere il toro per le corna e giocare con i più forti. L’apologetica, quando si muove nel contesto multireligioso, si accontenta spesso di facili vittorie — peraltro teoriche — mostrando l’inconsistenza delle dottrine di qualche nuovo movimento religioso di origine cristiana oppure orientale. Tuttavia, questi nuovi movimenti nella maggior parte dei casi diffondono briciole di protestantesimo ovvero briciole di induismo o di buddhismo, come ha mostrato da ultimo, per i movimenti neo-orientali, in particolare l’apologeta cattolico belga padre Joseph-Marie Verlinde. E come dimenticare l’ampia problematica creata dalla massiccia presenza dell’islam in Occidente? È difficile andare a fondo delle cose se non si arriva a uno sguardo serenamente critico sul protestantesimo, sull’islam, sull’induismo e sul buddhismo; diversamente, si rischia di scoprirsi forti con i deboli e deboli con i forti. Questo non significa rinnegare il dialogo ecumenico o quello inter-religioso; significa — però — non confondere il dialogo con il relativismo e coniugare le ragioni del dialogo e del rispetto con quelle dell’annuncio e della missione. È difficile: ma non è impossibile; soprattutto, è indispensabile.

 

Non fidarsi dell’arbitro. Dopo gli ultimi campionati mondiali di calcio, non è necessario spiegare perché è meglio non fidarsi degli arbitri: si tratta solo di sciogliere la metafora. Per fortuna raramente, vi è ancora qualche cattolico che di fronte a uno scenario multireligioso ha la reazione tipica del parroco dell’epoca fascista o degli anni 1950: quando arrivano i missionari pentecostali o i testimoni di Geova, chiamiamo il maresciallo dei carabinieri o denunciamoli al giudice. Il problema è che oggi gli arbitri — lo Stato laico quando non laicista, e una magistratura talora politicamente orientata — rischiano spesso di essere "venduti", e di arrestare magari l’esponente del nuovo movimento religioso oggi per stabilire un precedente che gli permetta di arrestare il parroco domani. Fidarsi dell’arbitro e aspettare dallo Stato laico la soluzione del problema del pluralismo religioso non è solo immorale, è anche ingenuo e impossibile.

 

Imporre il proprio gioco. Non intendo qui dire la mia sull’eterno dibattito fra contropiede e gioco d’attacco, fra lo stile di Giovanni Trapattoni e quello di Arrigo Sacchi: confesso di apprezzare entrambi… quando vincono. Certo è che nel campo dell’apologetica bisogna a un certo punto aver il coraggio d’imporre il proprio gioco. Non ci si può limitare al contropiede, mostrare puntigliosamente gli errori — spesso veri, qualche volta presunti — dell’avversario. Dopo anni d’interviste a persone che hanno aderito ai testimoni di Geova, mi sono convinto che nessuno — o quasi — passa dal cattolicesimo alla loro forma religiosa dopo aver pensosamente "pesato" su un’ideale bilancia i rispettivi argomenti teologici. Le storie che emergono dalle interviste — mie e di altri — sono diverse. Si passa ai testimoni di Geova perché lì, rispetto a un vero o presunto anonimato della parrocchia, s’incontra un ambiente, una compagnia, un’occasione di impegno: "Con noi — è una frase di tanti anni fa, quando incominciavo a studiare i testimoni di Geova, che mi ha sempre colpito — anche se non sei nessuno, sei qualcuno". Vent’anni fa in questa sala ho partecipato a un corso di esercizi spirituali tenuto da don Luigi Giussani: quello che me ne rimane — e, credo, il contributo originale di don Giussani al cattolicesimo italiano contemporaneo — è la lezione secondo cui una verità che non si fa ambiente e compagnia non rimane meno verità, ma non convince e non aggrega. Centinaia di libretti contro l’interpretazione della Bibbia da parte dei testimoni di Geova non convinceranno chi afferma — magari a torto, ma non è questo il punto — di trovare la parrocchia "fredda" e la Sala del Regno invece "calda" e accogliente.

 

Le ultime osservazioni potrebbero sembrare pessimistiche. Confesso invece di non essere pessimista. Il dato statistico sull’Italia non autorizza nessun trionfalismo, ma mostra un’inversione di tendenza e un lento aumento — lento, ma costante negli ultimi anni — dei cattolici praticanti, soprattutto fra i giovani. Su un’altra scala, il sorprendente successo de Il Timone conferma la diffusa presenza nel mondo cattolico di una voglia di scendere in campo e di vincere. Sapendo che la squadra cattolica può contare non solo sull’acqua santa che si dice Giovanni Trapattoni abbia usato con esiti piuttosto dubbi ai mondiali di calcio, ma sull’aiuto — questo sì, invece, certo — del Signore e della Vergine Maria, va detto con chiarezza, ragionevolmente e doverosamente, che Qualcuno ha già vinto il mondo.