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ACNews 002-2003 — Michael Novak: "Guerra asimmetrica" e guerra giusta.

 

Milano, 20 febbraio 2003. Il 10 febbraio 2003, presso il Centro Studi Americani di Roma, su invito dell’ambasciatore degli Stati Uniti d’America presso la Santa Sede, Jim Nicholson, il professor Michael Novak ha tenuto una conferenza su "Guerra asimmetrica" e guerra giusta.

Teologo cattolico, politologo, teorico dell’economia e studioso di scienze sociali, Novak, statunitense, insegna Religion and Public Policy presso l’American Enterprise Institute di Washigton D.C, dove, fra l’altro, dirige il Dipartimento di Scienze Sociali. Collabora alla National Review, una delle principali riviste conservatrici americane, e a Forbes Magazine, periodico di economia e di finanza, sulle cui pagine, dal 1989, cura la rubrica The Larger Context. La sua copiosa bibliografia conta oltre cinquecento titoli.

Il testo della conferenza è tradotto da www.usembassy.it/file2003_02/alia/A3021113.htm.

 

"Guerra asimmetrica" e guerra giusta

 

I motivi per cui gli Stati Uniti faranno la guerra a Saddam Hussein, se egli non adempirà ai solenni impegni presi di rispettare l’ordine internazionale, o non lascerà il potere, non hanno nulla a che vedere con la nuova teoria della "guerra preventiva". Al contrario, tale guerra rientra nell’ambito della dottrina tradizionale della guerra giusta, in quanto questa guerra è una conclusione legittima della guerra combattuta e vinta in breve tempo nel febbraio del 1991. All’epoca, la guerra era stata interrotta anzi tempo per negoziare le condizioni di resa con l’ingiusto aggressore, Saddam Hussein. Al tavolo delle trattative di pace, le Nazione Unite avevano insistito che, come condizione indispensabile per rimanere alla presidenza dell’Iraq, Saddam Hussein doveva a. disarmare e b. fornire all’ONU le prove dell’avvenuto disarmo, rendendo conto in maniera trasparente di tutti gli arsenali e sistemi d’arma in suo possesso. In particolare, era stato ordinato a Saddam Hussein di distruggere le sue scorte di iprite, sarin, botulina, antrace e altri agenti chimici e batteriologici. Doveva anche dimostrare di aver distrutto tutto il lavoro precedentemente compiuto per mettere a punto armi nucleari.

Nei dodici anni successivi, nonostante ripetuti avvertimenti, Saddam Hussein ha avuto la sfrontatezza di farsi beffe di tali impegni. Alla fine del 2002, il Consiglio di Sicurezza ha di nuovo intimato solennemente a Saddam Hussein di dimostrare di aver rispettato tali impegni, ai quali era legato il suo diritto di rimanere al potere, in base al diritto internazionale. Ancora una volta, egli non ha fornito tali prove: anzi, il suo comportamento è stato un’offesa continua per il Consiglio di Sicurezza.

Nel frattempo, l’11 settembre 2001, in maniera improvvisa e violenta, è stata lanciata una nuova guerra contro gli Stati Uniti e contro tutto l’ordine civile internazionale. È stata una guerra repentina e immotivata, legata a un nuovo concetto strategico, quello della "guerra asimmetrica", che ha prospettato in una luce del tutto nuova il comportamento di Saddam Hussein e ha centuplicato il pericolo che egli rappresenta per il mondo civile.

Prima di approfondire questo aspetto, vorrei ricordare che l’autentica dottrina cattolica sulla guerra giusta, così com’è stata formulata da sant’Agostino e da san Tommaso, indicava con chiarezza il percorso logico che dovevano seguire le autorità di governo, che agivano nella loro veste ufficiale, quando dovevano decidere se andare o non andare in guerra. Inoltre, nel valutare tali eventualità, il nuovo catechismo cattolico attribuisce la responsabilità primaria non a lontani commentatori, bensì alle suddette autorità di governo. Tale attribuzione di responsabilità nasce da un duplice motivo. In primo luogo, alle autorità di governo compete il dovere d’ufficio e l’obbligo istituzionale primario di proteggere la vita e i diritti del loro popolo. In secondo luogo, in base al principio di sussidiarietà, sono le autorità più vicine ai fatti in questione, e — data la natura attuale della guerra a opera di reti terroristiche clandestine — hanno accesso a informazioni estremamente riservate. Ad altri compete il diritto e il dovere di esprimere il giudizio della propria coscienza. Il giudizio definitivo spetta comunque alle autorità di governo. "La valutazione di tali condizioni di legittimità morale spetta al giudizio prudente di coloro che hanno la responsabilità del bene comune" (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2309).

Ricapitolando, la novità nella teoria della guerra giusta nel mondo del ventesimo secolo è il concetto della "guerra asimmetrica". Tale concetto è stato elaborato da organizzazioni terroristiche internazionali che, per quanto dipendano dall’assistenza clandestina degli Stati disposti ad aiutarli in segreto, non sono responsabili nei confronti di alcuna autorità di governo. Per dimostrare l’incapacità dei governi democraticamente eletti di difendere la vita dei loro popoli, queste cellule terroristiche compiono attacchi sensazionali contro civili innocenti. Verosimilmente, quanto più drammatici e sanguinosi saranno tali attacchi, tanto maggiore sarà la loro efficacia, scuotendo dalle fondamenta i governi legittimi.

Questa nuova concezione strategica, e le mutate condizioni tecnologiche, culturali e logistiche che la rendono praticabile, hanno provocato da più parti la condanna morale di tali gruppi del terrorismo internazionale come nemici del mondo civile. Il Vaticano stesso ha pronunciato tale condanna dopo la strage dell’11 settembre 2001.

Allorché divenne chiaro che il centro di comando e il campo di addestramento principale degli autori della strage dell’11 settembre si trovavano sotto la protezione del governo taliban in Afghanistan, le autorità morali hanno riconosciuto altresì che una guerra limitata e condotta con grande attenzione per provocare un cambiamento di regime in Afghanistan costituiva un obbligo morale.

Nei mesi successivi, i servizi segreti hanno accertato che i terroristi progettavano altri attacchi contro monumenti famosi nelle capitali europee, fra cui Parigi, Londra e la Città del Vaticano. Mesi dopo, gli attacchi contro il Teatro dell’Opera a Mosca, alcune chiese cristiane in Pakistan e una affollata discoteca in Indonesia hanno confermato la dimensione planetaria di tale minaccia.

Ciononostante, nel caso dell’Iraq, La Civiltà Cattolica ha sostenuto di recente che la guerra sarebbe ingiusta, avanzando la tesi secondo cui le motivazioni americane sarebbero legate al petrolio iracheno: "Il motivo di fondo pare essere la posizione geopolitica che l’Iraq occupa nell’area medio-orientale" in quanto uno de "i tre Stati maggiori produttori di petrolio e di gas naturale (Iraq, Iran e Arabia Saudita)". (La rivista non dice nulla di simile riguardo alle motivazioni di Francia, Russia, Cina o altri paesi). Ma l’America ha motivi seri per fare la guerra, ben più importanti del petrolio iracheno.*

La considerazione fondamentale nel difendere il nostro interesse nazionale è che, in un momento che non abbiamo scelto noi e con modalità che non volevamo, l’11 settembre 2001 è stata dichiarata contro di noi una guerra vera e propria, nelle parole e nei fatti. L’aggressore non aveva un esercito permanente i cui movimenti avrebbero potuto far intuire l’imminenza di un attacco. Al contrario, l’attacco è giunto assolutamente imprevisto, colpendo vittime innocenti in una calda e luminosa giornata di settembre. Le armi utilizzate non erano armamenti militari convenzionali, bensì aerei civili americani carichi di combustibile per il lungo viaggio fino alla California. I bersagli stabiliti — due grattacieli — non hanno lasciato alle ignare vittime alcuna possibilità di scampo.

I criteri normali accettati dai teorici della guerra giusta non erano specificamente presenti: non vi erano stati né movimenti di corpi militari convenzionali, né segni visibili di un attacco imminente, né la voce ufficiale di uno Stato ostile. L’orrore della catastrofe è stato comunque immenso.

Con ogni evidenza, era stata lanciata una guerra internazionale. I suoi autori la definivano un jihad internazionale, scatenato non soltanto contro gli USA, ma contro tutto l’Occidente, anzi, contro tutto il mondo non islamico. (Il mondo aveva già pianto per la distruzione degli antichi monumenti buddisti in Afghanistan, una perdita incommensurabile).

Nessuna importante autorità morale ha incontrato difficoltà a riconoscere che una guerra per prevenire questo terrorismo di nuovo genere non soltanto è giusta, ma è un dovere morale.

Che ruolo ha l’Iraq in questo quadro? Dal punto di vista delle autorità di governo, che devono calcolare i rischi di un intervento — o di un non intervento — nei confronti del regime di Saddam Hussein, i punti salienti sono due. Saddam Hussein dispone dei mezzi per portare la devastazione e la morte a Parigi, Londra o Chicago, o in qualsiasi altra città, a suo piacimento; gli basta trovare alcuni "fantaccini" clandestini non identificabili per far arrivare su bersagli prestabiliti piccole quantità di sarin, botulina, antrace e altre sostanze letali. In secondo luogo, cellule terroristiche indipendenti sono già state addestrate proprio per queste missioni, e hanno sbandierato ai quattro venti la loro intenzione di provocare tale distruzione, volentieri e con gioia. L’unica cosa che manca ancora, fra questi due elementi incendiari, è una scintilla che stabilisca il contatto.

Con i ben noti precedenti di Saddam nell’impiego di tali armi, e il disprezzo che ha ripetutamente dimostrato per il diritto internazionale, soltanto uno statista imprudente, se non addirittura temerario, potrebbe aspettarsi fiducioso che queste due forze rimarranno separate per sempre. In realtà, potrebbero incontrarsi in qualsiasi momento, in segreto, per uccidere decine di migliaia di persone ignare e innocenti.

Sia ben chiaro: se dovesse esserci un tale attacco, avverrà senza una minaccia imminente, senza essere segnalato da movimenti di armi convenzionali, senza preavviso di nessun genere.

In altre parole, esiste già una probabilità fra 0 e 10 che le armi micidiali di Saddam cadano nelle mani compiacenti di al Qaeda. (Esistono anche altre ramificazioni della rete del terrore internazionale). Ragionevoli osservatori possono discettare se il rischio attuale sia due, quattro, o otto. Ma una cosa è indiscutibile: quanti giudicano che il rischio è basso, e di conseguenza permettono che Saddam rimanga al potere, avranno una spaventosa responsabilità, se commettono un errore di valutazione, e se in futuro si verificheranno attentati.

È ben altra cosa che siano osservatori esterni a calcolare tali rischi, o che invece lo facciano autorità di governo legittimamente costituite e tenute a proteggere i loro popoli da attacchi non provocati.

Naturalmente, quanti oggi scelgono la via della guerra si assumono la responsabilità di tutti gli amari frutti della guerra futura. La questione morale, qui come in tanti altri settori in cui è doveroso invocare la prudenza, impone di soppesare i rischi, con un atteggiamento responsabile. Per risolvere tale questione morale è anche necessario essere a conoscenza delle informazioni raccolte dai servizi di intelligence, che seguono costantemente le reti terroristiche e le loro attività.

In breve, oggi alcune persone (come me) sostengono che, in base alla dottrina cattolica originale del justum bellum, una guerra limitata e condotta con grande attenzione per portare a un cambiamento di regime in Iraq sia, come extrema ratio, moralmente obbligatoria. Se le autorità di governo non s’impegnassero in una simile guerra, riporrebbero imprudentemente la loro fiducia nella ragionevolezza e nella buona volontà di Saddam Hussein.

Saddam Hussein è un leader di riconosciuta "megalomania" (come ha detto di lui il presidente egiziano Mubarak), un leader estremamente crudele, che in passato ha utilizzato sistematicamente le armi di distruzione di massa contro i suoi stessi sudditi.

Se Saddam violasse la loro fiducia lanciando un violento attacco con armi batteriologiche contro qualche città occidentale, le autorità di governo che gli avessero dato credito lasciando la propria sicurezza nelle sue mani, avrebbero colpevolmente ignorato il suo comportamento passato.

A questo punto, è doveroso fare un accenno alla dottrina cattolica originale dello justum bellum, ma soprattutto a quei problemi ad bellum che si pongono nel prendere le decisioni che precedono la guerra. Si tratta di problemi che, naturalmente, precedono i problemi in bello, quelli che approfondiscono il comportamento da seguire nel condurre la guerra. La dottrina della guerra giusta affonda le sue radici nella comprensione cattolica del peccato originale, articolata in tale contesto da sant’Agostino nel libro XIX de La Città di Dio. In questo mondo, i cristiani avranno sempre a che fare con il male del cuore umano, che semina divisione, devastazione e distruzione. Agostino ha vissuto in prima persona molti mali del genere, compresi gli orrori del Sacco di Roma del 410 d.C. Ciononostante egli sosteneva che i cristiani che agiscono come autorità di governo sono vincolati dalle leggi della carità e della giustizia, anche quando fanno la guerra.

Agostino definiva la pace come la "tranquillità dell’ordine", rappresentata da un assetto internazionale dinamico e mutevole, creato da comunità politiche giuste e mediato dal diritto. Allorché le autorità di governo intervengono contro aggressori ingiusti per difendere tale ordine, si muovono secondo finalità politiche giuste. La dottrina della guerra giusta nelle sue considerazioni ad bellum espone le norme in base alle quali le autorità di governo sono tenute a muoversi per difendere i loro popoli e per ripristinare le condizioni minime essenziali per l’ordine internazionale, con mezzi bellici. Secondo questa dottrina, la guerra è una finalità politica moralmente appropriata e può costituire un obbligo morale per le autorità di governo quando le circostanze rendono indispensabile agire per fermare il male.

L’obiettivo di una guerra giusta è quello di bloccare un grande male, di ripristinare la pace e tutelare le condizioni minime della giustizia e dell’ordine mondiale. Sia per sant’Agostino che per san Tommaso d’Aquino, la riflessione sulla guerra è regolata dai princìpi della carità e della giustizia. A loro parere, la guerra giusta non "comincia con una presunzione contro la violenza", bensì con una presunzione che affronta in primo luogo i doveri delle autorità di governo di agire secondo carità e giustizia e, in secondo luogo, in un mondo peccaminoso in cui l’ingiustizia e la violenza contro gli innocenti continueranno nei secoli dei secoli. E certamente sono continuate nel secolo XX, e adesso nel secolo XXI.

Oggi nessuno nega che il terrorismo internazionale costituisca un attacco deliberato contro la possibilità stessa di un ordine internazionale. È universalmente riconosciuto che le autorità di governo hanno il dovere di affrontare tale terrorismo e sconfiggerlo.

È questo il contesto in cui si pone attualmente il problema ad bellum in merito a una guerra limitata e condotta con grande attenzione contro l’Iraq. Il dovere primario delle autorità di governo in democrazie ben strutturate consiste nel tutelare la vita e i diritti dei loro popoli.

Inoltre, nel valutare le molteplici circostanze che è doveroso soppesare nel procedere verso una decisione ad bellum, quelle stesse autorità di governo, cui spetta la responsabilità immediata e che sono le più vicine ai fatti, devono assumersi anche una priorità morale. Il Catechismo della Chiesa Cattolica lo dichiara senza la minima ambiguità, come abbiamo visto in precedenza (n. 2309).

Il primo motivo, quindi, per cui le autorità di governo degli Stati Uniti hanno sollecitato le Nazioni Unite a preoccuparsi seriamente dell’Iraq, riguarda la guerra preventiva che è stata dichiarata contro gli Stati Uniti l’11 settembre 2001. È stato evidente sin dall’inizio che diciannove studenti universitari di famiglie di ceto medio (per lo più residenti in Arabia Saudita) non avevano compiuto quell’attentato senza aiuti esterni. Disponevano dell’appoggio di vari Stati (in primo luogo l’Afghanistan, ma anche lo Yemen, l’Iran, il Sudan e altri ancora), disposti ad agire come fuorilegge internazionali, nella clandestinità, senza uscire allo scoperto.

Nel frattempo, per dodici lunghi anni, Saddam ha continuato a violare apertamente le condizioni che gli erano state imposte dalle Nazioni Unite per rimanere alla presidenza dell’Iraq. In un mondo diventato molto più pericoloso dopo l’11 settembre, delle due l’una: o la comunità mondiale è pronta a sostenere l’ordine internazionale, oppure viene meno agli impegni assunti con tanta solennità. Nella seconda ipotesi, singoli paesi sovrani rifiuteranno di rendersi complici della politica mirata alla tregua. Agire diversamente equivarrebbe a partecipare alla congiura di Saddam contro l’ordine internazionale, e assumersi la responsabilità di qualsiasi atto egli possa compiere in futuro.

Molti altri paesi oltre l’Iraq sono stati costretti a distruggere le loro armi e a dimostrare di averle distrutte — basti pensare al Sud Africa, al Kazakistan e ad altre repubbliche della ex Unione Sovietica. Tutti hanno adempiuto tale obbligo, completamente e in maniera trasparente. L’Iraq non lo ha fatto. Non ha fornito giustificazioni per immense quantità di armi chimiche e batteriologiche che in precedenti occasioni aveva ammesso di possedere, o che gl’ispettori internazionali avevano dimostrato essere in suo possesso.

L’onere della prova dell’inadempienza dell’Iraq non ricade sulla comunità internazionale. Tale fatto è stato già acclarato pubblicamente in ambito internazionale anni addietro. È compito di Saddam Hussein, come condizione essenziale per rimanere alla presidenza dell’Iraq, fornire le prove dell’avvenuto disarmo.

Sinora, egli non si è degnato di farlo. Saddam Hussein ha ritenuto che alla comunità internazionale manchi la volontà di far rispettare i suoi decreti.

Per alcuni anni è sembrato ragionevole (anche se vergognoso) non costringere Saddam Hussein a rispettare gl’impegni presi, ma limitarsi ad aspettarlo al varco. Ma, adesso, lo sviluppo di al Qaeda e di altre organizzazioni terroristiche internazionali altamente sofisticate aggiunge un nuovo pericolo alle violazioni commesse da Saddam Hussein contro le risoluzioni dell’ONU. Com’è risaputo, Saddam Hussein è in grado di ordinare la soppressione di un numero spaventoso di vite umane, lanciando un attacco improvviso e segreto contro importanti città occidentali, utilizzando piccole quantità di agenti chimici o biologici.

Per esempio, è bastato meno di un cucchiaino da tè di antrace, sparso nelle lettere, per costringere migliaia di impiegati a Washington a sottoporsi a screening e a un trattamento preventivo contro l’avvelenamento da antrace; inoltre, un edificio degli uffici del Senato è rimasto chiuso per molte settimane per la decontaminazione, due dipendenti di uffici postali sono morti, molti altri hanno sofferto malattie di durata non trascurabile.

Saddam Hussein non ha saputo render conto di oltre 5000 litri — cinque milioni di cucchiaini — di antrace, di cui sappiamo che era in possesso qualche anno fa.

E questa cifra non comprende le migliaia di litri di botulina e di altre armi batteriologiche, fra le quali il gas nervino e il sarin, di cui gli ispettori dell’ONU hanno denunciato la presenza nei suoi arsenali. Così come non comprende le scorte di iprite che gli ispettori dell’ONU hanno riferito essere in suo possesso. "L’iprite non è marmellata" [ndt. È un gioco di parole, perché iprite si dice mustard], è stato il famoso annuncio di Hans Blix nel gennaio scorso. "I governi devono sapere esattamente dove si trova e che cosa si fa con ogni contenitore di iprite". Si tratta infatti di un gas mortale.

In queste ultime settimane, i quotidiani hanno pubblicato rapporti di servizi europei di intelligence che parlavano d’intense attività di gruppi appositamente addestrati di attentatori ceceni e di altri paesi islamici impegnati nel jihad, che preparavano attentati terroristici contro le città europee, nel caso di una guerra in Iraq. Ci sia o no la guerra in Iraq, queste cellule nascoste sono ora entrate in attività, e rimarranno attive per molti anni a venire. Sussistono elevate probabilità che una di queste cellule, o anche più d’una, riescano a mettere le mani su agenti chimici o biologici. E il paese dove potranno farlo con la massima facilità è, di nuovo, l’Iraq.

Che quegli agenti chimici e biologici siano lì, pronti a finire nelle loro mani, dev’esser considerato un fatto accertato, fino a che Saddam Hussein non fornirà le prove di avere distrutto tali sostanze. Per dodici anni egli ha rifiutato di farlo, preferendo far soffrire al suo paese il peso delle sanzioni economiche. Credere che proprio adesso egli sia disposto a fornire tali prove, rappresenta una sfida al buon senso. Ciononostante, ancora una volta, gli è stata offerta una "finestra di opportunità" per dimostrare che ha distrutto tali sostanze, e che esse non costituiscono più alcun pericolo.

Speriamo che Saddam Hussein come ultima ratio si decida a ottemperare agl’impegni solennemente presi nei negoziati di pace del 1991, e che così facendo garantisca finalmente quelle che sono le condizioni minime imprescindibili dell’ordine internazionale. In tal caso, non ci sarà guerra. In tal caso, la politica degli Stati Uniti avrà avuto successo, senza dover ricorrere all’uso delle armi.

 

* Attualmente, alcune compagnie petrolifere francesi, russe e cinesi hanno stipulato contratti per collaborare allo sviluppo dei giacimenti petroliferi iracheni. L’Europa dipende dal petrolio iracheno in misura molto maggiore degli Stati Uniti (soltanto una minima percentuale del petrolio USA proviene dall’Iraq, circa il 6%). Il petrolio iracheno, anzi il petrolio proveniente dal Medio Oriente nel suo complesso, è molto più importante per gl’interessi nazionali europei che non per quelli americani. Già da alcuni anni a questa parte gli Stati Uniti hanno deciso di coprire la stragrande maggioranza del proprio fabbisogno con il petrolio del loro emisfero, in particolare del Canada, del Messico e del Venezuela, e di ridurre costantemente il ricorso al petrolio medio-orientale. L’Europa ha una dipendenza molto maggiore dal petrolio iracheno, ed è molto più coinvolta con l’industria petrolifera irachena. Io credo che gli USA debbano costituire un consorzio con le nazioni che attualmente hanno contratti per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi iracheni, consorzio che dovrà includere in primo luogo l’Italia, la Francia, la Russia e la Cina.

Gli Stati Uniti sperano che entro quindici anni una percentuale significativa delle automobili e degli impianti di riscaldamento americani utilizzerà l’idrogeno come fonte di energia. I modelli sperimentali sono già utilizzati in misura piuttosto ampia, e il presidente Bush ha annunciato un importante programma di ricerca per finanziare tale iniziativa. Gli Stati Uniti si propongono come obiettivo l’indipendenza energetica e, a più breve termine, la riduzione costante del ricorso al petrolio mediorientale.