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ACNews 002-99 — Nella Federazione Russa non c’è libertà religiosa per la Compagnia di Gesù, della quale è stata respinta la registrazione: un’intervista a Keston News Service di padre Stanislaw Opiela, superiore dei gesuiti nel paese

 

Mosca, 17-4-1999. Il 1° aprile 1999 il ministro della Giustizia della Federazione Russa ha respinto la richiesta di registrazione avanzata dalla Compagnia di Gesù ai sensi della controversa legge Della libertà di coscienza e delle associazioni religiose, entrata in vigore nel settembre del 1997. I gesuiti sono così la prima grande organizzazione cattolica, da tale data, a non ottenere il diritto di operare in Russia.

Padre Stanislaw Opiela, superiore dei gesuiti nella Federazione Russa, sostiene — in un’intervista a Keston News Service del 17 aprile 1999 — che la legge del 1997 "si contraddice. Afferma di non interferire nelle questioni interne della Chiesa, ma nei fatti non è così"; e fa rilevare come essa miri a garantire il diritto di ogni realtà religiosa a operare secondo la propria struttura gerarchica. Ma il ministro della Giustizia ha rifiutato ai gesuiti il diritto di fondare un’organizzazione religiosa sul territorio russo, classificandoli come corpo religioso "straniero". Fra gli altri pretesti addotti a sostegno del parere negativo, vi è la struttura "centralizzata" della Compagnia, che contrasterebbe con quanto richiesto da un comma della legge.

Eppure, all’epoca dell’approvazione del testo da parte della Duma, esponenti del Governo russo avevano fornito assicurazioni ai diplomatici occidentali che la legge Della libertà di coscienza e delle associazioni religiose riguardava soltanto realtà religiose del tutto nuove in Russia, quali la Chiesa dell’Unificazione del reverendo Moon, e non era diretta contro organizzazioni a suo tempo soppresse dal regime sovietico. Nella risposta all’avvocato Galina Krylova — che, in qualità di legale dell’ordine religioso, aveva ufficialmente chiesto quali motivazioni fossero all’origine della decisione —, il direttore del Dipartimento per gli Affari delle Organizzazioni Sociali e Religiose, V. Tomarovski, afferma che non vi è la prova della presenza legale dei gesuiti nel paese durante gli ultimi cinquant’anni. In effetti, molti di loro — fra essi l’attuale vescovo di Novosibirsk, S. E. mons. Iosif Werth — sotto il regime sovietico operavano in clandestinità. Evidentemente, l’esser stati vittime dell’oppressione feroce e sanguinosa, messa in atto dal socialcomunismo per oltre settant’anni, non costituisce titolo per poter aspirare alla libertà religiosa in uno Stato che ha scelto per parte sua di praticare la persecuzione amministrativa.

Nella Russia zarista — fa rilevare padre Opiela —, fin dal secolo XVIII, alla Compagnia di Gesù fu concesso di operare anche durante il periodo della sua soppressione, fra il 1773 e il 1814. Esistono documenti, come il decreto imperiale del 18 ottobre 1800, in cui si concede loro la chiesa di Santa Caterina a San Pietroburgo, o come quello riguardante la concessione per l’apertura di un noviziato a Polotsk. Lo zar Paolo I, il 20 novembre 1800, scriveva inoltre: "Ho l’onore di invitare i gesuiti nel mio Stato e di assicurare loro una condizione di sicurezza, allo scopo di aiutare un Ordine così stimato come il vostro, che ha sempre avuto come proprio fondamento e fine la diffusione dei princìpi della salvezza, che si sforza per il miglioramento della morale, portando benefici sia agli individui che alla società in genere".

Come molte altre organizzazioni religiose di altre confessioni, i gesuiti furono soppressi dallo Stato sovietico. Ritornati ufficialmente nella Russia post-comunista nel 1992, sono stati da allora attivi nel campo dell’insegnamento e dell’editoria.

Una nuova richiesta di registrazione, corredata di tutti i documenti che smentiscono l’interpretazione fornita dalle autorità della Federazione Russa, è stata presentata il 16 aprile e si attende ora di sapere quale ne sarà l’esito.