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ACNews 005-2001 — Le elezioni del 13 maggio 2001. Il contesto storico, sociale, politico e religioso (di Marco Invernizzi)

 

L’imminente consultazione politica sarà la terza dopo il 1989 con il sistema elettorale maggioritario, introdotto dopo un referendum abrogativo del sistema proporzionale tenutosi nel 1993.

La caduta del Muro di Berlino nel 1989 e il cambiamento del sistema elettorale in Italia vanno costantemente tenuti presente per ogni analisi di tipo culturale e politico.

Il 1989 segna una svolta epocale nella storia del mondo occidentale e in un certo senso nella storia di tutta l’umanità. Anche se già Papa Paolo VI, negli anni 1970, con i documenti Octogesima adveniens (1971) ed Evangeli nuntiandi (1975) sottolineava la fine della capacità di seduzione delle ideologie — addirittura denunciando il pericolo tecnocratico — con la caduta del Muro di Berlino e poi con l’implosione del sistema sovietico nel 1991 finisce definitivamente l’"assalto al cielo" tentato dall’ideologia comunista, il più compiuto e duraturo tra i sistemi ideologici dei secoli XIX e XX. Le conseguenze investono anche le forze non comuniste, per esempio in Italia la DC, che aveva vissuto politicamente di rendita nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale, grazie alla sua proclamata indispensabilità per impedire l’accesso al potere del PCI, la famosa "diga anticomunista", in realtà organizzando un sistema di potere consociativo fra di essa e il PCI, con il quale legifererà e governerà dal 1960 in avanti. Al di là dei mutamenti politici e partitici — su cui ritorneremo — il 1989 provoca soprattutto un mutamento radicale nella cultura politica e nell’approccio alla realtà in genere. Il crollo delle ideologie non comporta il ritorno al reale ma l’egemonia di un’altra ideologia, che assume nomi diversi — "pensiero debole", relativismo, nichilismo —, ma che in sostanza afferma che l’uomo non può — e quindi non deve — conoscere la verità sull’uomo, sul mondo e su Dio. Le conseguenze di questo diverso approccio alla realtà sono particolarmente visibili nel dialogo con un giovane, che non è più anzitutto interessato a conoscere come cambiare il mondo, ma a come vivere meglio nel suo mondo. Il tema è di grande importanza e va tenuto costantemente presente.

I mutamenti nell’ordine politico-istituzionale derivano principalmente dalla modifica del sistema elettorale, che diventa parzialmente maggioritario — in quanto rimane una quota del 25% di deputati eletti con il sistema proporzionale — a partire dalle elezioni del 1994, nell’ottica di un mutamento che favorisca la governabilità del Paese attribuendo maggiori poteri all’esecutivo rispetto al Parlamento. A questo cambiamento si devono aggiungere altre novità, come l’ascesa della Lega Nord e l’accettazione da parte di quasi tutte le forze politiche di una trasformazione in senso federalista dello Stato centralista, sorto con il Risorgimento e confermato sia dal regime fascista che dalla Prima Repubblica dopo la seconda guerra mondiale. Un’altra novità è rappresentata dal fenomeno extraparlamentare di Tangentopoli, che incide sul Parlamento accelerando la scomparsa della DC e del PSI e preparando l’accesso al governo del PDS, nato dalla trasformazione del PCI dopo la caduta del Muro per iniziativa dell’allora segretario on. Achille Occhetto. Ma quest’ultima operazione non riesce in seguito alla nascita, forse non prevista, almeno quanto alla celerità, di due nuove forze politiche, Forza Italia e Alleanza Nazionale, e della prima scissione da destra nella storia della DC, che porta alla fondazione del CCD. Queste nuove forze politiche, con la Lega, costituiscono il Polo delle Libertà, che sconfigge inaspettatamente nel 1994 la "gioiosa macchina da guerra" del fronte progressista, permettendo la nascita del governo guidato dal cavaliere del lavoro Silvio Berlusconi. Il resto è noto, anche se non appartiene più alla cronaca ma fa già parte della storia della nascente seconda Repubblica. La rottura dell’alleanza politica con il Polo da parte della Lega, le tortuose vicende politiche dell’on. Rocco Buttiglione, che favoriscono la caduta del governo Berlusconi e la costituzione di un governo tecnico guidato da Lamberto Dini — salvo poi una nuova scissione all’interno del PPI che porta la CDU di Buttiglione e di Formigoni ad allearsi con il Polo — segnano due anni di vita politica torbida, prima delle elezioni del 1996, che vedono la vittoria del fronte progressista, l’Ulivo, guidato da Romano Prodi grazie all’essenziale accordo elettorale con il Partito della Rifondazione Comunista. L’instabilità dell’accordo fra le forze di centro-sinistra si manifesta con la sostituzione di Prodi con Massimo D’Alema alla guida del governo e, dopo la vittoria elettorale del Polo nelle elezioni regionali del 2000, con il passaggio del governo nelle mani di Giuliano Amato.

Queste vicende della politica, molto interne al Palazzo e incapaci di suscitare entusiasmo e interesse nella gente, comportano il crescente distacco di quest’ultima dalla politica, particolarmente visibile nell’aumento delle astensioni in occasione delle varie consultazioni elettorali. Anche qui serve una breve riflessione: non mi parrebbe corretto ricondurre il fenomeno dell’astensionismo alla esclusiva incapacità della politica di coinvolgere la società. Mi sembra che i fatti testimonino che sono malate sia la politica, nel senso delle forze che la rappresentano, sia la società, e che soltanto una profonda conversione culturale del corpo sociale potrebbe costringere le forze politiche ad assumere atteggiamenti rivolti alla ricerca del bene comune piuttosto che all’interesse di parte.

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La Chiesa italiana ha colto i cambiamenti prodotti dalle vicende descritte e ha adattato alla nuova situazione il suo atteggiamento nei confronti della consultazione elettorale. La svolta si rende manifesta soprattutto nel Convegno ecclesiale del 1995, a Palermo, quando viene sintetizzato il programma pastorale dei cattolici italiani nella formula del "progetto culturale" orientato in senso cristiano. Quest’ultimo consiste nella presa d’atto che i cattolici italiani sono una minoranza e che la fine dell’esistenza di una società culturalmente cristiana — peraltro già evidente almeno dai referendum su divorzio e aborto negli anni 1970 e 1980 — comporta l’assunzione di un atteggiamento missionario rivolto a mutare i criteri di giudizio dei singoli, cioè la loro cultura, affinché con essa muti anche la cultura della nazione: "il nostro non è il tempo della semplice conservazione dell’esistente — disse Papa Giovanni Paolo II intervenendo al Convegno di Palermo — ma della missione". Questo rapporto fra fede e cultura, così presente in tutto il magistero del regnante Pontefice, implica una presenza diversa della Chiesa italiana nella società. Mentre, fino ai primi anni 1990, la Chiesa ha delegato la difesa dei propri interessi nella vita pubblica soprattutto al partito che in qualche modo avrebbe dovuto rappresentare gl’interessi dei cattolici, il venir meno di quest’ultimo e la consapevolezza di essere una minoranza comportano una presenza diretta, sul piano culturale, da parte del mondo cattolico nelle sue diverse articolazioni e una forma di pressione su tutte le forze politiche affinché assumano, nei rispettivi programmi, i princìpi della dottrina sociale della Chiesa. La decisione su quali forze votare viene quindi lasciata alla responsabilità del singolo, invitato a scegliere dopo aver confrontato i programmi delle forze politiche con la dottrina sociale cristiana.

Questo approccio di fondo alla politica mi sembra caratterizzare anche la prolusione del card. Camillo Ruini al Consiglio Permanente della CEI (26-29 marzo 2001). In essa, il presidente della CEI ricorda l’importanza del voto contro ogni forma di astensionismo, e ribadisce che la Chiesa non si schiererà con alcuna forza politica, proprio richiamando le decisioni di Palermo e in particolare il discorso del Papa in quella sede. Ma questo non legittima "una "diaspora" culturale dei cattolici, un ritenere cioè ogni idea o visione della vita compatibile con la fede, e nemmeno una facile adesione a forze politiche e sociali che si oppongano o non prestino sufficiente attenzione ai principi e contenuti qualificanti della dottrina sociale della Chiesa (cfr. il discorso del Papa a Palermo, n. 10)". Nel comunicato finale del Consiglio Permanente della CEI, datato 3 aprile 2001, viene quindi indicato quello che è stato definito un "decalogo", ossia una serie di princìpi qualificanti e irrinunciabili, dalla centralità della persona al diritto alla vita, passando attraverso la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio che possiede il diritto di educare i propri figli in modo conforme ai propri ideali. Tutti questi principi ricordano l’"eptalogo" del Patto Gentiloni, quando l’Unione Elettorale Cattolica Italiana nelle elezioni del 1913 indicò agli elettori cattolici quei candidati che si impegnavano a sostenere pubblicamente sette princìpi fondamentali per il bene di una società cristiana. I princìpi indicati dal card. Ruini sono il criterio suggerito all’elettore cattolico per giudicare i programmi delle forze politiche che gli chiedono il voto.

Le elezioni del 13 maggio non vengono percepite dalla gente come uno scontro epocale paragonabile a quello del 18 aprile 1948, né alle competizioni precedenti al 1989, quando il voto veniva richiesto da diversi partiti ideologicamente "nemici". L’opinione pubblica è sempre meno attenta allo scontro politico e spesso fatica a capire le differenze fra i programmi dei partiti e delle coalizioni contendenti. Tutto sembra ridursi a un problema di potere personale, tanto che si è coniato il termine "personalizzazione della politica". Vi è molto di vero in queste osservazioni, ma manca una considerazione fondamentale e cioè che il bene comune va comunque ricercato in qualsiasi situazione.

Oggi l’Italia vive sottoposta a un sistema di potere che dura dal 1996 nella versione elettorale del "maggioritario", ma che sostanzialmente perdura almeno dagli anni 1960, dall’inizio dei governi di centro-sinistra. Se questo sistema di potere dovesse venire premiato dagli elettori, rischierebbe di perpetuarsi per molti altri anni, mettendo a repentaglio ogni ipotesi di restituzione alle famiglie della loro centralità sociale e politica, la riforma federalista dello Stato, la fine della persecuzione fiscale, la libertà di scegliere la scuola da parte dei genitori e così via. Se invece il centro-destra dovesse vincere le elezioni, potrebbe essere messo alla prova un modo di governare diverso — così almeno dicono le dichiarazioni pubbliche programmatiche — da quello che ha infierito sulla società italiana per almeno quarant’anni.

Marco Invernizzi

 

Per approfondire si possono leggere:

la prolusione del card. Camillo Ruini in Avvenire del 27 marzo 2001 e il comunicato finale del Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Italiana; i documenti relativi al III Convegno nazionale delle chiese che sono in Italia di Palermo, con il discorso di Giovanni Paolo II in Il Regno-documenti, n. 21 dell’1 dicembre 1995, e nello stesso senso l’editoriale de La Civiltà Cattolica del 6 gennaio 1996 Aprire il cuore alla speranza di un futuro migliore per l’Italia. Sulle vicende politiche italiane negli anni 1990 cfr. Giovanni Cantoni, Riflessioni in tema di partito dopo il "crollo delle ideologie". Verso una politica limitata e forte, in Cristianità, n. 258, ottobre 1996 e La memoria del centro-destra, ibid., n. 269, settembre 1997. Sulle analogie con la passata storia italiana cfr. il mio L’Unione Elettorale Cattolica Italiana. 1906-1919. Un modello di impegno politico unitario dei cattolici, Cristianità, Piacenza 1993.