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Voci per un Dizionario del Pensiero Forte

La Tecnocrazia

di Paolo Mazzeranghi

 

1. Una definizione

Tecnocrazia significa letteralmente "governo dei tecnici"; il "tecnico che governa" è perciò un tecnocrate.

Il termine tecnocrazia si afferma a partire dai primi anni 1930 per indicare il progressivo estendersi — da alcuni auspicato, da altri paventato — del potere dei tecnici di produzione — chimici, fisici e ingegneri — in base al presupposto che chi è in grado di governare il processo industriale aziendale è in grado di governare non solo interi settori produttivi, ma la società industriale nel suo complesso. Ai tecnici industriali subentra presto la classe manageriale, che deve la sua fortuna all’indebolimento del ruolo della proprietà — sia nel suo aspetto di titolarità, con le società per azioni, che nel suo aspetto decisionale —, caratteristico dei grandi complessi industriali. Con il crescente intervento dello Stato nella vita economica dei popoli, con la pianificazione economica e con l’integrazione fra industria e sistema di difesa durante i periodi bellici, con la corsa agli armamenti durante la cosiddetta guerra fredda, il milieu tecnocratico si apre ai più alti livelli della burocrazia statale e degli apparati industrial-militari, nonché, evidentemente, a esponenti di rilievo di facoltà universitarie scientifiche, tecnologiche ed economiche, con un continuo travaso di personale dall’una all’altra realtà, ben esemplificato dalla carriera di Robert S. McNamara, prima presidente della Ford Motor Company, quindi ministro della Difesa degli Stati Uniti d’America all’epoca della guerra del Vietnam (1965-1975), poi presidente della Banca Mondiale. Il rilievo economico e sociale dei flussi finanziari e informativi dagli anni 1980 determina un massiccio apporto del mondo della finanza, dell’informatica e della comunicazione alla formazione della mentalità e del personale tecnocratici. Comunque, la qualifica di tecnocrate spetta al tecnico non perché specialista, ma in quanto ritenga di possedere gli elementi per applicare la tecnica al governo di ogni ambito umano.

 

2. L’ideologia tecnocratica

Solitamente si attribuisce la prima espressione di consapevole ideologia tecnocratica al filosofo e sociologo francese Claude-Henri Rouvroy, conte di Saint-Simon (1760-1825), che nell’opera Réorganisation de la société européenne, del 1814, afferma: "Tutte le scienze, di qualsiasi specie esse siano, non sono che una serie di problemi da risolvere, di questioni da esaminare, e differiscono tra loro solo quanto alla natura di tali questioni. Così, il metodo che si applica ad alcune di esse deve convenire a tutte per il fatto stesso che conviene ad alcune [...]. Finora, il metodo delle scienze sperimentali non è stato introdotto nelle questioni politiche: ciascuno vi ha contribuito con i propri modi di vedere, di ragionare, di valutare, e ne consegue che in esse non c’è ancora esattezza delle soluzioni né generalità dei risultati. Ora è tempo che cessi questa infanzia della scienza". Saint-Simon per primo candida al potere politico quanti, all’epoca, presiedono al processo di trasformazione economica della Francia, i dirigenti industriali e i tecnici, auspicando che alla politica subentri la scienza della produzione, al "governo degli uomini" l’"amministrazione delle cose". Sulla stessa via procede un altro filosofo e sociologo francese, Auguste Comte (1798-1857), che dalla considerazione della società industriale, scientifica e tecnologica come sbocco di tutta la storia universale fa discendere la necessità di una direzione tecnologica e non politica della società. L’ideologia tecnocratica si basa su una concezione del campo d’azione e del metodo della scienza, dei rapporti fra scienza e tecnica, e del ruolo sociale della tecnica secondo cui è reale solo quanto è quantificabile, comprovabile empiricamente, manipolabile, e pertanto ogni aspetto del reale, anche del reale socio-politico, è indagabile con gli strumenti delle scienze esatte; quindi, secondo il moderno inscindibile rapporto fra l’investigazione teorica, la scienza, e il dominio sull’oggetto investigato, la tecnica, a quest’ultima spetta anche una funzione di sperimentazione e di direzione sociale e politica. Poiché la concezione tecnocratica è una visione semplificata del reale, atta a dirigere l’azione, essa si può definire propriamente un’ideologia.

 

3. Il potere tecnocratico

Ciò che caratterizza la tecnocrazia è la tendenza non ad affiancare il potere politico per consigliarlo secondo competenza, ma a soppiantarlo, assumendo in proprio la funzione decisionale. Eliminando la divisione fra politica come regno dei fini e tecnica come regno dei mezzi, il tecnocrate abbandona il terreno tecnico-economico e dei mezzi dell’azione sociale per entrare in quello dei fini e dei valori, pretendendo che la decisione di tipo politico, discrezionale — sulla base di criteri prudenziali e morali — possa essere sostituita da una decisione non discrezionale, frutto di calcoli e previsioni di tipo scientifico, sulla base di puri criteri di efficienza. "Nella mentalità tecnocratica — sintetizza Claudio Finzi — razionalità e "verità" sono inscindibilmente unite, secondo un modulo quasi universalmente riconosciuto nel pensiero contemporaneo, in cui inoltre la razionalità è fondata su elementi meramente quantitativi, relegando nel mondo dell’irrazionale, quindi del deprecabile per definizione, tutto ciò che non è quantificabile. Ovviamente non c’è più posto per giudizi di valore, cioè quei giudizi che per loro stessa essenza non possono essere fondati su elementi quantitativi". L’occupazione della sfera politica comporta la demonizzazione per incompetenza, per corruzione e per particolarismo dei soggetti che tradizionalmente vi operano, e l’affermazione della piena sufficienza della competenza per la gestione della cosa pubblica, sulla base di una concezione semplicistica della società come unità produttiva di cui in un primo momento massimizzare l’espansione economica, o — in un secondo tempo — da integrare in un sistema economico mondiale; a tale fine devono adattarsi le strutture istituzionali — si pensi a quanti, in Italia, auspicano una Costituzione riscritta avendo come obiettivo il mercato globale — e amministrative. Dalla sfiducia tecnocratica nella volontà o nella capacità degli individui singoli o associati di realizzare il più efficiente assetto economico deriva la propensione a pianificare la società mediante un sistema di controllo tecnoburocratico, come dall’espunzione dalla vita sociale di ogni principio non quantificabile l’avversione per un concetto di bene comune non ridotto a puro benessere materiale.

 

4. Tecnocrazia e mondialismo

Se le coordinate culturali remote dell’ideologia tecnocratica risalgono all’industrializzazione degli Stati nazionali europei — soprattutto della Francia nel secolo XIX — il termine e il fatto si esplicitano e si affermano nella seconda metà del secolo XX, quando si realizzano le condizioni per una proiezione su scala mondiale, nella duplice prospettiva della soluzione dei grandi problemi planetari e della globalizzazione dell’economia. Agli inizi degli anni 1970 — famoso il rapporto realizzato per il Club di Roma dal System Dinamics Group del MIT, il Massachussetts Institute of Technology, uno dei maggiori laboratori mondiali del pensiero tecnocratico, e diffuso in Italia nel 1972 con il titolo I limiti dello sviluppo — si inizia ad affermare la necessità di pianificare un arresto della crescita demografica e una riduzione dei consumi per fronteggiare il degrado dell’ambiente e l’esaurimento progressivo delle risorse naturali. La prospettiva di affidare le sorti dell’umanità a una comunità scientifica e tecnologica internazionale presuppone una centralizzazione decisionale che concentrerebbe poteri immensi nelle mani di una burocrazia mondialista e ridurrebbe la libertà dei singoli e la sovranità dei popoli, come peraltro da tempo avviene quando gli organi ufficiali del superpotere finanziario mondiale — Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale — subordinano gli aiuti ai paesi sottosviluppati o in via di sviluppo all’adozione di determinati modelli socio-economici o di politiche denatalistiche.

La globalizzazione dell’economia si è scontrata fino al 1989 con l’esistenza dei due sistemi considerati ideologicamente antagonisti, quello sovietico e quello occidentale. La presenza in essi delle stesse pulsioni tecnocratiche e di analoghi meccanismi burocratici e di controllo sociale, più che avvalorare la considerazione tecnocratica della natura sovrastrutturale delle ideologie politiche, in realtà evidenziava la progressiva infiltrazione di queste da parte dell’ideologia tecnocratica, che potrebbe originare, a seconda del contesto politico, sistemi tecnodemocratici, tecnoautoritari e tecnosocialisti. Gli imponenti scambi economici e finanziari e gli inquietanti fenomeni di "solidarietà" fra gruppi industrial-militari delle due superpotenze nel clima della guerra fredda rivelavano l’opera di correnti di pensiero e di gruppi tesi al superamento dei blocchi in un progetto globalistico di pianificazione delle risorse umane e materiali del pianeta. Progetto che appare, dopo il crollo del sistema imperiale sovietico nel 1989, a portata di mano, qualora i poteri tecnocratici mondialisti riescano a evitare non solo il risveglio delle nazionalità prima soggiogate nell’"inferno delle nazioni" sovietico, ma pure che gli Stati cosiddetti liberi escano da quella sorta di sovranità limitata creata dalle sfere d’influenza delle superpotenze. Traendo spunto da situazioni di crisi di origine spesso ambigua quanto agli attori e alle motivazioni — etniche, religiose e ideologiche — viene affermata perciò la necessità di spoliticizzazione anche a livello internazionale: in questa prospettiva alle istituzioni sovranazionali non è più chiesto di risolvere problemi di giustizia fra comunità politiche e di solidarietà fra popoli, ma di essere organi di un unico ordine politico e militare mondiale.

 

5. Tecnocrazia e totalitarismo

Questo detto, è opportuno guardarsi dall’identificare come tecnocratico quanto è solo proprio di un’epoca pesantemente segnata dalla tecnologia, così come dal pensare che tutti gli ambienti che manifestano atteggiamenti tecnocratici condividano le stesse prospettive ideologiche e operative. L’essenza della concezione tecnocratica, oltre gli abiti con cui si è storicamente presentata — dovuti essenzialmente a quanto, di volta in volta, dalla macchina utensile ai meccanismi della finanza selvaggia, è stato considerato il principale fattore di sviluppo —, risiede nella pretesa di amputare il reale di quanto non è quantificabile e manipolabile, e quindi di espungere dalla vita degli uomini tutto quanto dice relazione a princìpi, specchio di un ordine trascendente. Non meravigliano quindi le combine fra certi poteri tecnocratici e forze politiche che, dopo aver smessi i panni di una mitologia socio-economica squalificata, confermano però la propria natura relativistica; non meraviglia, cioè, che al relativismo caldo di febbre ideologica si giustapponga o si sostituisca un relativismo freddo — ma non meno pericoloso — di apparente rigore tecnico. Non sfugge neppure la valenza totalitaria — nelle finalità come nei metodi di attuazione — della prospettiva tecnocratica, se per totalitarismo s’intende l’occupazione di ogni spazio della vita individuale e associata da parte di chi tenta di rimodellare in modo utopistico la realtà.


Per approfondire: vedi i classici studi di James Burnham (1905-1987), La Rivoluzione manageriale, trad., it., Bollati Boringhieri, Torino 1992; e di Jean Meynaud (1914-1972), La tecnocrazia. Mito o realtà?, trad. it., Laterza, Bari 1966, felici come descrizioni ma discutibili come interpretazioni; sul problema del potere nella società industriale, vedi Raymond Aron (1905-1983), La società industriale, trad. it., Edizioni di Comunità, Milano 1971; e Domenico Fisichella, Il potere nella società industriale, Laterza, Roma-Bari 1995; un’utile sintesi dei contributi di D. Fisichella in tema di tecnocrazia è L’altro potere. Tecnocrazia e gruppi di pressione, Laterza, Roma-Bari 1997; vedi una più approfondita lettura dell’ideologia tecnocratica, in Claudio Finzi, Il potere tecnocratico, Bulzoni, Roma 1977; e una prima denuncia di essa, in Antonio Rosmini Serbati (1797-1855), Frammenti di una storia dell’empietà e scritti vari, a cura di Rinaldo Orecchia, Cedam, Padova 1977, pp. 57-95.