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GIOVANNI CANTONI, Cristianità n. 323 (2004)
Promemoria su "paese reale", "paese legale" e "paese mediatico"
"Lorigine della
parola italiana paese va ricercata nel latino pagus
che voleva dire villaggio. Dunque, la storia di "paese", nella preziosa ricostruzione dellitinerario di significato fornita da Stefano Gensini, docente di Semiotica nelluniversità di Salerno, e da Giancarlo Schirru, docente di Geografia Linguistica nelluniversità di Cassino, in provincia di Frosinone, è straordinariamente illuminante, tale da meritare di essere riferita ampiamente, o almeno così mi pare. Soprattutto là dove viene segnalata la nascita della contrapposizione fra "paese reale" e "paese legale", che in Italia avrà la sua espressione felicemente ritardata dalle diverse Italie storiche, che prima dellUnità avevano anche veste politica quando, dopo la Rivoluzione nazionale, il cosiddetto Risorgimento, verrà introdotto lo stesso voto censitario ricordato a proposito della Restaurazione in Francia e avrà agibilità politica una percentuale di elettori, su una popolazione di circa 22 milioni di abitanti, pari all1,9% (2); la stessa percentuale, grosso modo, degli italofoni (3). Si tratta di una contrapposizione che, oltre la storia evocata, ha acquisito un significato strutturale: infatti a questo punto cito da Il dizionario della lingua italiana di Giacomo Devoto (1897-1974) e Gian Carlo Oli , se sindicava con "P[aese]. legale, il corpo elettorale della Francia nel periodo della Restaurazione, contrapposto al p[aese]. reale, costituito dalla stragrande maggioranza del popolo escluso dal diritto di voto; oggi, con lespressione p[aese]. reale si tende a sottolineare il distacco e la contrapposizione dei cittadini nei confronti delle forze politiche istituzionali che li rappresentano" (4). Ma, come accade in genere nel caso delle contrapposizioni, il loro stesso carattere polemico induce a escludere, almeno in prima ipotesi e quasi per principio, altri eventuali significati dei termini per così dire coinvolti nella contrapposizione stessa, semplicisticamente idealisticamente applicando alla realtà una legge della logica, cioè della strumentazione per conoscere la realtà stessa: tertium non datur, "non esiste una terza possibilità". Quindi, si è indotti a credere che gli unici due "paesi" possibili siano quello reale e quello legale. Però mi pare che le cose stiano diversamente, almeno dagli anni 1920, quando è stata inventata la radio e ha avuto inizio un nuovo modo di comunicazione, giunto allinvadenza e alla pervasività oggi a tutti note e da tutti patite. Ma, nonostante tali invadenza e pervasività o proprio a causa di esse, che le trasforma in condizioni percepite come "naturali" non viene quasi colto quanto è accaduto, neppure nei termini, per altro decisamente esigui, con i quali sono culturalmente registrate linvenzione della stampa nel secolo XVI e le sue conseguenze sulla vita sia individuale che sociale, dal campo della religione a quello della politica. Eppure, a partire dai citati anni 1920 è nato e si viene svolgendo un terzo paese, che propongo di denominare "paese mediatico", cioè il paese così comè rappresentato dai mezzi di comunicazione sociale: nello stesso tempo rappresentazione del mondo reale e di quello legale. E questo "terzo", comparso allinterno della contrapposizione fra paese reale e paese legale, e almeno non percepito come terzo, accresce lincomprensione, cioè la non corrispondenza, quindi la "litigiosità" fra i due noti. Quanto viene accadendo nella Repubblica Italiana, con unaccelerazione visibile a occhio nudo dopo la tornata elettorale per il Parlamento Europeo del 12 e 13 giugno 2004, mi ha suggerito la redazione di questo promemoria, che credo utile sia per ogni politico di professione che per ogni politico "periodico", cioè per ogni cittadino. E forse, avendo lavvertenza destendere anche alle istituzioni ecclesiastiche quanto rilevato a proposito di quelle politico-sociali, non inutile neppure per i servitori del popolo di Dio e i membri generici di esso (5). Allo scopo, che dichiaro, di suscitare opportuna diffidenza verso mediazioni per nulla "naturali", ma assolutamente storiche, che trasformano la realtà in una sua rappresentazione necessariamente selettiva; e non si tratta di una selezione fatta da soggetti eletti, scelti o, comunque, certificati da un consenso, ma che simpongono surrettiziamente piuttosto che proporsi. Forse, dunque, vi è ben di più del cosiddetto "conflitto dinteressi" e soprattutto di ben più strutturale. Che dice relazione alla cosiddetta "opinione pubblica", cioè a quanto di più parziale e di più privato si possa immaginare, e a coloro che ne sono piuttosto i creatori che i promotori o, tantomeno, i "modesti" veicoli. Giovanni Cantoni *** (1) <www.educational.rai.it/lemma/testi/spazio/paese.htm>. (2) Cfr. Alfredo Capone, Destra e Sinistra da Cavour a Crispi, vol. XX della Storia dItalia diretta da Giuseppe Galasso, TEA, Milano 1996, pp. 186. (3) Cfr. Tullio De Mauro, Storia linguistica dellItalia unita, Laterza, Roma-Bari 1999, p. 43. (4) Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli, Il dizionario della lingua italiana, Le Monnier, Firenze 2004, sub voce, p. 1902. (5) Cfr. il mio Per una corretta recezione del Magistero, contro il "nominalismo mediatico", in Cristianità, anno XXXII, n. 322, marzo-aprile 2004, pp. 3-4. |
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