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Cristianità n.
295-296 (1999)
Il
superiore della Provincia Francescana: "La Chiesa cattolica
in Bosnia-Erzegovina"
Fra Petar nasce Marko
Andjelovich il 9 dicembre 1937 a Boch, comune di Brcko, in
Bosnia-Erzegovina. Dopo listruzione primaria nel paese
nativo frequenta il Ginnasio Classico di Visoko e teologia
alla Scuola Francescana di Teologia di Sarajevo. Conclusi
gli studi teologici lavora per un certo periodo come
sacerdote in Germania, in parrocchie della diocesi di Essen.
Dal 1970 al 1975 studia a Münster Scienze della
Comunicazione e Pubblicistica. Già in questo periodo
aderisce a movimenti che simpegnano per la pace in
Nigeria, in Biafra e altrove.
Al ritorno in Bosnia fra
Petar entra nellamministrazione della sua
comunità dapprima, per sei anni, come segretario
provinciale; poi, per tre anni, come consigliere; per sei
anni come guardiano; per tre anni come parroco, e infine,
dal 1991, come provinciale della Provincia Francescana Bosna
Srebrena, "Bosna Argentina". Svolgendo questi incarichi fra
Petar ha accumulato abbondante esperienza specialmente nella
pratica della convivenza fra nazioni e religioni diverse.
Condizione di questa convivenza è la pace, e
condizione della pace è la tolleranza fondata sul
rispetto dei diritti umani fondamentali. Questa è
lidea guida della vita e dellopera di fra
Petar.
Il periodo della sua
"dimostrazione" pacifica è stato quello degli anni
prebellici, e ancor più quello bellico, dal 1992 al
1996. Dapprima ha fatto di tutto, attraverso i leader
religiosi, per evitare la guerra in Bosnia-Erzegovina.
Dallorganizzazione di preghiere comuni in alcuni
luoghi del paese allincontro con gli esponenti
più importanti delle singole comunità
religiose significativo lincontro con il
patriarca ortodosso Pavle a Belgrado e a interventi
pubblici sui media, fra Petar ha combattuto la sua
battaglia per la pace.
Numerosi anche i suoi
incontri con i leader politici delle parti in lotta,
per fermare i conflitti bellici, per il rilascio dei
prigionieri o per il semplice rispetto dei diritti umani.
Proprio questo aspetto del suo impegno ha avuto un grande
riconoscimento.
Accanto a questo lavoro di
preghiera e di azione politica, volto alla creazione e al
consolidamento della pace, fra Petar si è adoperato
per trovare adeguato alloggio ai profughi e per far arrivare
un pezzo di pane a quanti per anni sono vissuti in stato
dassedio. A questo fine ha fondato
lorganizzazione umanitario-caritativa Kruh Svetog
Ante, "Il pane di SantAntonio", che è
stata autorizzata a operare sia in Bosnia-Erzegovina sia in
Croazia. In seguito è stata registrata in Germania.
Bisognava sopravvivere per giungere a vedere la pace. Nel
1997, per il suo impegno, ha ricevuto il premio
Menschenrechtspreis della fondazione tedesca
Friedrich-Ebert.
Nellambito della sua
comunità ha fondato anche l"Agenzia per il
ritorno dei profughi", volta alla pianificazione e alla
realizzazione del ritorno degli esuli e dei profughi.
Proprio al ritorno si vedrà quanto la pace è
salda.
Allinizio del 1994,
prendendo a modello i suoi predecessori francescani, che il
1° maggio 1859 fondarono l"Agenzia della
provincia francescana e del popolo cattolico presso
lautorità amministrativa imperiale-ottomana a
Sarajevo", ha ripristinato a Sarajevo, attraverso "Il pane
di SantAntonio", lattività di tale ente,
con il nome di "Agenzia per i diritti umani, la mediazione
umanitaria e lassistenza giuridica".
È possibile trovare
esposte le posizioni di principio politiche,
teologiche, sulla pace, e così via di fra
Petar e della sua comunità francescana nella sua
opera Mi ostajemo, "Noi rimaniamo", edito a
Zagabria nel 1995, e nella serie Svjedoci vremena,
"Testimoni del tempo". Ho intervistato il religioso nella
sede della Provincia Francescana a Sarajevo nellagosto
del 1999, e gli ho poi sottoposto il testo
dellintervista per lapprovazione.
D.
Può ripercorrere a grandi linee il cammino storico
della Chiesa cattolica in Bosnia Erzegovina e il ruolo in
essa svolto dai francescani?
R. Il cristianesimo arriva molto presto nei
Balcani, già in età apostolica, quindi ancor
prima dellarrivo degli slavi. Questi ricevono e
assimilano il cristianesimo dagli autoctoni. Nel secolo XI,
con lo scisma fra le Chiese dOriente e
dOccidente, i croati rimangono legati a Roma, mentre i
serbi saranno sempre più nellorbita di
Bisanzio. Prima dellarrivo dei turchi, in Bosnia
compare leresia di tipo gnostico del bogomilismo: di
qui la necessità dellinvio di missionari che
predicassero contro di essa. La missione dei domenicani non
riesce, così che i re bosniaci chiedono a Papa Nicola
IV linvio di missionari francescani: nel 1291 ha
inizio la presenza francescana in Bosnia. Recentemente ne
abbiamo celebrato il 700° anniversario.
Lattività dei francescani in quel periodo
è molteplice: predicano, cercano di far tornare al
cattolicesimo gli eretici; i frati sono attivi alla corte
come conoscitori della lingua latina lingua ufficiale
della diplomazia e come consiglieri. È un
tempo che dà i suoi frutti: i francescani si
espandono e cercano le nuove vocazioni nel popolo,
mettendovi profonde radici. Ma, con la conquista turca nella
seconda metà del secolo XV la Bosnia cade nel
1463, lErzegovina nel 1483 cominciano i
problemi. I turchi diffondono nel popolo lislam per
rinsaldare il loro potere. Fra Angjeo Zvizdovich riesce
però a ottenere dal sultano Maometto II il
Conquistatore un decreto, Ahd-nama, che garantisce ai
francescani, quindi ai cattolici, la libertà
personale e religiosa. Lanno scorso abbiamo celebrato
il 500° anniversario dalla morte di fra Angjeo, volendo
ricordare e sottolineare che il frate bosniaco capiva la
necessità dincontrare laltro, le altre
religioni, di cercare il dialogo senza fuggire, rimanendo,
pur sottomesso, in attesa di un tempo migliore in cui
ottenere la parità. Sotto il dominio turco i frati
svolgono per il popolo un ruolo chiave, come insegnanti e
come medici, come garanti dellesistenza della
comunità cattolica croata in Bosnia. Fiorisce anche
lattività letteraria, gli scrittori francescani
vengono in Italia a Venezia, a Roma e ad Ancona
a stampare le loro opere. Però, quando i
turchi perdevano qualche battaglia, in Ungheria o altrove,
venivano a distruggere i nostri conventi e a uccidere i
frati, considerati alleati di Roma e dellOccidente e
accusati di tradire i segreti militari. Dopo la lunga guerra
dellimpero asburgico contro i turchi, dal 1683 al
1699, della ventina di conventi francescani prima esistenti
ne rimangono soltanto tre, in quanto, dopo la sconfitta, i
turchi tendono a eliminare ogni presenza cristiana nel
territorio rimasto sotto il loro dominio. Se nei Balcani
è rimasta la cultura occidentale, il merito è
dei francescani, che hanno pagato con la vita la difesa
della Cristianità, diventando davvero antemurale
Christianitatis.
D.
Qualè la posizione degli ortodossi in questo
periodo?
R. Con la conquista ottomana alcuni serbi fuggono,
altri sono posti dalle potenze europee al confine fra
limpero ottomano e lOccidente, così che
si arriva al mescolarsi della popolazione croata, musulmana
e serba in Croazia e in Bosnia. Ma, in genere, i capi serbi
hanno accettato di collaborare con i turchi rimanendo in
Serbia, a differenza dei montenegrini, che hanno lottato di
più.
D. Che
posizione assumono poi i francescani verso limpero
austro-ungarico?
R. Lannessione della Bosnia-Erzegovina
allAustria, nel 1878, rappresentava qualcosa di
più di un protettorato. Viene favorito il progresso
civile costruzione di strade, di scuole, e
così via e la Chiesa cattolica è
aiutata. Come paese cattolico, lAustria cerca di
riparare allo stato di miseria lasciato dai turchi. Ma noi
francescani ci siamo nuovamente trovati nella posizione di
difendere la nostra cultura. Eravamo legati alla
Bosnia-Erzegovina e al suo popolo e volevamo che fosse un
paese autonomo, tanto da guardare con sospetto anche
allAustria, in quanto forza straniera, condividendo
invece le aspirazioni della Croazia e dellUngheria a
scrollarsi di dosso il dominio austriaco: il panslavismo ha
così condotto nel 1918 alla creazione
della cosiddetta "prima Iugoslavia". Con il ritiro dei
turchi si arriva inoltre allintroduzione della
gerarchia ecclesiastica ufficiale: fino ad allora i
francescani erano stati anche vescovi per esempio
Marijan Èunjich , mentre ora devono farsi da
parte e lasciare le parrocchie sotto la guida del clero
secolare. Nascono così tensioni fra i francescani e
il clero secolare, come avviene ancora adesso in Erzegovina.
Per quattro secoli, sotto i turchi, i francescani erano
stati anche vescovi e parroci, si occupavano di tutto. Il
clero secolare chiede ai frati di consegnar loro le
parrocchie, cosa difficile da realizzarsi, soprattutto sotto
il regime comunista. Anche oggi noi possiamo vivere in
Bosnia solo se abbiamo parrocchie. Qui la situazione non
è come in Germania o in Italia: guardando al passato
si comprende perchè i francescani rimangano tanto
attaccati alle parrocchie.
D. Ora la
situazione sta migliorando?
R. In Erzegovina, nellarcidiocesi di Mostar
è tuttora tesa. Nella nostra arcidiocesi di Vrhbosna
invece non vi sono problemi di rilievo.
D. E
Medjugorje che funzione ha in tutto questo?
R. Medjugorje è un problema ulteriore. La
mia opinione è che il vescovo tema che i frati
guidino Medjugorje e, nel caso di un riconoscimento
ufficiale, diventino troppo forti. In proposito bisogna
andare molto cauti. Milioni di persone credono alle
apparizioni. Ai frati preme molto che la gente venga e si
converta, preghi e si confessi. È un bellissimo
miracolo che in un paesino come Medjugorje giungano a
pregare persone da tutto il mondo.
D. Torniamo
al cammino storico: il comunismo e gli ultimi
avvenimenti...
R. Con il comunismo inizia un nuovo periodo di
difficoltà per la Chiesa cattolica. Non si contano le
persecuzioni dei francescani, soprattutto alla fine della
seconda guerra mondiale. Sulla scorta dellesperienza
dei tempi dellimpero ottomano, i francescani trovano
però il modo di sopravvivere anche durante il regime
comunista, riuscendo a preservare il piccolo seminario di
Visoko e la scuola di Teologia a Sarajevo. Alla vigilia
dello smembramento della Iugoslavia, la Chiesa cattolica
godeva perfino di un certo prestigio, e aveva un buon numero
di sacerdoti. Come i polacchi, abbiamo anche noi contribuito
a far cadere il comunismo!
In questultima
guerra, ancora una volta e lo si può
documentare siamo stati dalla parte dei feriti, dei
poveri, degli affamati e dei malati. Abbiamo sempre cercato
di far sì che a muoverci non fosse
lappartenenza a una nazione, bensì la fede, il
carisma di san Francesco. Per questo oggi siamo accettati e
ben visti dai serbi, dai musulmani e dai cattolici,
perché non abbiamo predicato il nazionalismo, ma il
dialogo, lincontro delle persone. Siamo pure convinti
che la Bosnia-Erzegovina debba esistere come Stato, come la
migliore soluzione per tutti e tre i popoli, e penso che
questidea sia stata accettata anche dalle Potenze
occidentali. Per laiuto alle persone bisognose esiste
la Caritas. Noi francescani abbiamo istituito "Il pane di
SantAntonio". In quanto piccola organizzazione, siamo
molto "mobili": quello che riceviamo arriva subito a chi
è nel bisogno. Ultimamente lavoriamo al progetto di
fondare un centro studentesco, condotto da noi, che conservi
lidea della Bosnia. In questo centro soggiornerebbero
studenti serbi, musulmani e croati, a cui vogliamo insegnare
a dialogare, perché in Bosnia sia possibile la
convivenza. È impossibile dividere la
Bosnia-Erzegovina. Manca un criterio per farlo. Le
nazionalità sono tutte mescolate, specialmente nelle
città. Se la Bosnia si divide, bisogna compiere
uningiustizia verso qualcuno, perché si arriva
alla pulizia etnica. La Bosnia è il paradigma della
vita futura dellEuropa. In Italia o in Germania, per
esempio, vivono già insieme diversi popoli e diverse
comunità religiose. In Bosnia occorre conservare
lesperienza secolare della convivenza, così che
i popoli, con la loro identità nazionale e religiosa,
possano collaborare vivendo insieme. La Bosnia è
profezia per lEuropa.
D. Come
superare il problema della sovrapposizione, nellislam,
dellambito politico a quello spirituale?
R. Sì, è un problema reale. Lo
stesso avviene presso gli ortodossi. I musulmani della
Bosnia si sono irrigiditi a causa della guerra, ma, se si
staccano dal fondamentalismo musulmano, possono
europeizzarsi, sulla base di una tradizione secolare di
convivenza. Naturalmente, ci aspettiamo dallEuropa che
non permetta la prevaricazione di nessuna maggioranza. Vi
devessere luguaglianza di tutti i popoli e di
tutti gli uomini in Bosnia. Il problema va risolto a livello
di Costituzione, e non con il fucile.
D. La
formula sancita dallaccordo di Dayton, del 21 novembre
1995, aiuta questo processo?
R. Laccordo di Dayton ha fatto cessare la
guerra e promosso lidea che va mantenuta
della Bosnia-Erzegovina come Stato unitario. Sicuramente,
per quanto riguarda lordinamento interno, prima o poi
bisognerà cambiare qualcosa dellaccordo di
Dayton. Questa divisione in due entità non ha futuro.
Credo che si arriverà alla cantonizzazione, che
è una ricetta migliore della divisione in due
entità. Occorrerà quindi cantonizzare anche la
Republika Srpska, la "Repubblica Serba", in modo da avere
uno Stato unitario con un determinato numero di cantoni al
suo interno, come nel caso del Belgio o, ancor meglio, della
Svizzera.
a cura di
Ruggero Cattaneo
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