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Intervista con il
professor Reynald Secher, Cristianità n. 224
(1993)
Dal
genocidio vandeano al "memoricidio"
Il tema delle insurrezioni
contro-rivoluzionarie nella Francia Occidentale
particolarmente quello delle insurrezioni nella Vandea
Militare, episodiche sin dal 1789, ma esplose con grande
rilevanza a partire dal mese di marzo del 1793 ha
acquistato una certa notorietà per il mondo dei
mass media attenti sempre e solo a ciò
che "fa notizia" e suscita clamore , grazie
allallocuzione pronunciata da S. Em. il card. Paul
Poupard, presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura,
il 18 luglio 1993 a Le Pin-en-Mauges, e al discorso tenuto
dallo scrittore russo Aleksandr Isaevic Solzenicyn il 25
settembre a Les Lucs-sur-Boulogne (cfr., rispettivamente,
Jacques Cathelineau, "il Santo dellAnjou", un
combattente sotto lo stendardo del Re del Cielo e
Onore alla memoria della resistenza e del sacrificio
deglinsorti vandeani del 1793 contro la
Rivoluzione, in Cristianità, anno XXI, n.
222, ottobre 1993).
Al secondo avvenimento ha
fatto eco anche la stampa italiana, sulla quale hanno
ritrovato voce alcuni pregiudizi, di per sé mai
scomparsi, che ancora una volta mostrano "in controluce"
limportanza e la "scomodità" del ricordo
dellinsurrezione vandeana. Per esempio, pur sostenendo
che "non si tratta di demonizzare il moto vandeano,
né di dimenticare gli eccessi sanguinosi e disumani
della sua repressione (come quelli dei ribelli, del
resto)", il professor Giuseppe Galasso ha
sottolineato che, alla domanda se si possa o meno sostituire
un riferimento politico-culturale contro-rivoluzionario "di
tipo vandeano" al "mito" della Rivoluzione di Francia,
"se si accettano certe confluenze ideologico-celebrative,
le risposte possono essere solo positive: ma non vi
consentono né la storia, né gli ideali della
più alta tradizione europea. Sarebbe come se in
Italia celebrassimo la Santa Fede o il Viva Maria!
toscano, il cardinale Ruffo e i Borboni o i Savoia della
Restaurazione. Niente male, davvero, per cominciare il
secolo XXI" (È come se noi onorassimo il
Sanfedismo, in Corriere della Sera,
24-9-1993).
Nel mese di ottobre del
1993, il professor Reynald Secher ha compiuto un breve ciclo
di conferenze in Italia, in occasione del secondo centenario
del genocidio vandeano. Reynald Secher, dal 1989 a oggi,
è stato più volte protagonista di congressi e
di conferenze organizzate da Alleanza Cattolica, a partire
dal convegno internazionale Contro lOttantanove.
Miti, interpretazioni e prospettive, svoltosi a Roma il
25 e 26 febbraio 1989 (cfr. "Contro lOttantanove.
Miti, interpretazioni e prospettive", in
Cristianità, anno XVII, n. 167-168,
marzo-aprile 1989), che fu loccasione della sua prima
comparsa pubblica italiana e lavvio della sua
notorietà nel nostro paese. Hanno fatto seguito, poi,
numerose altre manifestazioni, incontri e conferenze,
organizzati direttamente o indirettamente da Alleanza
Cattolica (cfr., per esempio, Reynald Secher: il
genocidio vandeano, in Cristianità, anno
XX, n. 207-208, luglio-agosto 1992).
Il 27 ottobre 1993 Reynald
Secher ha tenuto una conferenza dal titolo Vandea
1793-1993: la memoria di un genocidio, organizzata da
Alleanza Cattolica nella Sala delle Colonne Verdi, presso la
parrocchia di Santa Francesca Romana in Milano, brevemente
introdotto dellavvocato Benedetto Tusa,
dellassociazione promotrice. La conferenza è
stata annunciata, il giorno stesso, sul Secolo
dItalia, e unintervista con lo storico
francese raccolta nelloccasione è
comparsa, a cura di Fabrizio Crivellari, su LItalia
settimanale (anno II, n. 46, 17-11-1993, pp. 48-49), con
il titolo Robespierre, padre dei razzisti. Al termine
della serata milanese è stata registrata
unintervista introdotta dal dottor Enzo
Peserico, di Alleanza Cattolica con lo studioso
francese, per Radio Onda Verde, di Cremona. Il 28
ottobre Reynald Secher ha parlato, sempre a Milano, alle
alunne della scuola Monforte, mentre il 29 ha trattato il
medesimo tema per gli alunni della scuola
Argonne.
Il 30 ottobre Reynald Secher
si è trasferito a Bologna dove è stato
ricevuto dallarcivescovo, S. Em. il card. Giacomo
Biffi. Nel corso della mattinata lo studioso ha tenuto una
conferenza organizzata dal Centro Culturale Enrico
Manfredini nella sala di rappresentanza della Cassa di
Risparmio, con il patrocinio delluniversità, e
ampiamente annunciata dalla stampa locale dal titolo
Quando uccidono un popolo, introdotto dal card.
Giacomo Biffi. Entrambi gli oratori sono stati presentati
dal dottor Raffaello Vignali, presidente del sodalizio
organizzatore, che, fra laltro, ha detto: "Nel
titolo che abbiamo dato alla giornata odierna, abbiamo
tentato di sviluppare questi spunti: un momento del tempo,
un accadimento cruento e terribile, un giudizio: quando
uccidono un popolo. Sono mutati i tempi, sono diversi i
contesti da quello che il proto-comunista Gracchus Babeuf
già stigmatizzava, ma il popolo può essere
sempre ucciso dallideologia del momento, assuma essa
labito sanguinoso della guerra o quello più
apparentemente rispettabile dellomologazione sociale.
Soprattutto quando lideologia fosse anche
quella dello Stato pretende di eliminare la
libertà religiosa, o meglio la Libertas Ecclesiae,
che è la condizione di ogni libertà
civile".
Nellintroduzione
integralmente pubblicata in Avvenire, del 31
ottobre 1993, nel supplemento regionale Bologna
Sette, con il titolo Biffi ricorda Manzoni
il card. Giacomo Biffi ha, fra laltro, ricordato che
"la diffusa tendenza a vedere nella Rivoluzione Francese
un evento tutto luminoso e positivo, senzombre e senza
peccati, "è una prospettiva dicevo quattro
anni fa che dà risultati storiografici di
notevole comicità, sia pure involontaria". Purtroppo
proprio questa visione encomiastica è ancora
quotidianamente imposta nelle nostre scuole e nella
divulgazione corrente, nonostante le revisioni che ormai in
sede scientifica si stanno affermando, specialmente in
Francia".
"Non si può
disconoscere ha proseguito il porporato
che nel 1789 si è messo in moto un processo
sociale e politico che ha portato in molte parti della terra
al pubblico riconoscimento dei diritti fondamentali
delluomo e alle forme democratiche di vita associata.
Anche se bisogna pur ammettere che le genti anglosassoni
sono arrivate per altra strada, a minor prezzo e con esiti
generalmente più soddisfacenti, agli stessi
risultati.
"Ma non si può
nemmeno ignorare che col genocidio vandeano, col regicidio e
con il Terrore si è affermato esplicitamente ed
è stato applicato per la prima volta su larga scala
il principio che sia legittimo e perfino doveroso sopprimere
chi è personalmente innocente in vista
dellattuazione di un programma, dellimposizione
di persuasioni ritenute indiscutibili, del trionfo di una
ideologia".
"In quanto è
avvenuto nel 1793 sono sempre parole
dellarcivescovo di Bologna trovano le loro
premesse le stragi che hanno insanguinato lintero
secolo XX in nome o di un assurdo ideale di giustizia, o di
unaberrante esaltazione di una nazione o di una razza,
o di un egoismo mascherato da civile comprensione
(come avviene nelle odierne legislazioni contro la
vita).
"Da quanto è
avvenuto nel 1793 hanno trovato il primo impulso e la
propria legittimazione i grandi criminali del nostro tempo,
come Lenin, Stalin, Hitler, con tutta la schiera dei loro
sciagurati imitatori.
"Ricordiamoci dunque
dell89 e ricordiamoci del 93: prendiamo atto di tutto
ciò che è avvenuto, senza esclusioni, e
riflettiamoci sopra".
Le parole del porporato sono
state ampiamente riprese e talora commentate, e due di
questi commenti appaiono particolarmente degni di nota, in
quanto rivelatori di atteggiamenti ideologici
precisi.
Il primo commento è
di Giordano Bruno Guerri, che scrive "Biffi straparla ed
è in malafede", aggiungendo: "Quello di Biffi
è un tentativo di restaurazione della peggior specie.
Il cardinale riprende tesi vecchie di due secoli, già
usate ed abusate dalla Chiesa per dire che tutti i mali
della società moderna nascono dalla Rivoluzione. La
verità è che la Chiesa in questo periodo ha
ripreso slancio aggressivo sulla base della debolezza
intellettuale dei laici. Le ultime uscite dei vescovi sono
la logica conseguenza della posizione oscurantista del
Sillabo, come quella espressa dal papa nella "Veritatis
Splendor", il cui succo non è altro che questo: non
cè salvezza fuori dalla Chiesa, e lunica
cosa che dovete fare è obbedire al papa, senza
possibilità di discussione". Dunque
conclude il giornalista "storico" "per me, invece,
la rivoluzione è uno degli eventi più positivi
di tutta la storia umana" (Ma lo storico ribatte "Il
cardinale straparla", in LIndipendente,
31-10/1-11-1993).
Il secondo commento è
di Carlo Ghisalberti che a sua volta scrive: "Il ricordo
di quella forza e di quella violenza sembrano ancora turbare
le coscienze e dilacerare gli animi di molti offuscando ai
loro occhi limmagine degli eserciti della rivoluzione
che da Valmy a Waterloo hanno cambiato il corso della storia
europea ed inducendoli, addirittura, come ha fatto
Solzhenicyn, e ora sembra fare il cardinale Biffi, a negare
ogni positività di quella storia per le conseguenze
che da essa sarebbero scaturite culminando nei più
spietati totalitarismi contemporanei, e cioè in
quello nazista e in quello sovietico.
"È una tesi che
non si può accettare perché lEuropa
democratica e liberale ha tratto dai principi dell89
non soltanto la forza morale per resistere al fascismo ed al
nazismo ma anche di opporsi al comunismo che qualche
conservatore, ripercorrendo strade già note, vuole
polemicamente far derivare dalla rivoluzione francese,
contestandone e negandone, in nome della Vandea, il
significato più autentico" (Bisogna andarci
piano con lelogio della Vandea, in il
Giornale, 1-11-1993).
Reynald Secher
discendente sia da bretoni che da vandeani nasce a
Nantes il 27 ottobre 1955. Di formazione giuridica e
storica, si laurea in lettere e il 14 aprile 1983 discute
una tesi di dottorato del 3° ciclo in scienze storiche
e politiche alluniversità di Parigi IV-Sorbona
dal titolo Anatomie dun village vendéen: La
Chapelle-Basse-Mer, relatore il professor Jean Meyer, di
fronte a una commissione di cui fanno parte i professori
Pierre Chaunu e André Corvisier. Tale tesi è
successivamente pubblicata con il titolo La
Chapelle-Basse-Mer, village vendéen.
Révolution et contre-révolution, con una
Prefazione di Jean Meyer (Perrin, Parigi
1986).
Nel 1985, sempre
alluniversità di Parigi IV-Sorbona Reynald
Secher sostiene una tesi per il dottorato di ricerca
in lettere e scienze umane, dal titolo Contribution
à létude du génocide
franco-français: la Vendée-Vengé,
relatore sempre il professor Jean Meyer e i professori
Pierre Chaunu, André Corvisier, Yves Durand, Louis
Bernard Mer, Jean Tulard e Jean-Pierre Bardet membri della
commissione. Codesta tesi rubata al suo autore pochi
giorni prima di venire discussa (cfr. La thèse de
Doctorat sur le génocide vendéen
disparait, in Presse Océan, 19-9-1985)
è pubblicata come Le génocide
franco-français: la Vendée-Vengé
(Presses Universitaires de France, Parigi 1986), con
una Prefazione di Jean Meyer e una
Presentazione di Pierre Chaunu (trad. it., Il
genocidio vandeano, Effedieffe, Milano 1991). "La
Vandea, il 21 settembre 1985, è entrata alla Sorbona
dalla porta principale": così Pierre Chaunu ha
scritto nella Presentazione di tale opera (p. 17),
della quale dice, "[...] il libro è
di Reynald Secher, ma il titolo è proprietà
mia, dal 1983" (Le grand déclassement.
À propos dune commemoration, Robert
Laffont, Parigi 1989, p. 11). Poi Reynald Secher cura
con Jean-Joël Brégeon la ripubblicazione
del libro di Jean-Nöel "Gracchus" Babeuf, La guerra
di Vandea e il Sistema di spopolamento (trad. it,
Effedieffe, Milano 1991), a cui fanno seguito la guida
storico-turistica La guerre de Vendée.
Itinéraire de la Vendée Militaire
(Tallandier, Parigi 1989), il romanzo "Les
Vire-Couettes" (Presses de la Citè, Parigi 1989)
e Juifs et Vendéens. Dun génocide
à lautre. La manipulation de la mémoire
(Olivier Orban, Parigi 1991). Conscio della
necessità di raggiungere anche il pubblico non
specialistico, Reynald Secher cura la preparazione
scientifica di alcune video-cassette nonché la
sceneggiatura e la redazione dei testi di alcuni albi a
fumetti, realizzati in collaborazione con il disegnatore
René Le Honzec. Dal 1991, lo studioso francese dirige
una propria casa editrice, le Éditions Reynald Secher
di Noyal-sur-Vilaine. Già docente in diversi
college, licei e scuole superiori, nonché, per
un anno, alluniversità del Diritto di Rennes,
attualmente Reynald Secher insegna a Sciences Com, di
Nantes, e presso lESIG, lÉcole
Supérieure dInformatique et de Gestion, di
Rennes, svolgendo corsi sulla cultura e
sullidentità della regione della Loira. Dal
1986 al 1989, lo studioso ha ricoperto la carica di
direttore della Comunicazione del Consiglio Regionale del
Poitou-Charentes, mentre dal 1990 è consigliere
culturale del Patronat Breton.
In occasione delle diverse
conferenze italiane, nel corso di lunghe conversazioni
durante le quali lo studioso ha spesso fatto
riferimento allopera di Plinio Corrêa de
Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, per
descrivere leredità culturale e ideologica
della Rivoluzione del 1789 , ho raccolto
unintervista.
D.
Perché ha deciso di dedicarsi allo studio delle
guerre nella Francia Occidentale?
R. Da parte di madre discendo da una famiglia
vandeana che fu oggetto di una repressione particolare ad
opera dei rivoluzionari. Ma, benché conoscessi alcuni
fatti di questa vicenda, non ne ero stato influenzato
significativamente per la semplice ragione che non avevo mai
risieduto in Vandea abbastanza a lungo, avendo condotto i
miei studi soprattutto in Bretagna. La ragione per la quale
mi sono poi dedicato a codesti studi è altrettanto
semplice: il "caso". Ossia il caso dellincontro
in un luogo ben preciso, il corridoio
delluniversità... con il grande studioso
francese, dorigine alsaziana, Jean Meyer, docente alla
Sorbona. La consuetudine, in Francia, vuole che il soggetto
della tesi di laurea venga assegnato al laureando dal
docente: quando mi recai da Jean Meyer per sollecitare la
scelta dellargomento della mia ricerca, egli non
sapeva che cosa propormi. Ne discutemmo nei corridoi
delluniversità e, al momento della separazione,
egli ebbe lidea di un lavoro sulla Vandea. Il fatto
interessante è che, di fronte a questa sua proposta,
fui relativamente reticente perché ero convinto che
gli avvenimenti occorsi in Vandea fossero ormai ben
conosciuti e, soprattutto, perché ritenevo acclarato
che tali fatti non avessero alcuna importanza di per se
stessi, se non in quanto esempio della reazione di una
popolazione che non era più daccordo con uno
Stato desideroso di affermare soltanto il proprio benessere.
Fui piuttosto contrario a tale studio finché Jean
Meyer non mi fece comprendere che non era mai stata condotta
alcuna ricerca scientifica sullintera vicenda e che
rimaneva, dunque, ancora molto da analizzare a livello tanto
documentale quanto formale. Questo accadeva nel 1978; le mie
ricerche sono durate fino al 1986, lavorando soprattutto a
partire da documentazione privata, conservata da sacerdoti,
da religiosi e da famiglie contadine, artigiane, borghesi e
nobili. Parallelamente a tale documentazione privata vi era
pure documentazione pubblica, sia militare, sia civile:
quella militare, in particolare, si trova concentrata presso
gli archivi della fortezza di Vincennes vicino a
Parigi , mentre quella civile si trova normalmente
presso i municipi, presso i dipartimenti o presso gli
archivi nazionali.
D. Quali sono
stati i problemi che ha dovuto affrontare per aver sostenuto
la sua tesi sul genocidio vandeano alla Sorbona e per aver
poi pubblicato i suoi libri sul medesimo tema?
R. Allepoca ero molto giovane e non ero del
tutto cosciente del problema che la ricerca sulla Vandea
avrebbe posto. Ovviamente, il relatore e io sapevamo che
tale ricerca era stata di fatto vietata per duecento anni
circa, ma credevamo che ciò fosse dovuto a
motivazioni banali. In un secondo tempo ci siamo resi conto
che, effettivamente, questa volontà di non ricordare
i fatti occorsi in Vandea era maggioritaria, e che causava
quindi una serie di problemi per quanto concerneva
laccesso alle fonti documentarie, lottenimento
di sovvenzioni per la ricerca e altre questioni
dordine amministrativo. Comunque, è importante
che, nonostante grandi difficoltà, sia riuscito a
concludere i miei studi. La situazione si è poi
evoluta molto più rapidamente una settimana prima di
discutere la tesi alla Sorbona, dato che Pierre Chaunu aveva
parlato di questi miei studi ai giornali, sostenendo che
davvero in Vandea si era praticato un genocidio e che
finalmente tutto questo era stato inoppugnabilmente e
scientificamente dimostrato. Devo solo constatare che una
settimana prima della discussione della tesi il mio
appartamento a Rennes è stato svaligiato e che le
copie della stessa tesi mi vennero sottratte; che pure, in
un secondo tempo, cinque giorni prima della discussione, un
funzionario di dipartimento della Pubblica Istruzione mi
convocò per domandarmi di non sostenere in
nome della Francia codesta tesi che stava per
infrangere un mito, quello della Rivoluzione. Ben inteso, mi
sarebbero stati dati compensi, sia professionali che
economici. Non potei naturalmente accettare, dato che
come storico fuori dallottica ideologica , ero e
sono animato soltanto dal desiderio di narrare i fatti
reali. Se si rilegge tutta la documentazione su questa
vicenda, è interessante notare che Pierre Chaunu
si è cercato di comperare anche lui, senza
alcun successo... ha notificato, a conclusione del
verbale della discussione della mia tesi, che, a causa della
profondità, della serietà e delle conseguenze
delle mie ricerche, la mia carriera universitaria sarebbe
stata interrotta: gli avvenimenti successivi gli hanno dato
ragione. Fui diffamato dai giornali, la mia famiglia fu
coinvolta e fui quindi costretto a dimettermi
dallinsegnamento pubblico e, dato che
linsegnamento superiore francese è
relativamente ideologizzato, non ho più potuto
insegnare negli atenei, cosicché oggi svolgo
attività dinsegnante presso istituzioni
private.
D. I suoi
studi sulla Vandea hanno, dunque, costituito un approccio
del tutto nuovo al tema, soprattutto per quanto riguarda
lidea e la realtà del "genocidio" perpetrato
contro la popolazione della regione insorta. Nessuno prima
di lei aveva, infatti, documentato il piano genocida ordito
dalla Convenzione...
R. Riguardo alle pubblicazioni precedenti i miei
studi, è interessante il fatto che si conosceva
piuttosto bene un certo numero di avvenimenti, come le
grandi battaglie, le vite dei capi dellinsurrezione, e
così via. Per contro, non si aveva conoscenza alcuna
della programmazione, della votazione e della realizzazione
sul terreno del genocidio. Ossia, nessuno aveva riflettuto
su questa tematica e sullenormità stessa di
tale fatto. Quando iniziai le ricerche, non era
assolutamente mia intenzione giungere a tale scopo: ho
ricostruito questo puzzle, allora
sorprendente, sulla base dello svolgimento scientifico
del mio studio. Mi sono, dunque, reso conto che lo Stato
francese aveva votato un certo numero di provvedimenti, che
un certo numero dordini era stato trasmesso alle
truppe e che queste stesse avevano ligiamente eseguito tali
ordini. In breve mi resi conto che i fatti di Vandea non
erano assolutamente una semplice somma di massacri la
terminologia è molto importante , ma che
corrispondevano a un piano di sterminio e di annientamento
che era stato ripeto programmato, votato e
realizzato dalla Convenzione.
Nel mese di aprile del
1793, il ministro Bertrand Barère, membro del
Comitato di Salute Pubblica, fu il primo a utilizzare il
termine "sterminio" nei confronti della Vandea. Poi
questa è lunicità storica del caso
vandeano la Convenzione votò ben tre leggi al
fine di eliminare una parte del popolo francese, ossia una
parte del popolo che essa rappresentava: 1. la legge del
1° agosto dello stesso anno, che prevedeva
lannientamento fisico del territorio vandeano e la
distruzione di tutte le ricchezze, degli abitati, delle
foreste e dellintera economia, secondo la politica
della "terra bruciata"; 2. poi, la legge del 1° ottobre
che ordinava lo sterminio fisico di tutti gli abitanti del
territorio insorto, principalmente delle donne, in quanto
"solchi riproduttori", e dei bambini, in
quanto "futuri briganti"; 3. finalmente, la legge del
7 novembre, che toglieva al dipartimento il nome di Vandea,
per sostituirlo con quello di Vengé, ossia
"dipartimento vendicato", seguendo la stessa idea secondo
cui la ghigliottina era "vendicatrice del popolo" e il boia
"vendicatore": si disse, infatti, che gli insorti erano
"fuori legge", dunque non più buoni repubblicani,
pertanto non più uomini, ma solo animali che non
potevano possedere un territorio loro proprio... È la
"vendetta nazionale"... Gli orrori si moltiplicarono dopo la
fine della guerra civile, nel dicembre del 1793. Il progetto
era quello di creare l"uomo nuovo" repubblicano e
così, con ogni mezzo, si dovevano sterminare gli
oppositori: fucilazioni, ghigliottina, annegamenti nei
fiumi, camere a gas, avvelenamento, ma soprattutto
le famose Colonne Infernali del generale Louis Marie
Turreau de Garambouville, la flotta schierata sulla Loira e
il Comitato di Sussistenza, incaricato del saccheggio. Si
bruciarono i corpi dei vandeani, si conciò la pelle
umana... Su circa 815.000 abitanti, oggi si calcola che
almeno 117.000 persone circa scomparvero: ma il problema
è quello di stabilire se lordine di sterminio
da parte della Convenzione la legge del 1°
ottobre , da attuarsi soprattutto con
leliminazione delle donne, fu eseguito. Grazie agli
archivi parrocchiali si è potuto verificare che fra
il 70 e l80 % delle vittime furono donne. Con
riferimento alla legge del 1° agosto, poi, ho cercato
di stabilire se anche la volontà di distruggere
economicamente il territorio venne rispettata. Si è
acclarato che circa un quinto delle case della Vandea furono
distrutte, con apici di circa l80 % in alcuni
villaggi. Per esempio a La Chapelle-Basse-Mer furono
distrutte circa una casa su tre: ricostruendo il valore
immobiliare di tutte le case, è stato possibile
rilevare che le abitazioni abbattute rappresentavano circa
il 51% della ricchezza. Si distrussero di preferenza i
borghi centrali, attorno ai quali orbitavano villaggi
minori, in quanto centri commerciali e di ricchezza: con
questo sistema è stato addirittura possibile
ricostruire in dettaglio gli itinerari seguiti dalle sei
Colonne Infernali.
D. Lei
sostiene che in Vandea, per la prima e lultima volta
nella storia, uno Stato il popolo sovrano ha
votato, ordinato ed eseguito lo sterminio sistematico e
voluto di una parte di sé stesso. Una delle critiche
a tale descrizione, sostiene sofisticamente che essa
"relativizzerebbe" lolocausto ebraico...
R. Sostengo che il genocidio vandeano è un
fatto unico nella storia per quanto riguarda le
modalità adottate. Fu il popolo sovrano a concepire,
a votare, a programmare e a eseguire lo sterminio. Per
quanto riguarda lolocausto ebraico, i fatti non si
svolsero assolutamente così: si trattò di un
uomo, insieme a un gruppo di altri uomini, che
concepì e fece eseguire lo sterminio di una minoranza
quella ebraica presente sul territorio
nazionale. Costoro agirono senza la partecipazione del resto
della popolazione nazionale, la quale non potè
direttamente o indirettamente esprimere la propria
opinione.
D.
Comè stato possibile che nessuno,
prima, abbia scoperto i documenti pubblici da lei utilizzati
per le ricerche, evidenziandone i contenuti e i risvolti
profondi?
R. La ragione è molto semplice,
benché duplice. La spiego nel mio Juifs et
Vendéens. Dun génocide à
lautre. La manipulation de la mémoire:
quanti hanno concepito il crimine, hanno pure concepito
tutta una politica di manipolazione della storia proiettata
verso il futuro. Maximilien Robespierre, mentre sterminava i
vandeani, offrì alla storia una giustificazione. E il
secondo aspetto è costituito dal fatto che tutta
questa vicenda è stata vietata alla ricerca
universitaria per duecento anni circa. Nessuno studioso ha,
dunque, compreso e ricostruito questo sterminio. Chi volete
che si ricordi degli avvenimenti? Nessuno. Infatti, da un
lato si ha una storiografia ufficiale completamente
manipolata e, di conseguenza, una storiografia scientifica
che diviene ufficiosa; dallaltro lato, parallelamente,
si ha il fatto che nessuno scienziato ha potuto ricostruire
il mosaico. Così si è giunti
allignoranza dei fatti che ho denunciato, il che
dimostra come la manipolazione della memoria storica sia
perfettamente riuscita.
D. Prima delle
sue pubblicazioni si sono contate fino a circa 15.000 opere
sulle guerre nella Francia Occidentale: eppure, nessuna di
esse è riuscita a descrivere compiutamente
lintero meccanismo del genocidio vandeano. Così
la novità dei suoi studi è stata quella di
aver offerto il quadro di riferimento
lesplicito progetto di genocidio , al quale
devono essere ricondotte tutte le altre narrazioni e tutti
gli altri particolari dellaccaduto.
R. Certamente sì. Grosso modo,
esistono due scuole storiografiche sul tema. Una scuola
definibile come "conservatrice" che denunciò
in nome del re e della Chiesa i massacri della popolazione
, molto precisa riguardo ai fatti, senza peraltro aver
compreso quanto stava dietro laccaduto e che
ragionava, così, solo in termini di "massacro".
Laltra è la scuola "ufficiale" precedentemente
ricordata prima "repubblicana" e poi marxista ,
giustificatrice della necessità di sterminio della
popolazione in quanto ribelle contro una repubblica "buona e
generosa". Bene inteso, questultima scuola ha
giustificato i massacri secondo lottica che
considerava i vandeani come traditori dellideologia e
della patria, dato che essi avevano sollecitato laiuto
degli stranieri e dei francesi emigrati, fuggiti
allestero. Dunque, nessuno poteva spiegare i fatti
obbiettivamente, perché il dibattito storiografico
era divenuto un dibattito esclusivamente ideologico. Tutto
il mio lavoro è consistito, fuori dallideologia
e dalla partigianeria politica, nel ricostruire il quadro
giuridico di fondo, oltre a tutto quanto è poi
concretamente accaduto sul terreno, in relazione appunto
alle misure legali adottate. Questo è
linedito.
D. Come le
è stato possibile ritrovare i documenti privati e
riscoprire quelli pubblici, e quali metodi scientifici ha
adoperato per la sua indagine storica?
R. Litinerario che Jean Meyer mi ha fatto
seguire è stato assolutamente e giustamente
scientifico. Il mio relatore e io avevamo chiara coscienza
del fatto che esistevano migliaia di libri sul tema, ma
abbiamo preso le mosse dalla constatazione che tali libri
avevano avuto unimpostazione esclusivamente polemica o
ideologica: da qui la necessità di ritornare alle
fonti primarie. Ci siamo così posti la domanda
fondamentale se tali fonti esistessero ancora. Si è
deciso di partire analizzando un determinato Comune, ossia
La Chapelle-Basse-Mer, nel tentativo di ricostruire il
quadro dellintera documentazione generale del
territorio insorto. Nello stesso tempo abbiamo adoperato
questa specie di "quarantena scientifica" per mettere a
punto metodi di proiezione e di analisi. La grande scoperta
è stata, in realtà, questa: ci siamo resi
conto che le fonti primarie esistevano, ma che, siccome
nessuno le aveva adoperate, esse erano sparse dappertutto,
sia nel senso delle strutture amministrative pubbliche o di
quelle private che le conservavano, sia nel senso
propriamente geografico, perché le fonti erano
distribuite tanto in Bretagna quanto nelle regioni della
Vandea Militare o del resto di Francia, e oltre le frontiere
nazionali, principalmente in Belgio, in Italia, in Gran
Bretagna e anche in Canada, negli Stati Uniti dAmerica
e in Australia. Così abbiamo condotto unenorme
indagine documentaria, ottenendo un certo numero di tessere
del mosaico, che abbiamo alla fine ricondotto a
unità.
D. Dunque, lo
studio per la sua tesi del 3° ciclo, in scienze
storiche e politiche, poi reso pubblico come La
Chapelle-Basse-Mer, village vendéen.
Révolution et contre-révolution,
costituisce la prima ricerca specifica sul tema, dilatando
la quale lei ha potuto descrivere il quadro generale.
R. Sì, certamente. Lo studio sul villaggio
di La Chapelle-Basse-Mer è stato decisivo.
Poiché la mia formazione è poliedrica
ossia letteraria, giuridica, storica, geografica e
imprenditoriale , mi sono trovato a utilizzare un
metodo scientifico che non è solo quello
tradizionalmente storico, ma piuttosto una somma di diversi
metodi del tutto originale. Il mio relatore e io abbiamo
così lavorato sul "laboratorio" costituito dal
villaggio di La Chapelle-Basse-Mer, un villaggio molto
importante in quanto Comune crocevia fra la Vandea Militare
e la Bretagna, oltre a essere geograficamente primo
comune-parrocchia della Bretagna, prima parrocchia della
Vandea Militare, parrocchia della valle della Loira e
parrocchia dellAnjou. Dunque, una parrocchia dove
tradizioni, usi e costumi differenti si sono confrontati,
magari si sono scontrati, comunque segnando profondamente la
popolazione, tanto a livello culturale che a livello
politico, sociale, economico e religioso. Il nostro lavoro
ha cercato di spiegare quanto avvenne in questo villaggio
prima, durante e dopo linsurrezione, con tutte le
conseguenze lungo i secoli XIX e XX culturali,
sociali, economiche e religiose, oltre che a livello
strettamente ecclesiale. Così, assunto come dato un
Comune, abbiamo circoscritto tutto quanto poteva esservi
accaduto, estrapolando da qui, infine, il metodo per
lintera Vandea Militare.
D.
Perché avete deciso di ripubblicare il libro
La guerra di Vandea e il Sistema di spopolamento del
"proto-comunista" Gracchus Babeuf?
R. Anche per tutto quanto concerne il
pamphlet di Gracchus Babeuf si può parlare di
caso. La pubblicazione in Francia della prima edizione del
mio Il genocidio vandeano, nel 1986, diede
origine a un grande dibattito. La polemica veniva
soprattutto dagli ambienti di sinistra, "freddati" a livello
ideologico in quanto essi si consideravano come i figli
della Rivoluzione francese e non potevano tollerare che la
propria "madre" avesse commesso un genocidio. Inoltre, la
sinistra voleva commemorare il bicentenario, nel 1989, con
grandi festeggiamenti e si riteneva di non poter far festa
attorno a un genocidio. Fra laltro, si cercò di
far credere allopinione pubblica che il mio approccio
nei confronti della Vandea Militare risentiva
dellattualità e della modernità,
prendendo significato solo in rapporto ai crimini che il
nazionalsocialismo tedesco aveva perpetrato contro gli
ebrei, i cattolici e gli zingari durante la seconda guerra
mondiale. Dunque, si voleva far credere allesistenza
di un anacronismo di pensiero e di concetto. Avevo
già avuto occasione di mostrare il rigore degli studi
condotti, nonché per illustrare i documenti originali
utilizzati: dovevo soltanto provare che, allepoca dei
fatti, si ebbe coscienza dellenormità del
crimine commesso. Tutto ciò assomigliava molto a un
"falso problema", ma era comunque difficile, di fronte
allopinione pubblica, superare tale questione.
Evidentemente lideale era dimostrare tutto questo con
scritti, elemento che ci mancò finché non fu
riscoperto il libro di Gracchus Babeuf. Esso costituisce la
reazione di un uomo, noto come il "padre del comunismo",
scandalizzato dai crimini commessi contro
lumanità. Gracchus Babeuf fu non solo
contemporaneo degli avvenimenti, ma perfettamente in grado
di comprendere quanto era realmente successo. Da qui la sua
denuncia fatta in occasione del primo processo contro alcuni
responsabili di tali crimini: con il suo pamphlet
intese spiegare al giudice del tribunale la realtà
dei fatti e, nello stesso tempo, mostrare di avere piena
coscienza del fatto che, in ragione della strategia della
comunicazione adoperata da Maximilien Robespierre e dalle
sue comparse, la storia avrebbe rischiato di non rammentarsi
più, nel futuro, di tali crimini. Gracchus Babeuf
lo afferma nella parte introduttiva scrive per
la storia. E aveva ragione: la storia, non solo ha
dimenticato tutto questo, ma lha innanzitutto negato.
Infine, il pamphlet di Gracchus Babeuf è
importante, perché ci ha permesso di rispondere alla
domanda dalla quale eravamo partiti: ossia, se i mandanti e
gli esecutori del genocidio sapevano quanto stavano
compiendo. Gracchus Babeuf permette anche di rispondere
allinterrogativo sullidentità e sulle
motivazioni dei mandanti, una domanda a lungo disattesa. Si
trattò di Maximilien Robespierre, un ideologo
fanatico e convinto di detenere il monopolio della
verità, fuori dalla quale non si può avere
"salvezza". Le sue motivazione furono ugualmente
ideologiche: bisognava creare l"uomo nuovo" e, per
questo, si dovevano sterminare tutti coloro la cui
mentalità non coincideva con gli schemi
dellideologia. Dividendo i francesi in "buoni" e in
"cattivi", lo sterminio venne praticato soprattutto a
partire dai sacerdoti, dagli anti-rivoluzionari in armi e
dai contro-rivoluzionari coscienti: un progetto che si
voleva estendere a tutto il territorio nazionale.
Perciò la Vandea fu un vero e proprio "laboratorio"
per la "rigenerazione"...
Ma esiste anche una
seconda interessante motivazione dordine economico.
Maximilien Robespierre mostrò di avere un approccio
"malthusiano ante litteram" rispetto alla
realtà economica: ossia, a causa della difficile
crisi finanziaria prodotta dalla guerra contro le potenze
estere, il prodotto alimentare interno risultava
insufficiente per sovvenire alle necessità della
popolazione. Di conseguenza, poiché non vi era
più nutrimento sufficiente per tutti, si rese
necessaria la soppressione di una parte della popolazione,
iniziando da tutte le "bocche inutili", come parroci, "buone
suore", aristocratici e nobili. Ma quando ci si rese conto
che linsieme di tutti costoro non costituiva un numero
sufficiente, si decise di sterminare interi gruppi umani,
iniziando da chi "si era permesso" di prendere le armi
contro la Rivoluzione. Primi fra tutti coloro che si
opponevano alla Rivoluzione con ferme motivazioni
dordine ideale. Lopuscolo di Gracchus Babeuf,
scritto nel mese di dicembre del 1794, ha una storia
interessante: fu vietato e distrutto, per essere da noi
ritrovato quasi per caso circa duecento anni dopo. Non si
tratta, per altro, di un pamphlet qualunque, ma del
libro di un giornalista cosciente del proprio prodotto, che
scrive lo ripeto per la storia.
D. Quando, in
che modo e come è stato ritrovato tale libro?
R. Il libro fu trovato per caso da Jean-Joël
Brégeon, uno studioso di storia locale che stava
lavorando sullaffaire Jean-Baptiste Carrier, il
responsabile a Nantes degli eccidi perpetrati dai
repubblicani. Egli non comprese immediatamente
limportanza dellopera, citandomela, appunto,
fortuitamente. Devo confessare che anchio, quando mi
venne mostrata, non ne compresi subito il valore: solo dopo
averla letta, ritenni che valesse la pena di ripubblicarla,
onde porre fine a quello che ho definito un "falso
problema", quantunque certamente rilevante.
D.
Perché, dopo la caduta di Maximilien Robespierre
e di Louis Saint-Just, il 9 termidoro dellanno II
27 luglio 1794 , lopera di Gracchus
Babeuf, di fatto anti-robespierrista e anti-giacobina, venne
ritirata e distrutta?
R. Non furono i termidoriani a far scomparire il
pamphlet. Costoro, dopo il colpo di Stato che mise
fine al Terrore giacobino, vollero mantenere il ricordo
dellaccaduto in funzione anti-robespierrista: per
questa ragione fu permesso a Gracchus Babeuf di pubblicare
lopuscolo. Ma, successivamente, si ebbe un ritorno al
potere, secondo logiche di lotte interne, dei convenzionali
"puri e duri": proprio costoro distrussero lopera
babuviana.
D. Nel
Dizionario storico della Rivoluzione francese,
pubblicato da Jean Tulard, Jean-François Fayard e
Alfred Fierro (trad. it., Ponte alle Grazie, Firenze 1989),
alla voce Reazione termidoriana, si legge: "Questa
denominazione è del tutto aberrante ed è stata
inventata dagli storici favorevoli al terrore. Alla caduta
di Robespierre non vi fu nessuna "reazione". Il potere
restò nelle mani di regicidi, repubblicani, ex
terroristi che si limitarono a porre fine alle esecuzioni in
massa del Gran Terrore. La ghigliottina continuò a
funzionare, solo con minore frequenza, le teste dei
sostenitori di Robespierre caddero, ma continuarono a cadere
anche quelle dei preti refrattari e dei fautori della
monarchia. La linea politica dei Termidoriani corrisponde al
sogno di Danton: una repubblica rigorosa ma moderatamente
repressiva. La presenza della gioventù dorata,
chiassosa ma priva di potere politico, non è
sufficiente per trasformare i Termidoriani in reazionari che
volevano restaurare la monarchia" (p. 841). È
daccordo con questa definizione, che può
aggiungere informazioni interessanti proprio sul "dopo
Terrore"?
R. Gli autori hanno perfettamente ragione:
perché i termidoriani hanno compiuto il loro colpo di
Stato contro Maximilien Robespierre? Per ragioni molto
semplici: in un suo famoso discorso, egli fu tanto vago in
merito allidentità dei suoi oppositori che
tutti iniziarono a preoccuparsi. Anche i suoi colleghi
convenzionali ebbero paura di ritrovarsi, prima o poi, sotto
la lama della ghigliottina, dato che Maximilien Robespierre,
desideroso di "rigenerare" il popolo francese, aveva deciso
diniziare proprio "rigenerando" la Convenzione.
Codesta "reazione" ha avuto come unico scopo quello di
"salvare la pelle" di alcuni convenzionali, che non si
allontanarono affatto dal governo: questo farà
ritornare al potere elementi più radicali, e
causerà la ripresa di tutte le rigide misure di
repressione.
D. Oltre le
ragioni politiche oggettive che hanno permesso a Gracchus
Babeuf di pubblicare il suo testo accusatorio, quali sono le
motivazioni dordine soggettivo che lo hanno spinto a
scrivere? Gracchus Babeuf non era certo un
contro-rivoluzionario, eppure offre strumenti per una
critica seria e radicale alla Rivoluzione francese...
R. Egli lo spiega perfettamente: infatti, questo
autore populista fu spinto a scrivere da tre ragioni. La
prima è che si considerava un democratico, per il
quale è inaccettabile il fatto che il popolo sovrano
stermini... la popolazione, o una parte di essa. In secondo
luogo, per via dei mezzi stessi che furono impiegati per il
genocidio: mezzi barbari e terroristici, che egli non
potè accettare. Infine, per terzo, Gracchus Babeuf
era convinto che il cambiamento della società dovesse
avvenire gradualmente e non per mezzo della
violenza.
D. Qual
è il contenuto del suo Juifs et Vendéens.
Dun génocide à lautre. La
manipulation de la mémoire?
R. Il mio Il genocidio vandeano fu
unopera di ricostruzione degli avvenimenti, non di
filosofia o di scienza politica. Ossia, in essa ho spiegato
i fatti così come si sono svolti. La sua
pubblicazione ha generato un certo numero di critiche che mi
hanno posto interrogativi nuovi, del tipo: "Come si è
giunti a tale manipolazione della memoria storica? Quali
sono, poi, le conclusioni che si possono trarre dalla
risposta a questa domanda?". Da qui la necessità
in rapporto a un fatto ben preciso come quello dello
sterminio degli ebrei di spiegare quanto è
successo in Vandea. In altre parole, sono partito dalla
riflessione sullaccaduto in Vandea per spiegare quanto
è accaduto agli ebrei, soprattutto sul tema della
revisione e della manipolazione della storia.
In occasione del processo
contro Jean-Baptiste Carrier, celebrato nel periodo
termidoriano dal 25 vendemmiaio al 26 frimaio dellanno
III dal 16 ottobre al 16 dicembre 1794 , molti
responsabili vennero riconosciuti colpevoli e quindi
giustiziati. Un anno più tardi, Louis Marie Turreau
de Garambouville si ritrovò davanti allo stesso
tribunale, con le stesse imputazioni. Ma il verdetto
mutò: si stabilì che il generale era
assolutamente colpevole dei suoi crimini, ma non
responsabile in quanto esecutore di ordini. Egli venne
graziato, insieme a tutti gli altri uomini politici
coinvolti. La memoria storica si conservò, dunque,
fino alla caduta di re Carlo X, durante la "rivoluzione di
luglio" del 1830. Dopo di lui salì al potere il "re
repubblicano" filo-rivoluzionario Luigi Filippo I che
regnò fino al 1848 , figlio di Luigi Filippo
Giuseppe, duca dOrléans, noto come Philippe
Egalité, che aveva votato a favore
dellesecuzione capitale di suo cugino, re Luigi XVI.
Il regno di Luigi Filippo I fu linizio della negazione
e della manipolazione della memoria, anche perché i
testimoni oculari erano quasi totalmente scomparsi
allepoca. Alcuni storici vennero appositamente pagati
al fine di riscrivere la storia e creare il "mito" della
Rivoluzione: fra altri, il "grande revisionista" Jules
Michelet, autore, fra il 1847 e il 1852, di una Histoire
de la Révolution française. Jules Michelet
è il maestro di tutte le scuole storiografiche
ideologiche successive.
Verso il 1850 si
negò la concia delle pelli umane, ma, dopo ricerche
storiche in loco, vennero ritrovati ancora testimoni
viventi, benché molto anziani. Anche a livello
popolare, quando, verso la fine del secolo scorso, la
"storiografia ufficiale" mise in dubbio gli annegamenti
collettivi praticati nel 1794, i discendenti dei vandeani
reagirono scrivendo numerose lettere di protesta ai
giornali. Ho ritrovato tutte queste testimonianze e le ho
raccolte nel mio studio... Inoltre, mi sono reso conto che
anche un certo numero di storici del secolo XIX ebbe
perfettamente coscienza della manipolazione: in particolare
il grande Hyppolite-Adolphe Taine che, nellopera
monumentale Les origines de la France contemporaine,
scritta dal 1873 al 1893, denunciò in modo molto
serio e scientifico la manipolazione della storia,
soprattutto relativamente alla Rivoluzione
francese.
La "cattedra della
Rivoluzione francese", che venne creata alla Sorbona,
è erede di questa "revisione" della storia. Si pensi
ai lavori dello storico contemporaneo Michel Vovelle, uomo
del Partito Comunista Francese.
D. Lei
è anche autore di testi utilizzati per albi a fumetti
e per video-cassette sulle guerre dellOccidente
francese e sulla storia della Bretagna, oltreché di
un romanzo storico sul genocidio vandeano. È un
tentativo per riproporre la verità storica ai giovani
e agli studenti, oltre gli stereotipi della cultura e della
programmazione scolastica ufficiali, adottando mezzi di uso
popolare?
R. Quando uscì Il genocidio vandeano
unopera per specialisti, che avrebbe rischiato
di rimanere stipata nei magazzini della Sorbona... vi
è stata molta sorpresa da parte del pubblico.
Ricevetti un certo numero di lettere e incontrai di persona
anche gente convinta che tale ricerca sarebbe rimasta
confinata ai tecnici. Mi è stato così chiesto
di trovare materiali e metodi per volgarizzare e
"democratizzare" i miei lavori. Ho riflettuto, dunque, in
cerca dei migliori mezzi di comunicazione attuali. È
risaputo che il libro particolarmente quello
scientifico viene letto sempre meno; da qui
lidea di creare fumetti e video-cassette sulle guerre
nella Francia Occidentale e sul genocidio vandeano, dato che
il fumetto è un genere letto dai giovani e la
video-cassetta è, per sua natura, accessibile al
grande pubblico. Ho realizzato il romanzo "Les
Vire-Couettes" per una sorta di diletto personale, in
quanto adoro scrivere e desideravo narrare la storia di un
sacerdote vandeano don Pierre-Marie Robin di La
Chapelle-Basse-Mer , del quale avevo ritrovato tutti
gli scritti. Nello stesso tempo questo romanzo poteva anche
rispondere al medesimo intento di diffusione della
conoscenza.
D. In Italia,
paese nel quale non esiste una tradizione seria di
pubblicazioni sulla Vandea, è stato tradotta
lopera di Jean-Clément Martin, I Bianchi e i
Blu. Realtà e mito della Vandea nella Francia
rivoluzionaria (Società Editrice Internazionale,
Torino 1989), nella quale si contestano certe cifre relative
al genocidio vandeano proposte da Pierre Chaunu e da lei
(cfr. pp. 272-276). Jean-Clément Martin cita,
inoltre, La guerra di Vandea e il Sistema di
spopolamento di Gracchus Babeuf, un "opuscolo dal
titolo significativo" (p. 228), del quale, peraltro, non
tiene conto in merito alla rilevanza delle gravi accuse in
esso contenute...
R. Jean-Clément Martin è un docente
universitario che si considera figlio spirituale della
scuola di autori come Albert Mathiez, Albert Soboul e Michel
Vovelle, ossia di quanti hanno un approccio esclusivamente
ideologico rispetto alla Rivoluzione francese: scrivendo in
questottica, gli è impossibile riconoscere la
realtà dei fatti accaduti in Vandea, perché,
se lo facesse, tutti i lavori degli storici citati
verrebbero annullati insieme ai suoi. E non
dimentichiamolo , in quanto membro di quel mondo
universitario che ho descritto, Jean-Clément Martin
agisce per ragioni di propaganda.
D. Il mondo
della cultura ufficiale francese, trascorsi ormai alcuni
anni dalla pubblicazione delle sue ricerche, ha ora
accettato il fatto che, duecento anni fa, per la Vandea si
pensò, si votò, si organizzò e si
attuò un vero genocidio?
R. Al momento attuale la quasi totalità del
mondo culturale, universitario e politico, ha accettato
limpiego del termine "genocidio". Effettivamente
restano, comunque, alcune resistenze da parte di quanti si
sono resi complici nel truccare la storia: costoro non
possono e non vogliono riconoscere i fatti, perché
ciò significherebbe ammettere di aver mentito. Per
gli eredi della "scuola storiografica ufficiale", ossia la
scuola marxista, si tratterebbe di rimettere in discussione
tutti i propri scritti...
D. Dopo la
fine del "mito" della Rivoluzione bolscevica russa del 1917,
si è assistito a una sostanziale ripresa
soprattutto a partire dal bicentenario nel 1989 del
"mito" del 1789 francese, sebbene ci si premuri di separarlo
subito dal biennio terroristico 1792-1793. Se
questultimo viene assimilato allo stalinismo
più "oscurantista", il 1789 e i suoi immortali
"princìpi" vengono descritti come la vera anima
"luminosa" della Rivoluzione. Cosa pensa di questo
atteggiamento ideologico-culturale?
R. È molto difficile dare una risposta.
Infatti, è indiscutibile, e nessuno storico lo
può negare, che la società francese
immediatamente precedente il 1789 è una
"società bloccata". Se si analizzano gli avvenimenti
storici, ci si persuade che un uomo come re Luigi XVI di
Borbone, quando salì al trono nel 1774, ebbe
perfettamente coscienza della situazione sociale chiusa
nella quale si trovava. Così propose un certo numero
di riforme che vennero rifiutate da un contro-potere reale,
in particolare dalla Nobiltà. Le prime misure
adottate, nel 1789, dai rivoluzionari sono del resto le
stesse misure correttive proposte da re Luigi XVI. Allora la
Rivoluzione francese del 1789 non appare subito
"rivoluzionaria" nel senso che le si è voluto dare
dopo: ossia, essa non fu immediatamente una rottura
ideologica con il passato, ma corrispose a un certo numero
di bisogni sociali e di necessità reali già
avvertite dal re. La rottura con il mondo precedente giunse
quando gli ideologi riuscirono a imprimere le proprie idee
nel cuore della Rivoluzione. Esistevano più correnti:
nel momento in cui prevalse quella ideologica, la
Rivoluzione francese sincamminò in questa
direzione e non più in quella esclusivamente
amministrativa e politica.
D. Si
può dire che, come sempre, anche nel 1789 francese la
Rivoluzione si è servita, per ottenere i suoi scopi,
di bisogni reali e di contraddizioni esistenti nella
realtà sociale dellepoca e che, invece di porvi
rimedio, essa ha utilizzato e strumentalizzato in modo
sovversivo e ideologico tutto questo?
R. Assolutamente sì: in Francia vi erano
problemi evidenti a causa delle strutture sociali che
risalivano alla fine del Medioevo. Il mondo era cambiato e
la politica sociale non corrispondeva più alla
realtà dei fatti: si sentiva il bisogno di uno
sviluppo, uno sviluppo che è comunque puramente
formale. Il problema fu che i "Lumi" proposero un approccio
del tutto nuovo nei confronti delluomo e della
società. Gli ideologi approfittarono dei problemi
spirituali e dei problemi sociali concreti per andare molto
più lontano della loro semplice soluzione.
Lesempio della Vandea è chiarissimo: la gente
fu inizialmente favorevole alla ristrutturazione, dato che
le riforme erano necessarie. Ma il giorno in cui il
dibattito da politico si trasformò in ideologico,
avvenne la frattura insanabile. Il simbolo di questa
frattura fu lesecuzione del re di Francia, il 21
gennaio 1793: non si trattò solo dellesecuzione
di Luigi XVI o dellesecuzione di un re, ma della
figura del monarca in quanto tale, di tutta una simbologia,
di tutta una concezione della società. Tale
esecuzione segnò la rottura filosofica, culturale e
sociale che divise per sempre il "mondo di prima" dal "mondo
di poi". I convenzionali avevano coscienza di tutto questo:
quando si leggono le deliberazioni del processo istruito
contro re Luigi XVI, si trova il tale convenzionale che bene
spiega la forte necessità di giustiziare il re,
perché con lui si sarebbe giustiziata una concezione
della società. Nacque quellespressione
terribile:"Il suo sangue servirà a far
fruttificare lalbero nuovo".
D. Tale
visione ricorda da vicino quella del pensatore irlandese
Edmund Burke, da lei spesso seguito nellanalisi dei
significati della Rivoluzione...
R. Edmund Burke scrisse il suo famoso
Reflections on the French Revolution nel 1790, ossia
ben prima degli avvenimenti del periodo del Terrore. Egli
distinse molto bene la necessità dellevoluzione
della società francese dai pericoli e dagli eccessi
che si sarebbero potuti generare, dato il subbuglio e la
confusione del momento. Infatti, gli eccessi erano del tutto
possibili, considerando la trama delle riflessioni condotte
durante il "secolo dei Lumi". La storia gli ha dato ragione,
dal momento che egli aveva perfettamente previsto che la
Rivoluzione francese sarebbe sfociata in quello che fu il
Terrore, i bagni di sangue, e così via, e tutto
ciò per mezzo di un generale come egli bene
illustrò che avrebbe imposto una tirannide.
Ciò significa che tutto era prevedibile per un
filosofo o uno specialista...
D. Nelle sue
conferenze lei definisce il concetto nuovo di diritto e di
legge sorto con la Rivoluzione francese nei termini di una
"rivoluzione nel cuore della rivoluzione"...
R. Per spiegare questaffermazione mi servo
di un esempio. Durante lAncien Régime,
la Francia era suddivisa in province, ognuna delle quali
relativamente autonoma, con statuti giuridici diversi,
animate da costumi dissimili; anche la lingua non era per
tutti il francese, ma ne esistevano di locali. Con la
Rivoluzione francese si decise di creare uno Stato unitario
e indivisibile, fondato sulla creazione di una nuova Legge
pensata, definita e approvata da una minoranza della
popolazione, i parlamentari dellAssemblea Nazionale.
Ora, questa Legge anchessa unitaria e
indivisibile fu un fatto completamente nuovo: la
negazione stessa della democrazia fondamentale.
Lesempio specifico della lingua mostra che chi non
parlava il francese imposto dal governo nella Francia
Occidentale, al tempo, questa lingua era parlata da
unesigua minoranza , diveniva immediatamente
"fuori-legge": la negazione della propria lingua
impedì presto la trasmissione di un patrimonio
culturale quasi fissato "geneticamente" in chi viveva nelle
comunità reali, presto emarginate. In Italia, per
esempio, si produsse lo stesso fenomeno, a livello giuridico
e linguistico, con il Risorgimento. Eppure nessuno storico
evidenzia questi fatti, perfettamente chiari.
D. La legge
del 4 agosto 1789, che mise fine ai "privilegi" in Francia,
viene normalmente salutata come la liberazione dai "vincoli
feudali" e dalla "schiavitù" delle disparità.
Tale legge rappresentò forse uno dei passi più
decisivi e importanti nel corso del processo rivoluzionario,
in vista della costruzione di un diritto, di una
società e di uno Stato nuovi. Eppure, nel mondo
precedente la Rivoluzione, "privilegio" ebbe anche altri
significati giuridici ben più rilevanti e
positivi...
R. "Privilegio" deriva il suo senso originario
dallespressione privata lege, ossia "secondo il
diritto privato". Vi erano corporazioni, Comuni e province
dotati di statuti propri, "privati". La legge del 4 agosto
venne votata durante una "nottata dal significato globale":
si soppresse universalmente tutto il mondo giuridico
particolare, una soppressione funzionale e necessaria alla
creazione del nuovo concetto di Legge. Allo stesso modo si
soppressero, poi, le leggi che animavano le corporazioni e i
diversi ordini professionali e sociali. Gli statuti
particolari vennero omologati: tutto questo creò
grandi problemi nella Francia intera, per esempio in
Bretagna, dove si pagavano le imposte in ragione di due
volte meno della media nazionale. Tutto questo ordine
plurisecolare scomparve in pochi minuti: si può ben
immaginare la delusione e la rabbia.
D. In
occasione delle celebrazioni per il bicentenario nel 1989,
non vi furono commemorazioni dei fatti di Vandea...
R. Nel 1989, in quanto studioso e insegnante,
domandai, con una lettera, a Jack Lang, allora ministro
della cultura, incaricato dellorganizzazione e della
supervisione delle celebrazioni del bicentenario, una
ridiscussione del tema della Vandea, anche mediante la
promozione di simposi scientifici sul tema. Mi si rispose
negativamente. Nulla verrà fatto, anche in occasione
delle ricorrenze bicentenarie del 1793 e del 1794, a livello
ufficiale: avremo commemorazioni locali private, non segnate
ideologicamente, né tantomeno politicamente, prive di
sentimenti di rivalsa. Si tratterà solamente
di ricordare in modo anche sereno laccaduto.
Concretamente, erigeremo monumenti alla memoria,
moltiplicando gli scritti sul tema. Fuori dei confini
regionali, tutto ciò avrà grande rilevanza,
perché la coscienza di quanto si abbattè sulla
Vandea potrà insegnare anche per quanto
riguarda altri episodi storici a evitare le insidie e
i pericoli della revisione artificiale e della manipolazione
della memoria che chiamo "memoricidio" ,
sperando che tale riflessione eviti la manomissione di fatti
più recenti e sperando pure che essa impedisca
alluomo di commettere i medesimi
errori.
D. I vandeani
di oggi hanno coscienza dei fatti accaduti duecento anni fa
e del loro retaggio storico, culturale e religioso?
R. Anche di ciò tratto in qualche modo nel
mio Juifs et Vendéens. Dun génocide
à lautre. La manipulation de la
mémoire. Il comportamento della Vandea Militare
è un comportamento culturale, educativo, sociale,
economico e religioso, oltreché relativo a quanto
riguarda propriamente il clero, molto differente dal
comportamento del resto della popolazione francese. Si
tratta di una regione rimasta legata alla tradizione, dove
il senso e la realtà della famiglia sono importanti,
dove i sacerdoti hanno una loro funzione specifica e
rilevante, dove la fede è relativamente forte e dove
si hanno le più importanti concentrazioni di imprese
private del territorio nazionale. Dunque, una regione con un
suo comportamento specifico. Circa questultimo dato,
non si può istituire un rapporto di causa-effetto
forzato fra lo sterminio e lindipendenza economica
della regione, ma si può certamente constatare un
dato reale: i vandeani hanno dovuto imparare a "sbrigarsela
da soli" per quanto riguarda leconomia, dato che erano
stati completamente annientati anche sotto questo aspetto.
Dunque, essi si sono battuti, dotandosi dei mezzi
appropriati per tale combattimento a partire dalla famiglia
e dalla religione, per quanto riguarda le motivazioni e le
giustificazioni dordine filosofico, intellettuale e
morale. Per quanto riguarda la coscienza dei fatti di due
secoli fa, essa è stata certamente tramandata nelle
famiglie di generazione in generazione, senza che peraltro i
vandeani avessero la lucida consapevolezza
dellentità e della portata dello sterminio, non
essendo noti tutti i documenti e le fonti originali del
piano genocida. Ora che tale consapevolezza è stata
indotta, certamente i vandeani da una decina
danni circa hanno una coscienza più
netta dellaccaduto: spettacoli come la colossale
ricostruzione della guerra civile nella Vandea, che si tiene
nei mesi estivi al castello di Puy-du-Fou, a Les Espesses,
lo testimoniano. Poi, la venuta dello scrittore russo
Aleksandr Isaevic Solzenicyn ha segnato un grande passo in
avanti per quanto riguarda la presa di coscienza del
significato globale del genocidio, tanto in Vandea, quanto
nellintera Francia.
D. Dopo questo
bicentenario vandeano, come vede il futuro della memoria
storica?
R. Il ricordo che celebriamo oggi
permetterà alla memoria di venire trasmessa oltre la
presente generazione. A livello concreto mi è stato
chiesto di presiedere unassociazione privata
Mémoire du Futur de lEurope , che sta
raccogliendo fondi per ricostruire una piccola cappella di
campagna in stile gotico fiammeggiante, del secolo XV, nel
villaggio di La Chapelle-Basse-Mer, intitolata a
Saint-Pierre-aux-Liens, oggi in rovina. Essa, una volta
restaurata, diverrà un mausoleo a ricordo delle
distruzioni rivoluzionarie e delle circa duemila vittime
quelle conosciute del cantone di Loroux
Bottreau, sterminate dai rivoluzionari, simbolo di tutti i
caduti della Vandea Militare e della Bretagna. Vorremmo
anche riportarne i nomi e procedere, possibilmente nei
pressi della cappella, allallestimento di un museo.
Allinterno verrà eretta una statua di donna
vandeana inginocchiata, un sacro cuore cucito sulla veste,
un rosario alla cintura, il fucile e la spada adagiati a
terra. Essa ha un bimbo nelle braccia e lo solleva in alto:
donne e bambini erano, infatti, le vittime preferite dalla
repressione. Tale scena vuole significare la trasmissione
della memoria e ricordare Maria Santissima e il Bambino
Gesù. La frase che abbiamo posto sul modulo per la
richiesta di fondi è: "Senza voi e senza la
Provvidenza nulla è possibile!".
D. Nelle sue
pubblicazioni e nei suoi interventi pubblici, lei sostiene
che per porre termine al "memoricidio" occorre combattere
una battaglia culturale...
R. A partire dallesperienza della Vandea si
scopre un concetto nuovo: oltre la tragicità dei
fatti, per ragioni diverse, ma sostanzialmente politiche e
ideologiche, si può essere portati a relativizzare, a
truccare, a negare, oppure, per lo meno, a non parlare
più di un avvenimento di primaria importanza. Tutto
mostra una certa fragilità: perciò bisogna
dotarsi delle armi adeguate per fare in modo che i fatti
vengano trasmessi in tutta la loro originalità e
integralità. Non, ovviamente, per un amore ai fatti
fine a sé stesso, ma per far tesoro
dellesperienza passata come spunto di riflessione. La
cultura, come supporto globale delluniverso umano,
dovrà lavorare in tal senso. La battaglia culturale
è la battaglia fondamentale, la battaglia di oggi e
di domani.
a cura di
Marco Respinti
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