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Cristianità, 339 (2007)
Hans Sedlmayr, La rivoluzione dellarte moderna. Memorandum sullarte ecclesiastica cattolica, con 32 illustrazioni a colori fuori testo, a cura di Lorenzo Cantoni, trad. it., Cantagalli, Siena 2006, pp. 206, euro 22,00
Hans Sedlmayr nasce il 18 gennaio 1896 a Hornstein, al confine orientale dellAustria. Nel 1921 si laurea con lo storico dellarte austriaco Julius von Schlosser (1866-1938), di cui sarà assistente e, dal 1936, successore allUniversità di Vienna. Dal 1951 al 1964 insegna alluniversità di Monaco di Baviera e dal 1964 al 1969 è professore onorario alluniversità di Salisburgo, città dove muore il 9 luglio 1984. Oltre alla sua opera principale, Perdita del centro. Le arti figurative del diciannovesimo e ventesimo secolo come sintomo e simbolo di unepoca, del 1948 (Borla, Roma 1983), sono disponibili in italiano Larchitettura di Borromini. La figura e lopera con unappendice storico-stilistica, del 1939 (con Introduzione di Marco Pogacnik, Electa, Milano 2002), Arte e Verità. Per una teoria e un metodo della storia dellarte, del 1958 (Rusconi, Milano 1984), La morte della luce. Larte nellepoca della secolarizzazione, del 1964 (con Introduzione di Quirino Principe, Rusconi, Milano 1984), Johann Bernhard Fischer von Erlach architetto, del 1976 (a cura di Giovanna Curcio, Electa, Milano 1996), La luce nelle sue manifestazioni artistiche, del 1979 (con Presentazione di Roberto Masiero e Riccardo Caldura, Aesthetica, Palermo 1994), e La rivoluzione dellarte moderna, del 1955 (Garzanti, Milano 1964), che viene di nuovo presentata con linedito Memorandum sullarte ecclesiastica cattolica in riferimento ai punti 23 e 41 delle raccomandazioni per il Concilio, inviato da Sedlmayr nel 1962 al Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965). La parte introduttiva comprende Nova et Vetera (pp. 3-4) del direttore della collana Imago, Massimo Lippi nella quale, purtroppo, lerronea definizione di Sedlmayr quale «padre dello strutturalismo nelle arti visive» (p. 3) induce a confusione fra il suo metodo di «analisi strutturale» e lo strutturalismo filosofico-antropologico dellantropologo francese Claude Lévi-Strauss , una Premessa (pp. 5-8) di S. E. mons. Mauro Piacenza, vescovo titolare di Vittoriana e presidente della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, e un intervento Del Bello e del Vero. Parole ai lettori (pp. 9-11) dellon. Alessandro Pagano, assessore ai Beni Culturali ed Ambientali e alla Pubblica Istruzione della Regione Sicilia; quindi il testo è aperto dalla breve Prefazione (p. 15) dellautore. NellIntroduzione. Che cosè l«arte moderna»? (pp. 17-24) Sedlmayr osserva come lespressione «arte moderna» implichi «[...] che, in un qualche momento della nostra epoca, sia nato, nellarte e mediante larte, alcunché di completamente nuovo, qualcosa che distingue sostanzialmente questa arte moderna, ed essa soltanto, da qualunque altra arte antica» (p. 17). Il metodo indicato dallo studioso austriaco per la comprensione di tale novità non sempre compresa dai suoi stessi sostenitori consiste nel risalire ai presupposti di determinati sviluppi, cioè ai fenomeni primari; esso non va frainteso in senso deterministico, perché «con quel metodo si stabiliscono invece soltanto alcuni orizzonti e prospettive del divenire storico» (p. 21) e, inoltre, esistono sempre movimenti che ignorano o combattono il nuovo assioma, «ma tutto questo giuoco di forze contrastanti botta e risposta diventa evidente solo quando si riesca a scorgere i fenomeni primari» (p. 22). Nei capitoli successivi Sedlmayr esamina dapprima le caratteristiche dellarte moderna, cioè i suoi «fenomeni primari», quindi le sue prospettive, vale a dire il perché essa abbia privilegiato tali presupposti e non altri. La Prima caratteristica: Laspirazione alla «purezza» (pp. 25-81) è definita come «[...] assenza di elementi o di ingredienti di tutte le altre arti: è dunque un concetto negativo, addirittura chimico di purezza, la cui caratteristica va ancora precisata. [...] Meglio di tutto questa tendenza è indicata dal termine assoluto, poiché tale designazione implica due significati fondamentali di questa aspirazione alla purezza: quello di incondizionato e quello dello staccarsi, dello sciogliere i legami» (p. 25). Larte tenderà quindi a purificarsi da qualsiasi elemento extra-artistico, e ciascuna delle singole arti eliminerà da sé gli elementi tipici delle altre. In campo architettonico tale tendenza risale già agli anni 1770-1780, puntando a un«architettura di pure superfici» (p. 29). Espulsi anche gli elementi simbolici e ridotti gli ineliminabili scopi pratici a mero pretesto, tuttavia «[...] questa presunta architettura autonoma è passata sotto il dominio di una nuova eteronomia, molto più rigida di quelle che lavevano dominata finora: leteronomia della geometria» (p. 33). La pittura diviene piatta e abbandona la costruzione architettonica «[...] in quei quadri nei quali lalto e il basso sono divenuti praticamente indistinguibili» (p. 37). Eliminati anche gli ultimi resti oggettivi ancora necessari in unarte astratta con un significato, sia pure, di necessità, molto generale , essa approda finalmente a unarte astratta senza significato, «quanto mai indeterminata, instabile, in balia dellarbitrio soggettivo e dipendente da fattori soggettivi» (p. 51). Gli artisti tentano di scongiurare tale pericolo mediante gli elementi «oggettivamente» puri le «note», per così dire della pittura; ma non vi è accordo su quale pittura sia più «pittorica»: se le «pure» e indefinite macchie di colore del pittore russo Vasilij VasileviãKandinskij (1866-1944) o le «pure» e regolari campiture di colori primari del pittore olandese Pieter Cornelis Mondriaan, noto come Piet Mondrian (1872-1944). «È indiscutibile, invece, che, col passo compiuto da Mondrian, la pittura analogamente allarchitettura si è posta sotto il dominio di una nuova eteronomia, quella, cioè, della geometria elementare» (p. 54). Per la scultura è decisiva lespulsione dellelemento architettonico «La scultura dellèra architettonica è sostanzialmente in posizione eretta» (p. 57) o a essa riferita privilegiando «una plastica sviluppantesi in rigonfiamenti convessi e in concavità» (p. 58), che ricorda «objets trouvés naturali, per esempio un bel sasso tondeggiante» (p. 59), talvolta esposti per errore in qualche mostra. Lornamento, impensabile autonomamente, muore. Altra logica conseguenza del reciproco isolarsi delle arti è che «[...] i connubi di esse, quali avvenivano nellarte antica, sono diventati impossibili. Poiché larchitettura, fattasi assoluta ha cessato di dettar legge a tutte le arti, non stabilisce più quale sia il luogo riservato alla pittura e alla scultura» (p. 63). Nel campo musicale che si fa modello per le altre arti emergono la musica «a programma» in cui un elemento letterario «[...] ha il compito di conferire determinatezza al carattere indefinito e soggettivo della rappresentazione» (p. 65) e la musica «assoluta» che «[...] simpone in maniera autonoma le regole del gioco, senza legami con un preesistente ordine oggettivo e reale dei suoni» (p. 66) corrispondenti rispettivamente allarte astratta con significato e allarte astratta senza significato, essendo la prima musica dei sentimenti puri, e la seconda musica delle pure forme. La musica assoluta, isolando lelemento matematico-combinatorio dalla «contaminazione» umana, prosegue sulla via tracciata dai romantici, che «[...] avevano indicato la musica strumentale come lunica musica pura e avevano degradato la musica vocale al rango di musica condizionata. Evidentemente anche qui sta, a base dellerrore, un falso, antiartistico concetto di purezza» (p. 67). In ambito poetico si persegue lanalogo ideale «alchemico» della poesia pura. Per realizzarla, il poeta francese Jean-Nicolas-Arthur Rimbaud (1854-1891) si fa egli stesso «poeta puro», escludendo lelemento umano non già dalla poesia, ma dalla propria vita «[...] il faut faire lâme monstrueuse» (p. 73) quale sacrificio al nuovo idolo: larte adorata come summum bonum, ovvero lestetismo, che trascina il gusto alla perenne ricerca di nuovi stimoli, dal piccante allorribile. Lartista dedito a tale culto si trova a vivere così una vita sospesa in un continuo gioco con le possibilità «capace di trasformarsi in ogni cosa,ora Dio, ora granello di sabbia» (pp. 80-81) che, alla lunga, si rivela disperante. Non potendo procedere oltre nellaspirazione alla purezza, allinizio del secolo XX si fa strada la Seconda caratteristica: Le arti sotto il dominio della geometria e della costruzione tecnica (pp. 83-100), già anticipata alla fine del secolo XVIII dagli edifici sferici dellarchitetto francese Claude-Nicolas Ledoux (1736-1806): la sfera di per sé non è una forma architettonica, essendo priva di base; e si progettano edifici sospesi, poiché «della geometria si approva anche lo spirito aereo, la libertà dalla terra» (p. 85). Il medesimo spirito conduce a prendere a modello i prodotti della costruzione tecnica, come attesta larchitetto francese Charles-Edouard Jeannert, detto Le Corbusier (1887-1965): «La macchina ci fa brillare davanti agli occhi dischi, sfere, cilindri di lucente acciaio, di acciaio tagliato con una precisione che la natura non ci ha mai mostrato (!). La macchina è tutta geometria» (p. 88). Paradossalmente, però, tanta razionalità cela un elemento irrazionale, nel «mistero» del funzionamento della macchina, noto solo alladdetto ai lavori, che pertanto diviene un «iniziato». «Ciò si manifesta nello spiccato piacere suscitato dal mistero della tecnica, surrogato del mistero della creatura» (p. 90). Anche la scultura ora guarda alla macchina e cambia radicalmente: «Con fili metallici si costruiscono nello spazio grafici tridimensionali spiccatamente tecnici» (p. 92), come i mobile dello scultore statunitense Alexander Calder (1898-1976). In ambito pittorico, «si imposta la composizione del quadro sulle forme elementari geometriche» (p. 93), come nel già citato Mondrian, e nelle opere del pittore francese Fernand Léger (1881-1955) è evidente il fascino della costruzione tecnica. La «costruzione» invade tutti i campi dellarte, teatro e poesia compresi, imponendosi come «[...] una supercreazione, in confronto alla quale la vecchia creatività dellartista appare come una specie di timido e imperfetto mestiere» (p. 97). Le arti, che nella fase precedente si erano isolate luna dallaltra, sono ora nuovamente unite in nome del costruttivismo, ma da un vincolo extra-artistico. La Terza caratteristica: La pazzia come rifugio della libertà (il surrealismo) (pp. 101-109) è invece affatto diversa dalle precedenti, almeno per la fattura «rifinita e precisa come quella degli antichi maestri» (p. 101), finalizzata tuttavia a rendere tangibile lassurdo perché non si avverta contraddizione con la realtà. Il pittore spagnolo Salvador Dalì (1904-1989) definisce il surrealismo «[...] listanza a colori della concreta irrazionalità, il che, espresso in forma meno scientifica, significa: listantanea a colori di un mondo folle» (p. 102). Meglio che nel mondo esterno mediante oggetti decontestualizzati, come il W.C. esposto con il titolo Fontaine dallartista francese Marcel Duchamp (1887-1968) lassurdo si coglie nel proprio intimo, magari attraverso la crétinisation, la sollecitazione della pazzia. Ma il regno dellinconscio è quello, al contempo, «delle potenze della luce e delle tenebre, dellordine e della confusione» (p. 105), e i temi dei surrealisti attestano una scelta tale da far parlare di follia deliberata a favore del caotico e del demoniaco (cfr. dellautore, non in lingua italiana ma edito in Italia, Art du démoniaque et démonie de lart, in Enrico Castelli di Gattinara [1900-1977] [a cura di], Cristianesimo e ragion di Stato. Lumanesimo e il demoniaco nellarte. Atti del II Congresso Internazionale di Studi Umanistici, Bocca, Roma-Milano 1953, pp. 285-297). Al di là dei medesimi temi, ciò che distingue il pittore fiammingo Jeroen Van Aeken, detto Hieronimus Bosch (1450 ca.-1516), dai surrealisti è il procedimento meccanico e consapevolmente antiartistico di costoro: «Ognuno può produrre opere surrealiste, purché non voglia essere altro che lapparecchio di registrazione della voce interiore, un pappagallo (secondo il termine usato dalla teoria surrealista stessa)» (p. 106). La scultura richiede tempi troppo lunghi per un«istantanea», ma si considerano sculture surrealiste gli object trouvés come la citata Fontaine di Duchamp o i collages di oggetti ossessivamente raccolti dallartista tedesco Kurt Schwitters (1887-1948), che «[...] indicano con enorme impudenza quale aspetto abbiano un pensiero che ha rinunciato totalmente alla logica, unarte che ha rinunciato alla struttura, unetica che ha rinunciato al pudore, un uomo che ha rinunciato a Dio» (p. 108). Infine, la nostalgia per linnocenza perduta è alla base della Quarta caratteristica: Alla ricerca delle origini (lespressionismo) (pp. 111-116), intendendo il termine «espressionismo» in senso ampio. Il pittore svizzero Paul Klee (1879-1940) esprimeva un desiderio simile affermando: «[...] ho la mia dimora tanto fra i morti, quanto fra i non nati. Alquanto più vicino al cuore della creazione del consueto, e tuttavia non ancora abbastanza vicino» (p. 114). Gli artisti cercano le origini nel primordiale, nellinfantile, nel mondo degli animali e in quello degli alienati, e conferiscono a sé stessi e allarte uno sproporzionato ruolo demiurgico. La strada percorsa dagli espressionisti è analoga alla surrealista follia deliberata: «Poiché [lartista] sa che solo lingenuo vive vicino alla creazione, diventa egli stesso ingenuo; la sua creazione diventa ingenuità cosciente. Ma in tal modo essa cessa di essere ingenua, trapassa anzi nel suo contrario: nella suprema raffinatezza» (p. 115). Individuate così quattro caratteristiche dellarte moderna, in Prima prospettiva: Gli idoli dell«arte moderna» (pp. 117-135), Sedlmayr osserva che, dietro ogni fenomeno primario, «[...] sincarna un credo determinato. Infatti, in ogni tempo, luomo e la sua opera sono determinati dai loro supremi contenuti di fede» (p. 117). Essi sono lestetismo, lo scientismo, il tecnicismo e il caos. Nessuno di essi si rivela soddisfacente per luomo, così che luno abbatte laltro, «e, dopoché tutti i valori sono stati saggiati come idoli ed hanno fallito, compare infine il nichilismo, che si erige contro tutti i valori. Si comprende così come i secoli XIX e XX non solo siano stati e siano teatro di terribili lotte spirituali, ma non potessero fare a meno di esserlo» (p. 118). Lestetismo, già presente alla fine del secolo XVIII, nel periodo romantico passa dal culto dellarte alla divinizzazione dellartista, il quale non prende sul serio nulla e nessuno poiché il centro del mondo è lui stesso, che si concepisce «come una divina genialità» (p. 122), dissolvendo infine «[...] anche i valori dellarte stessa in favore del valore supremo: lonnipotenza dellartista assolutamente libero. Il biblico eritis sicut deus ha avuto il suo effetto» (p. 123). Nella tendenza a isolare, come elementi chimici, le «pure» arti si manifesta oltre al deismo che isola «puro Dio e puro uomo, con esclusione, necessariamente, del mediatore, dellUomo-Dio» (p. 125) lo spirito della scienza moderna, che domina non solo larte, ma tutto luomo: «Lo scientismo è divenuto appunto la nuova religione universale» (p. 129). Affine a esso è il tecnicismo, cui larte si adegua invece di sublimare la tecnica, come ha fatto, per esempio, larte rinascimentale con la prospettiva e con lanatomia. Lerrore opposto compiono i surrealisti, che vogliono restare uomini in una società meccanizzata, ma «lassurdo è il cattivo surrogato del quale questa profonda esigenza si accontenta, senza trovarvi appagamento» (p. 135). In Seconda prospettiva: La rivoluzione dell«arte moderna» (pp. 137-145) Sedlmayr conclude che tale rivoluzione «una frattura non solo con tutto il passato europeo, ma anche con tutto quanto il passato dellarte in generale» (p. 137) consiste nella dissoluzione dellarte in non-arte mediante la sottomissione a elementi extra-artistici o, come estrema conseguenza, dellaspirazione alla purezza, come se larte in sé fosse qualcosa di «distillabile». Loggetto ready made di Duchamp e il quadrato nero su fondo bianco del pittore russo Kazimir Severinoviã Maleviã (1878-1935), «[...] indicano veramente due eschata, due possibilità ultime dellarte moderna» (p. 140), luno nella cosa assoluta, laltro nella forma assoluta; ma, se entrambi i gesti si collocano al di là dellarte, «[...] allora tutte le tendenze per le quali questi punti servono di orientamento devono essere anchesse più o meno non-artistiche, nella misura in cui si avvicinano ai punti stessi» (p. 141), e dimenticando che gli stessi artisti davanguardia hanno dichiarato di non voler più fare arte, la moderna critica «[...] conserva ad esse, per evidenti motivi pratici, lo stesso nome che si dava alle opere antiche: il nome di arte» (p. 143). La vera arte moderna, al contrario, nasce «[...] nella lotta con quellarte che non voleva più essere tale. [...] La si riconosce dal fatto che si preoccupa veramente di adattare in modo sensato la forma visibile e il significato, la forma e la destinazione dellopera darte; dal fatto che si rifiuta di assoggettarsi a potenze non artistiche, che non rinuncia al contenuto umano, che riconosce un ordine universale e ad esso si subordina» (pp. 144-145). I possibili Sviluppi futuri (pp. 147-151) sono pressoché nulli per lestetismo, pena il trovarsi sempre fuori dallarte; la scienza e la tecnica «[...] perderanno la loro forza seduttrice, quando lartista si accorgerà che il loro spirito è al di sotto di quello dellarte» (p. 149), mentre già si lanciano «appelli per lumanizzazione dellarchitettura» (p. 150); infine, «la possibilità di salvezza del surrealismo sta nellesigenza del meraviglioso» (ibidem), a condizione di non soddisfarla con cattivi surrogati. «Si sente dire spesso che larte potrà riacquistare ordine solo quando lavrà riacquistato la società [...]. Ma sarebbe sbagliato affermare che larte, da parte sua, non possa portare un contributo, e anzi un contributo molto importante» (ibidem). Segue una Nota (pp. 153-154) in cui lautore prende posizione su alcuni fraintendimenti del suo pensiero ed elenca i punti principali del «conflitto intorno allarte moderna» (p. 153), affermando «la fondata speranza di una modernità più umana» (p. 154). Dopo unAppendice. Larte moderna (pp. 155-164) in cui Walter Hess (1913-1987) docente di Storia dellArte alluniversità di Monaco di Baviera, poi a Berlino, autore, fra laltro, de I problemi della pittura moderna. Documenti e testimonianze, del 1953 (trad. it., con 29 illustrazioni fuori testo, Garzanti, Milano 1958) ripercorre le principali correnti artistiche dalla seconda metà del secolo XIX al primo dopoguerra, e, prima di chiudere con la Nota bibliografica (pp. 181-189), le Note sullautore (pp. 191-192), lIndice delle illustrazioni (p. 193) e lIndice dei nomi (pp. 195-199), viene pubblicato il Memorandum sullarte ecclesiastica cattolica in riferimento ai punti 23 e 41 delle raccomandazioni per il Concilio (pp. 165-179), volto a richiamare lattenzione dei Padri conciliari sullarte ecclesiastica e sul «suo rapporto con le correnti contemporanee in tanta arte che non è più cristiana né arte» (p. 167). Sedlmayr avverte che larte, pur essendo un dono divino di per sé, qualora si allontani dallo spirito cristiano rischia «[...] di cercare la sua ispirazione nello spirito e nel falso splendore degli angeli caduti» (p. 169): è un dato che va tenuto presente confrontandosi con movimenti artistici come il surrealismo, che «[...] prende origine da una visione del mondo ostile al cristianesimo» (p. 170); lestetismo, cioè lidolatria del bello; «[...] la deificazione dello spirito dei tempi che, per molti uomini moderni, per molti artisti moderni, ha usurpato il posto che lo Spirito Santo occupa nella vita dei cristiani» (p. 171), dimenticando che larte è essenzialmente «una epifania dellatemporale» (p. 172); larte al servizio delluomo autonomo e il soggettivismo artistico che pretende sottomissione da parte del pubblico. Inoltre esistono orientamenti che, oltre a essere non cristiani o anticristiani, non vogliono essere e non sono arte. «E così, se la vera arte non deve morire, ci deve essere un qualche ambito che sia libero da questa gara con lo spirito dei tempi; e quellambito è la Chiesa» (p. 173), mediante un adeguato discernimento degli spiriti, malgrado la crescente difficoltà di distinguere ciò che è arte. Spesso i sopraindicati pericoli vengono ignorati per scarsa conoscenza o perché «[...] attribuiamo unimportanza maggiore allessere in sintonia con lo spirito dei tempi piuttosto che con quello Spirito che trascende tutti i tempi» (p. 175), e per «[...] la falsa speranza che saremo capaci di battezzare questi movimenti non cristiani o anti-cristiani con il semplice espediente di accettarli dentro la Chiesa» (ibidem); e, ancora, per un eccessivo spazio riconosciuto alla soggettività, o perché ignoriamo che «[...] la vera libertà dellarte può esserci solo dove essa riconosce volontariamente le norme proprie della sua essenza» (p. 176). La conseguenza di tali atteggiamenti nel rapporto dellarte ecclesiastica con le correnti moderne è «[...] un danno incalcolabile alla Chiesa e anche ai fedeli che, senza esserne consapevoli, sono circondati dai prodotti di uno spirito che, sia nelle sue origini che nel suo obiettivo, sfida lo spirito della liturgia della Chiesa e della sua pietà» (p. 177). Sedlmayr chiarisce che il suo obiettivo non è una pura restaurazione, né la fondazione di una nuova corrente perché «[...] lunica cosa che difendiamo è unars naturaliter christiana» (p. 179): il che è possibile solo riconoscendo la citazione è del filosofo e scrittore russo Vladimir Sergeeviã Solovëv (1853-1900) «[...] che lattività artistica non ha alcun altro presunto oggetto più alto di quello di servire, nella sua propria modalità e con i suoi propri mezzi, lobiettivo universale della vita umana» (ibidem). Stefano Chiappalone |
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