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Magistero episcopale |
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Intervento dapertura
del convegno sul tema Multiculturalità e
identità oggi organizzato nei giorni 20,
21 e 22 settembre 2001 presso lOratorio di San Filippo
Neri, nel capoluogo emiliano, dallIstituto "Veritatis
Splendor" , tenuto da S. E. il card. Giacomo
Biffi, arcivescovo di Bologna e presidente del Consiglio
Scientifico dellIstituto promotore. Testo diffuso
dallUfficio Stampa dellarcidiocesi. Titolo
redazionale. Le note sono state portate al piede e sono
state fatte inserzioni pure redazionali fra
parentesi quadre.
Prospettive teologiche e pastorali in tema di dialogo e dimmigrazione
Voglio congratularmi con lIstituto "Veritatis Splendor" per liniziativa di questo Convegno. Le tematiche che qui saranno toccate non soltanto sono per se stesse di grande rilievo, ma anche si connotano di unattualità viva e (sembra di poter dire) crescente. La felice pluralità delle voci saprà ben lumeggiare, ne sono certo, i vari argomenti; argomenti distinti tra loro e multiformi, ma contigui e anzi in più di un caso vicendevolmente connessi. Per parte mia, vorrei richiamare lattenzione su due differenti questioni, che già altra volta mi hanno dato loccasione di esprimere qualche convincimento: quella dellidentità cristiana entro la dominante "cultura del dialogo" (1) e quella dellimmigrazione nelle nostre terre (2). Dico subito che, se la mia forma mentis è quella del teologo (sia pure di un teologo in disarmo), le mie prospettive e i miei interessi sono quelli del pastore.
La questione del "dialogo" La necessità del dialogo oggi enfaticamente asserita un po in tutti i contesti, fino a essere quasi ossessiva è quasi unovvietà. Come potrebbero vivere gli abitanti di un pianeta così fortemente comunicante e unificato come il nostro, senza parlarsi e confrontarsi tra loro? Possiamo anzi essere daccordo anche sulla doverosa ricerca della reciproca comprensione attraverso una benevola attenzione all"altro" (questo pare sia oggi il senso culturale del termine "dialogo"). È tuttavia innegabile che nella concretezza esistenziale del rapporto tra non credenti e credenti (almeno quei credenti che non vogliono smarrire la loro originale identità) emerge a questo proposito qualche problema, che deve essere correttamente affrontato. Basterà pensare alla pubblicazione, lo scorso anno 2000, da parte della Congregazione per la dottrina della fede della Dichiarazione Dominus Iesus: non era mai capitato in venti secoli di cristianesimo che si sentisse il bisogno di ricordare ai discepoli di Gesù una verità così elementare e primaria come questa: il Figlio di Dio fatto uomo, morto per noi e risorto, è lunico necessario Salvatore di tutti. Evidentemente si è temuto che di questi tempi Gesù Cristo potesse diventare lillustre vittima del dialogo interreligioso. Paolo VI [1963-1978] che con lenciclica Ecclesiam suam (1964) ha introdotto ufficialmente il tema nei documenti del Magistero ha chiarito le opportunità, i metodi, i fini, ma si è volutamente astenuto da dare alla proposta di "dialogo" una vera e propria fondazione teologica. Il che è forse alla fonte delle intemperanze e delle ambiguità che hanno poi aduggiato la cristianità (3). Nel tentativo di attenuare tale inconveniente e nella speranza che il discorso sia poi proseguito dagli addetti ai lavori (possibilmente senza eccessive precomprensioni ideologiche e senza troppo indulgere alla moda del "politicamente corretto"), mi proverò a elencare alcuni elementi di riflessione a mio avviso incontestabili e ineludibili. 1. Levento salvifico nei due fatti costitutivi dellincarnazione del Verbo e della risurrezione di Gesù sta allorigine del cristianesimo e ne rappresenta in forma perenne e definitiva il senso e il cuore. Essendo dei "fatti", essi non sono "trattabili": chi "crede" non li può, restando logico, né attenuare né mettere tra parentesi; chi "non crede" non li può razionalmente accettare. Sono dunque culturalmente "laceranti". Il che è chiaramente insegnato dalla parola di Dio in alcuni testi oggi abbondantemente censurati: "Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori" (Lc. 2, 34-35). "Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada" (Mt. 10, 34). "La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata dangolo... Chi cadrà su questa pietra sarà sfracellato; e qualora essa cada su qualcuno, lo stritolerà" (Mt. 21, 42.44). Alla luce di questi insegnamenti, il principio che "bisogna guardare più a ciò che ci unisce che a quello che ci divide" (utilissimo nella sua accezione "politica" e comportamentale) diventa ambiguo fino a essere deviato e alienante nellambito del dialogo interreligioso: il cristiano guarda e non può mai cessare di guardare soprattutto a ciò che la Rivelazione gli ha indicato come eminente e sostanziale. 2. Nel cristiano la fede è unintelligenza assolutamente nuova e imparagonabile, che gli deriva dalla luce comunicatagli dallo Spirito del Signore risorto: tale luce ha come effetto proprio di far partecipare alla conoscenza stessa che possiede il Signore Gesù. Chi ne è privo, manca del principio conoscitivo adeguato a cogliere il significato ultimo di questo ordine di cose concretamente esistente (che è incentrato in Cristo ed è dunque "soprannaturale"). È linsegnamento esplicito e inequivocabile di san Paolo, che chiarisce la differenza e la fatale incomunicabilità che cè tra luomo pneumatikòs e luomo psychikòs: "Noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato. Luomo "psichico" invece non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare per mezzo dello Spirito" (1 Cor. 2, 12-15). 3. Secondo la dottrina di san Paolo, tutto dallinizio è stato pensato e voluto in Cristo (cfr. Col. 1, 15-20). E dunque ogni uomo è stato esemplato su Cristo: proprio in quanto uomo, egli è una iniziale immagine del Figlio di Dio. Si deve dunque pensare che nessun uomo, in questa "economia" cristocentrica, sia abbandonato entro i confini della pura naturalità e sia lasciato senza alcun aiuto che lo proporzioni almeno per qualche aspetto alla soprannaturalità delluniverso come in realtà esiste. 4. "Lo Spirito ha detto Gesù spira dove vuole" (Gv. 3, 8). Non è da sottovalutare la libera azione illuminante che è propria dello Spirito Santo, effuso sullumanità dal Signore che sta alla destra del Padre. È unazione alla quale noi non possiamo a priori assegnare nessun confine. Le intelligenze umane, anche se di solito non arrivano a percepirlo, sono spesso "pneumatizzate" quando si pongono sinceramente al servizio della verità. In unopera attribuita un tempo a santAmbrogio [339 ca.-397) si trova a questo proposito unaffermazione illuminante (ripetutamente ricordata da san Tommaso dAquino [1225 ca.-1274]): "Quidquid verum a quocumque dicitur, a Sancto dicitur Spiritu" (4). Come si vede, la risposta al problema se sia o no possibile un dialogo tra il credente e non credente non è semplice perché è una risposta "dialettica", e sono diversi gli elementi che interagiscono. Certo, non cè alcuna possibilità di intesa tra la fede e lincredulità, considerate come atteggiamenti mentali e spirituali totalmente estranei e tra loro antitetici. Ma noi dobbiamo sempre cercare di avvalorare (e rendere auspicabilmente feconda di verità) liniziale conformità a Cristo che si trova in ogni uomo. Senza dire che il non credente può essere portavoce inconsapevole dello Spirito Santo; sicché a priori non possiamo trascurare di ascoltarlo con qualche speranza; e, nel caso più fortunato, di convenire con lui.
La questione dellimmigrazione Sullimmigrazione mi limito a richiamare schematicamente quanto ho avuto occasione di dire lo scorso anno. Alle comunità cristiane proponevo tre persuasioni semplici ed essenziali. 1. Non è per sé compito della Chiesa e delle singole comunità risolvere i problemi sociali che la storia di volta in volta ci presenta. Noi non dobbiamo perciò nutrire nessun complesso di colpa a causa delle emergenze anche imperiose che non ci riesce di affrontare efficacemente. 2. Dovere statutario del popolo di Dio e compito di ogni battezzato è di far conoscere Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio morto per noi e risorto, e il suo necessario messaggio di salvezza. È un preciso ordine del Signore e non ammette deroga alcuna. Egli non ci ha detto: "Predicate il Vangelo a ogni creatura, tranne i musulmani, gli ebrei e il Dalai Lama". 3. Allo stesso modo, è nostro dovere losservanza del comando dellamore. Di fronte a un uomo in difficoltà quale che sia la sua razza, la sua cultura, la sua religione, la legalità della sua presenza i discepoli di Gesù hanno il dovere di amarlo operosamente e di aiutarlo a misura delle loro concrete possibilità.
Tre convincimenti esprimevo anche nei confronti dello Stato italiano. 1. Di fronte al fenomeno dellimmigrazione, lo Stato non può sottrarsi al dovere di regolamentarlo positivamente con progetti realistici (circa il lavoro, labitazione, linserimento sociale), che mirino al vero bene sia dei nuovi arrivati sia delle nostre popolazioni. 2. Poiché non è pensabile che si possano accogliere tutti, è ovvio che si imponga una selezione. La responsabilità di scegliere non può essere che dello Stato italiano, non di altri; e tanto meno si può consentire che la selezione sia di fatto lasciata al caso o, peggio, alla prepotenza. 3. I criteri di scelta non dovranno essere unicamente economici e previdenziali: criterio determinante dovrà essere quello della più facile integrabilità nel nostro tessuto nazionale o quanto meno di una prevedibile coesistenza non conflittuale. Un "ecumenismo politico" (per così dire), astratto e imprevidente, che disattendesse questa elementare regola di buon senso amministrativo, potrebbe preparare anche per il nostro popolo un futuro di lacrime e di sangue. Ho la presunzione di avere con ciò enunciato in termini estremamente chiari delle proposte del tutto ragionevoli (anzi, se si vuole, "laicamente" ragionevoli). E moltissimi le hanno intese e apprezzate. Mi sfugge invece come sia stato possibile muovere a questa posizione da parte di altri accuse come quelle di integralismo, di prevaricazione clericale, di intolleranza, di atteggiamento antievangelico, eccetera. Lipotesi più misericordiosa che mi si presenta è che da parte dei miei critici, per il brigoso impegno di parlare, non si sia trovato il tempo di leggere ciò che io avevo scritto. Quella dellimmigrazione è una questione difficile e complessa, e va affrontata con serietà di informazione e di indagine. Non si tratta perciò soltanto di leggere ciò che si vuol contestare (che è il minimo che si deve fare); bisogna anche per dirla col Manzoni [1785-1873] "[...] osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare.
"Ma parlare, continua il Manzoni con la sua saggezza al tempo stesso sorridente e impietosa questa cosa così sola, è talmente più facile di tutte quellaltre insieme, che anche noi, dico noi uomini in generale, siamo un po da compatire" (5). Tanto più quindi mi compiaccio dellaccurato programma di ricerca, di analisi, di discussione, che arricchirà le giornate di questo Convegno. Al quale auguro di cuore un lavoro sereno e fruttuoso. + Cardinale
Giacomo Biffi *** (1) Cfr. Giacomo Biffi, Il dialogo. Riflessione teologica, Piemme, Casale Monferrato (Alessandria) 1998. (2) Cfr. Idem, Sullimmigrazione. Intervento al Seminario della Fondazione "Migrantes, Elledici, Leumann (Torino) 2000. (3) È significativo che il Segretariato per i non credenti concludeva una sua nota del 10 luglio 1970 ammonendo: "Non si deve fare un mito del dialogo, favorendo lillusione di possedere con esso la capacità di tutto comprendere e di tutto risolvere, addomesticando problemi e prefabbricando adeguate risposte"[Nota Ampliores rationes circa studium atheismi et institutionem ad dialogum cum non credentibus habendum, V, 11, in Enchiridion Vaticanum. Documenti ufficiali della Santa Sede, vol. III, 1968-1970, EDB. Edizioni Dehoniane Bologna, Bologna 1977, pp. 1576-1591 (p. 1591)]. (4) ["Qualunque verità, da chiunque detta, è detta dallo Spirito Santo"] (Ambrosiaster, In primam ad Cor. XII, 23). (5) Alessandro Manzoni, I promessi sposi, cap. XXXI. |
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