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LUCIANO BENASSI, Quaderni di Cristianità, anno II, n. 4, primavera 1986
Aspetti dello sviluppo industriale nel Medioevo
1. Introduzione "La cultura accademica,
bene o male, ormai sa che il Medioevo non è
unepoca di sottosviluppo, di oscurantismo, di
ignoranza e ancora meno di tirannia. Non sempre, tuttavia,
questo si trasmette a chi frequenta la università
[...]. Con queste parole Régine Pernoud, uno dei più autorevoli studiosi della civiltà medioevale europea, definisce lo stato delle conoscenze sul Medioevo nelle scuole francesi. Senza fatica, credo, le stesse considerazioni potrebbero applicarsi alla situazione italiana, dove, oltre la cerchia degli specialisti, linformazione sul Medioevo risente degli stessi pregiudizi anticattolici denunciati dalla ricercatrice francese. Tali pregiudizi sono il risultato di una pressione culturale che ha origini lontanissime - riscontrabile nel Rinascimento, esplicita nel movimento protestantico, attiva nellilluminismo - e il cui scopo è la rimozione dalla memoria storica dei cattolici di ogni nozione di civiltà cristiana, cioè della "realizzazione, nelle condizioni inerenti ai tempi e ai luoghi, dellunico vero ordine tra gli uomini" (2). Uno dei risultati di questa campagna plurisecolare di disinformazione è la "leggenda nera" sul Medioevo, cioè lalone cupo che grava su ogni espressione del mondo medioevale (3). Manifestazioni di tale "leggenda" sono i luoghi comuni più grossolani e, purtroppo, ampiamente diffusi nella cultura corrente. Basti ricordare le fantasie intorno allo ius primae noctis, o le varie figurazioni del "signorotto feudale" che governa tirannicamente folle di contadini abbrutiti dalla fatica, oppure, ancora, lidea dellInquisizione, dei roghi e della caccia alle streghe, fenomeni, questi ultimi. che sebbene siano apparsi qualche secolo dopo lepoca medioevale, vengono considerati come un suo prodotto e descritti, fra laltro, con proporzioni assolutamente deformate anche rispetto alla loro realtà storica (4). Tale "leggenda nera" non è costituita, tuttavia, solo dalle notizie che si sono sedimentate in secoli di storiografia di parte, ma anche dalle innumerevoli omissioni sullepoca medioevale e sulle sue realizzazioni. Nellopinione comune il Medioevo è unepoca sterile sotto tutti i punti di vista, è un puro lasso di tempo, come denota il nome stesso già semanticamente caratterizzato: Medioevo, ovvero Età Media fra due epoche, lantichità classica e il Rinascimento, che godono invece di un unanime giudizio positivo. Eppure - si chiede Régine Pernoud - come è possibile che unepoca considerata di sottosviluppo ci abbia lasciato le cattedrali (5)? E - si potrebbe incalzare - come è possibile che dalla civiltà medioevale sorgano città ancora oggi ammirate per la loro bellezza e per la loro "vivibilità"? Comè possibile che in un periodo così oscuro siano nate le università, o abbiano visto la luce capolavori artistici e letterari incomparabili? O che il commercio o il semplice spirito di avventura abbiano spinto uomini nellallora lontanissimo Oriente per allacciare contatti con genti sconosciute? Strana oscurità, strana barbarie, quelle medioevali! E strana storiografia quella che non riesce a giustificare un divario cosi macroscopico tra il fatto e il giudizio! Fra gli aspetti della civiltà medioevale che più hanno patito le falsità e i silenzi della "leggenda nera", sicuramente occorre annoverare il mondo delle invenzioni, dellindustria e, in generale, il mondo della tecnica. Se, nella cerchia degli specialisti, la scoperta di numerosi manoscritti di carattere tecnico ha ribaltato lopinione relativa a un Medioevo arretrato anche da questo punto di vista (6), permane tuttavia, negli altri gradi di istruzione, lidea di unepoca tecnologicamente infeconda, verso la quale il prodigioso sviluppo industriale dei secoli successivi non sarebbe in nulla debitore. A dissipare questi luoghi comuni contribuiscono felicemente un denso volumetto di Jean Gimpel, La révolution industrielle du Moyen Age (7), e un lungo articolo di Terry S. Reynolds, Le radice medioevali della Rivoluzione industriale (8). Non ancora tradotto in italiano e reperibile soltanto nelle edizioni francese e inglese, lopera di Jean Gimpel, studioso di storia della tecnologia, possiede tutti gli elementi per replicare un successo editoriale dello stesso autore, Costruttori di cattedrali (9). Il pregio dellopera è, infatti, quello di unire al taglio indiscutibilmente divulgativo dellesposizione, un altrettanto indiscutibile serietà scientifica, quale si evince dalle numerose fonti originali citate e dagli abbondanti riferimenti bibliografici (10). A questo si deve aggiungere un ulteriore elemento di interesse, costituito dal suo carattere di grande respiro. Jean Gimpel infatti, per suffragare la tesi di un Medioevo fortemente industrializzato, percorre a uno a uno tutti i settori produttivi dellepoca, soffermandosi anche su aspetti collaterali come la disciplina giuridica del lavoro e fenomeni di inquinamento. Non meno utile, pure se limitato alle dimensioni di un articolo, è lo studio di Terry S. Reynolds. Lautore, laureato in storia e professore alla Michigan Technological University, negli Stati Uniti, tende a mostrare il ruolo avuto dallintroduzione durante il Medioevo delle macchine azionate ad acqua per il successivo sviluppo industriale dellOccidente. Entrambi gli autori concordano sullimportanza dellutilizzo dellenergia idraulica nella trasformazione delleconomia medioevale: si tratta di un fenomeno che passo a esporre, sia pure succintamente, perché da solo può contribuire a smascherare molte falsità.
2. Lo sfruttamento dellenergia idraulica A partire dal secolo IX, lEuropa conosce uno straordinario sviluppo, per numero e qualità, di un tipo di fabbrica che gli storici della tecnica sono soliti rubricare sotto il nome di mulino. Non si tratta, tuttavia, solo del luogo in cui, secondo il significato corrente del termine, si trasformano i cereali: il mulino medioevale ospita una vasta gamma di attività industriali che va dalla lavorazione della lana e della carta alla produzione della birra, dalla concia delle pelli alla frantumazione delle olive, fino al settore metallurgico, nel quale dominano la lavorazione del ferro e la produzione della ghisa. Cuore di ogni mulino medioevale e autentico centro propulsore di esso, è la ruota idraulica il cui movimento rotatorio, generato da un flusso dacqua, fornisce lenergia necessaria alle diverse fasi di lavorazione. Anche nel mondo antico esistevano i mulini ad acqua, ma il loro impiego era limitato da almeno due fattori. Innanzitutto la difficoltà di reperire condizioni idrauliche convenienti, cioè corsi dacqua regolari che assicurassero continuità di funzionamento alle macchine. Non si deve dimenticare che il baricentro geografico del mondo antico, rispetto a quello del mondo medioevale, era più spostato verso mezzogiorno. Ma il vero motivo dellassenza di una strategia di meccanizzazione nellAntichità - che, come nel Medioevo, avrebbe dovuto fondarsi sullenergia idraulica - è socio-politico. Osserva Jean Gimpel: "La forza idraulica poteva offrire soltanto un interesse limitato in paesi dove la schiavitù forniva mano dopera a buon mercato" (11), per cui "una politica di meccanizzazione avrebbe [avuto] un effetto disastroso sulla mano dopera libera e servile" (12). Al contrario, in un mutato clima sociale e politico come quello del secolo IX, il declino e poi la scomparsa della schiavitù si accompagnano allimpiego su larga scala dellenergia idraulica. Le cifre non lasciano spazio a dubbi. In Francia, "verso
lanno 845, sui 23 possedimenti del monastero di
Montier-en Der, nel dipartimento di Saint-Dizier
nellAlta Marna, si contavano, sul fiume Voize, 11
mulini, 3 dei quali erano dislocati in meno di 6 chilometri.
Sulle terre dellAbbazia di
Saint-German-des-Prés, oggi noto per i suoi
caffè letterari: Flore, Lipp, Deux-Magots, non
verano meno di 59 mulini, costruiti lungo modesti
corsi dacqua [...]. La situazione descritta relativamente alla Francia non è diversa da quella dellInghilterra. Attraverso il Domesday Book, una raccolta dei questionari compilati dagli amministratori che Guglielmo il Conquistatore invia nelle contee inglesi intorno al 1086 per recensire i beni del regno, ci è pervenuto un preciso quadro socio-economico dellInghilterra del secolo XI. I messi di Guglielmo visitarono "circa 34 delle contee che costituiscono lInghilterra contemporanea, e inventariarono 9250 castelli occupati da 287.045 fittavoli" (14). La vita economica di questo popolo - cioè quasi un milione e mezzo di abitanti, considerando ciascun fittavolo a capo di una famiglia di cinque persone - si svolgeva intorno al mulino e allo sfruttamento dellenergia idraulica. Nel Domesday Book, infatti, "sono stati inventariati 5.264 mulini; 3.463 castelli, cioè più di un terzo del totale, possedevano un mulino, forse due" (15). Mediamente, dunque, un mulino serviva cinquanta famiglie, ma in certe contee, come il Wiltshire, ricche di cereali e di corsi dacqua, si raggiungeva il rapporto di un mulino ogni ventisei famiglie, con una densità, sul fiume Wylye, di trenta mulini dislocati su sedici chilometri di corso fluviale, cioè un mulino ogni cinquecento metri. Dal punto di vista tecnologico la "follia costruttiva" medioevale costituisce, per gli ingegneri del tempo, unautentica sfida. La necessità di installare gli impianti nelle più svariate condizioni idrauliche, di migliorare i rendimenti e di meccanizzare nuovi tipi di lavorazioni li spinge ad adottare soluzioni tecniche ardite e originali che, complessivamente considerate, fanno arretrare di parecchi secoli quel processo di sviluppo dellindustria europea solitamente e troppo affrettatamente collocato nel secolo XVIII. Del resto, basti tenere presente che molti mulini citati nel Domesday Book "funzionavano ancora nel secolo XVIII, in piena rivoluzione industriale. Ammodernati, esistevano ancora nel secolo XIX e alcuni sono ancora in piedi ai giorni nostri" (16). Il capitolo relativo allo sviluppo e alla evoluzione tecnica dei mulini è sicuramente uno dei più appassionanti di tutta la storia dellindustria medioevale. Larticolo di Terry S. Reynolds, sia pure in modo rapido, offre una serie di esempi che testimoniano la vastità delle applicazioni dellenergia idraulica e la corrispondente vastità delle soluzioni adottate per meccanizzare i processi produttivi più disparati. "A partire dal IX
secolo i costruttori di mulini cominciarono a estendere gli
sviluppi conseguiti nellantichità. Per esempio,
applicarono la ruota idraulica verticale a vari processi
che, come il sollevamento dellacqua con la noria,
richiedevano un moto rotatorio nello stesso piano di quello
della ruota. Uno di questi processi era la molatura e
levigatura dei metalli nelle coltellerie. Queste fabbriche
sono menzionate per la prima volta in documenti che
risalgono allinizio del Duecento. In esse furono
installati ingranaggi non per modificare il piano di
rotazione ma per aumentare la velocità di rotazione
dellasse della ruota idraulica, e in alcuni casi per
spostare la direzione del piano di rotazione in quello di
mole montate su alberi ad angolo retto rispetto
allasse della ruota idraulica. Il maggiore salto di qualità nello sviluppo delle applicazioni meccaniche legate allenergia idraulica si ha, tuttavia, con lintroduzione della camma nel sistema di trasmissione del movimento, ciò che consente la trasformazione del moto rotatorio della ruota idraulica in un moto lineare. La camma è un dispositivo molto semplice: si tratta di una protuberanza rigida disposta su di un asse rotante che, ad ogni rotazione, impegna una protuberanza corrispondente collocata su di un albero che può muoversi solo secondo il proprio asse. A ogni contatto fra le due camme lalbero viene prima sollevato e poi lasciato cadere. Le proprietà della camma erano note fin dallAntichità mediterranea, ma venivano utilizzate soltanto nella costruzione di automi o di altri meccanismi di piccola scala. Solo in Cina, verso il 290 a. C., la camma è impiegata per azionare martelli a pilone nella brillatura del riso. Ma questo, tuttavia, rimane lunico impiego industriale di un congegno che nellEuropa medioevale, al contrario, conosce una grandissima fortuna e gioca un ruolo determinante nello sviluppo dellindustria e delleconomia in genere (18). Basti pensare che oggi qualsiasi automobile è dotata di un albero a camme. La camma trova impiego nelle lavorazioni in cui occorreva una macerazione o una martellatura del materiale da trattare, operazioni che, nellAntichità, venivano effettuate a mano o con i piedi. Secondo Terry S. Reynolds "magli a caduta libera a leva azionati dallenergia idraulica potrebbero essere stati usati in sostituzione di macine modificate nelle birrerie del IX secolo, ma le prime industrie ad adottare decisamente magli e martelli idraulici furono le industrie della follatura [della lana] e della canapa dei secoli X e XI" (19). Il processo di meccanizzazione è così rapido che "nel Duecento in gran parte dellEuropa occidentale la follatura veniva già eseguita meccanicamente" (20). Il caso dellInghilterra è particolarmente significativo: i mulini per follare erano centotrenta nel 1327, mentre il primo mulino di questo tipo di cui si ha notizia nellisola risale al 1185; e ciò significa che, per oltre un secolo, quasi ogni anno vedeva la luce un nuovo mulino meccanizzato per la lavorazione della lana. Con il tempo, i martelli a energia idraulica trovano impiego anche in altre lavorazioni, soprattutto in quella della carta. "Durante più di mille anni, la carta, inventata dai cinesi, era stata fabbricata a mano o con i piedi, ma da quando fu introdotta in Europa, il suo processo di fabbricazione venne meccanizzato. Si tratta di una prova notevole dello spirito tecnico degli europei del Medioevo" (21). Le prime cartiere a energia idraulica sono menzionate nel 1276 e riguardano gli impianti di Fabriano, nelle Marche. Mulini per la fabbricazione della carta funzionavano nel 1280 a Xativa, presso Valencia in Spagna, mentre in Francia il più antico mulino del genere sembra essere quello di Richard-de-Ers, sulla Dore, nellattuale Puy-de-Dôme, che produceva carta nel 1326. Terry S. Reynolds fornisce qualche dato sulla crescita degli impianti cartari in Inghilterra: i trentotto impianti dellinizio del Seicento diventano duecento nel 1710 e arrivano a trecentocinquanta nel 1763. La felice combinazione tra ruota idraulica verticale e camma trova il proprio trionfo nellindustria siderurgica che, per i suoi riflessi immediati sui campi militare, agricolo ed edile, costituiva, nel Medioevo più di oggi, uno dei principali settori delleconomia. Ancora nellAlto Medioevo il processo di estrazione del ferro dal minerale era una operazione che richiedeva notevole uso di mano dopera e di tempo. Infatti "i mastri ferrai europei fondevano il minerale in un piccolo forno e fornivano laria al miscuglio di carbone e minerale che bruciava per mezzo di mantici azionati con le mani o con i piedi. Il processo, però, non consentiva di ottenere temperature abbastanza elevate da fondere il ferro. Così quasi ogni giorno il mastro ferraio doveva lasciar spegnere il forno e smontarlo per estrarne la massa spugnosa formata da un miscuglio poroso di ferro metallico e scoria. Per ottenerne una forma di ferro utilizzabile, i mastri ferrai dovevano riscaldare e martellare ripetutamente quella massa spugnosa, operazione con la quale a ogni ciclo si consolidava ulteriormente il ferro e si eliminava la scoria. Questa massa, come il minerale, veniva riscaldata in un forno il cui tiraggio era fornito da mantici azionati a mano" (22). Lintroduzione dellenergia idraulica snellisce notevolmente le varie fasi della lavorazione aumentandone lefficienza. Innanzitutto, la sostituzione del lavoro allincudine con i martelli azionali ad acqua, oltre a liberare i fabbri da una incombenza faticosa, consente di ottenere una battitura più regolare e di aumentare il peso dei martelli da 150 a 450 kg. Anche la velocità di battitura aumenta considerevolmente: con martelli da 300 kg. si raggiungevano velocità di 60-120 colpi al minuto, mentre i martelli da 70-80 kg. arrivavano a 200 colpi al minuto. Lenergia idraulica influisce notevolmente anche sul sistema di aerazione dei forni fusori. Mantici più grandi e più potenti azionati dallacqua potevano produrre correnti daria che elevavano la temperatura del forno così da consentire la fusione senza ricorrere allo spegnimento e allo smantellamento del forno stesso. Anzi, verso la fine del Trecento ha termine luso di spegnere il forno e di smontarlo per raccogliere il metallo ancora frammisto a scorie e "la produzione di ferro si trasformò da processo "a lotti" in un processo almeno semicontinuo, con una riduzione significativa nella richiesta di mano dopera" (23). La meccanizzazione della siderurgia si diffonde rapidamente. "Il primo forno attrezzato con soffierie idrauliche è menzionato in un documento del 1323, ma si ammette generalmente che il primo autentico altoforno dati alla fine del secolo XIV" (24). Comunque, "nel 1492 nellarea di Siegen, in Germania, tutte le 38 fucine che producevano ferro in lingotti e acciaio utilizzavano energia idraulica" (25). La produzione dellindustria siderurgica era collegata, come ho detto, a tre settori fondamentali della vita sociale: il settore militare, il settore agricolo e il settore delle costruzioni. La necessità di ferrare gli animali e limportanza crescente assunta dalle armatura contribuiscono certamente allo sviluppo della siderurgia. I ferri da cavallo, per esempio, sono prodotti in quantità realmente industriale, come testimonia lordine di 50 mila pezzi fatto da Riccardo I Cuor di Leone alle sessanta fucine della foresta di Dean, in preparazione della Crociata. Più difficile è quantificare limpatto della siderurgia meccanizzata sul settore agricolo. È certo che in molti strumenti agricoli vengono adottate parti o rinforzi di ferro: senza vomeri di ferro, infatti, i pesanti aratri medioevali non avrebbero mai potuto dissodare con tanto successo le ricche terre vergini dellEuropa Settentrionale e Occidentale. Lunica limitazione allutilizzazione di parti di ferro nelle attrezzature agricole era costituita dalla scarsa abbondanza del metallo e, di conseguenza, dal suo elevato costo - circa dieci volte superiore a quello attuale. Unampia documentazione scritta e archeologica consente, invece, di stabilire che nel settore edile i tecnici medioevali usano abbondantemente il ferro, sia per gli attrezzi dei muratori che nelle strutture degli edifici. "I conti dei cantieri del Medioevo fanno menzione di ogni sorta di attrezzi e di utensili di ferro: listelli, sbarre, serrature e ramponi. Ciò che più stupisce è la quantità di chiodi di diverso tipo e calibro allora in uso" (26). Le tecnologie metallurgiche sviluppatesi con lapplicazione dellenergia idraulica al processo estrattivo e a quello di lavorazione del minerale segnano un reale successo per lingegneria medioevale. Di tale successo godono fin dal principio gli impianti industriali realizzati dagli europei nel Nuovo Mondo. Come ricorda Terry S. Reynolds, vicino a Potosí, sulle Ande boliviane, "gli ingegneri spagnoli che sfruttavano i ricchi giacimenti dargento cominciarono a costruire nel 1573 un sistema di dighe, bacini e canali per portare acqua a impianti per la frantumazione dei minerali. Nel 1621 il sistema comprendeva 32 dighe. Un canale principale lungo cinque chilometri trasportava acqua a 132 mulini per la frantumazione dei minerali nei dintorni della città. Il sistema generava una potenza di più di 600 cavalli vapore" (27).
3. Ambiente e inquinamento La meccanizzazione dei vari settori produttivi, fondata principalmente sullenergia idraulica, conferisce alleconomia medioevale quelle connotazioni industriali che, dal 1700 in poi, con progressione geometrica, diventano il tratto caratteristico delleconomia di tutto lOccidente. Testimonianze dello sviluppo industriale del Medioevo - che ha preceduto e ha fondato, anche se soltanto dal punto di vista strettamente tecnologico, la rivoluzione industriale dei secoli XVIII e XIX - sono i fenomeni di inquinamento e di degrado ambientale, che in qualche modo colpiscono - certo meno che in epoca moderna, a causa del minore tasso di industrializzazione e del diverso tipo di produzione - anche le popolazioni e il paesaggio dellEuropa medioevale. Jean Gimpel, che dedica un intero capitolo al fenomeno dellinquinamento nel Medioevo, individua per esso almeno quattro manifestazioni degne di nota: disboscamento indiscriminato, inquinamento atmosferico, inquinamento acustico e inquinamento delle acque (28). Lesplosione demografica che quasi raddoppia la popolazione europea fra il 1000 e il 1300, portando gli abitanti da 42 a 73 milioni circa, contribuisce a produrre guasti e distruzioni allambiente. "Vennero distrutti
migliaia di ettari di foresta per aumentare la superficie
delle terre arabili e dei pascoli. Inoltre, a parte il fatto
che allepoca il legno era il principale combustibile
sia per uso domestico che per uso industriale, serviva anche
nella costruzione delle case, dei mulini ad acqua e a vento,
dei ponti, delle installazioni militari, delle
fortificazioni, delle palizzate di difesa, delle botti e dei
tini dei vignaioli. Le navi erano di legno come pure le
macchine e i telai dei tessitori. I conciatori e i cordai
utilizzavano la corteccia di certe specie di alberi. Le
fabbriche di vetro soffiato e lindustria del ferro
distrussero foreste intere per attivare i loro forni e le
loro forge. Si può avere unidea precisa
dellestensione dei danni causati alle foreste dai
fonditori pensando che per ottenere 5 kg. di ferro occorreva
trattare 200 kg. di minerale bruciando almeno 25 steri (25
m3) di legno. Si è stimato che in 40
giorni una sola carbonaia poteva disboscare una foresta nel
raggio di un chilometro. [...] Analogamente, in Inghilterra, a metà del secolo XIV, "la costruzione del castello di Windsor esigette il taglio di unintera foresta: furono abbattute esattamente 3004 querce. E come se ciò non bastasse, dieci anni più tardi furono abbattute 940 querce nei boschi di Combe Park e di Pamber, portando il totale del taglio per il solo castello di Windsor a 3944 alberi" (30). Ben presto si fanno sentire le conseguenze di questo disboscamento selvaggio, perché diviene materiale raro e costoso. La società medioevale reagisce alla carenza di legname principalmente su due fronti. Innanzitutto adotta misure legislative come la regolamentazione dei tagli, lobbligo di piantare un certo numero di alberi allanno per sostituire quelli abbattuti oppure la concessione delle foreste solamente a certe fucine, diremmo oggi "autorizzate". Sul fronte tecnologico, la scarsità del legname è tuttavia aggirata con ladozione, da parte degli ingegneri, di nuove tecniche costruttive che permettono di utilizzare travi e assi di dimensioni più piccole. Anche il legno come combustibile deve essere sostituito e il combustibile alternativo è il carbone. Facilmente estratto, almeno inizialmente, in pozzi che di rado superavano i 6-15 metri di profondità, il carbone viene a costituire anche una consistente fonte di introiti. Tuttavia, insieme con luso quotidiano di questo combustibile, la società medioevale conosce linquinamento atmosferico: "La prima persona a soffrirne, o almeno a notarne gli effetti dannosi, fu la regina Eleonora dInghilterra che, nel 1257, abbandonò precipitosamente il castello di Nottingham, lamentandosi di essere disturbata dai fumi pestilenziali della città industriale" (31). La regina Eleonora non è comunque la sola a subire i fastidi dellaria inquinata dai fumi di carbone. Verso la fine del Duecento Londra, infatti, si apprestava a costruirsi la fama di città dello smog essendo in pratica "la prima città del mondo a soffrire per linquinamento atmosferico. Nel 1285 e nel 1288 sono menzionate lamentele contro i forni da calce che infettano e corrompono laria della città. Furono istituite commissioni dinchiesta. Nel 1307 venne emesso un proclama reale a Southwark, a Wapping e a East Smithfield per vietare luso del carbone di mare nei forni da calce sotto pena dammenda" (32). Un fenomeno di minori proporzioni rispetto ai due appena descritti, ma chiaramente identificato, è nel Medioevo costituito dallinquinamento acustico: infatti, nelle vicinanze delle fonderie e delle botteghe dei fabbri, era rilevabile il baccano delle forge e delle incudini. I documenti pervenuti fino a noi testimoniano le denunce di migliaia di persone i cui sonni erano disturbati dai rumori provenienti dalle fucine adiacenti. Assai curioso è un componimento in versi di un anonimo del secolo XIV che, esprimendo in modo pittoresco la sua collera per le notti perdute a causa dei rumori dei fabbri, cosi conclude: "Tik, tak, hic, hack,
ticket, tacket, tyk, tyk, Più consistenti e più seri, tanto da interessare ancora una volta le autorità, sono i fenomeni di inquinamento delle acque. "I Macelli e le concerie, queste ultime in modo particolare, ne sono ritenuti responsabili. Le municipalità si sforzarono sempre di allontanare i macellai e i conciatori [...] a valle dei fiumi e al di fuori delle città" (34). Due esempi valgono a dare unidea dello stato delle acque nelle aree ad alta concentrazione industriale. A Parigi, nel 1366, il parlamento ordina che la macellazione e lo squartamento del bestiame, generalmente praticati sul posto, vengano fatti lungo un corso dacqua a valle della città. Il decreto si rende necessario in quanto qualcosa come 250 mila capi di bestiame erano macellati ogni anno. Dati del 1293 testimoniano labbattimento di 188.522 ovini, 30.116 buoi, 19.604 vitelli e 30.784 maiali: una quantità più che sufficiente per inquinare la Senna. In Inghilterra, nel 1425, a Colchester, nella contea dellEssex, i birrai si lamentavano del fatto che i conciatori "infestassero" le acque da essi utilizzate per produrre la birra. Il termine "inquinamento" non esisteva ancora, ma il linguaggio del Medioevo era altrettanto espressivo. In un documento dellepoca si legge che "la corruzione del fiume è così grande che gli stessi pesci muoiono" (35), e ciò evoca immagini ben note sullo stato di certi corsi dacqua dei nostri giorni. Da ultimo, vale la pena di ricordare che la prima legge nazionale anti-inquinamento risale al 1388, ed è votata dal parlamento inglese riunito a Cambridge. Questa legge riguardava sia linquinamento atmosferico che quello delle acque. Molto puntualmente era fatto divieto di gettare qualsiasi rifiuto nei fiumi o di lasciarlo trascinare lungo le strade. Tutte le immondizie dovevano essere trasportate fuori della città, "altrimenti - affermava la legge - laria sarà fortemente corrotta e avvelenata, innumerevoli malattie e intollerabili epidemie imperverseranno ogni giorno" (36).
Conclusione Il quadro tracciato - desunto dallopera di Jean Gimpel e dallarticolo di Terry S. Reynolds - non esaurisce certamente la molteplicità degli interessi e degli ambiti ai quali si rivolge luomo medioevale. Una scorsa anche rapida alla cronologia delle invenzioni e delle innovazioni tecnologiche che si sono succedute dallAlto al Basso Medioevo dà unidea delle dimensioni del fenomeno e, dunque, dello sforzo che occorrerebbe compiere per comprenderlo e renderlo patrimonio della cultura dei nostri giorni, a partire da quella scolastica (37). Tuttavia i dati riportati consentono di accettare i giudizi ai quali gli stessi Jean Gimpel e Terry S. Reynolds più volte giungono nel corso delle loro considerazioni. Rovesciando uno dei luoghi comuni più diffusi, quello del Medioevo come intervallo fra epoche di "autentico" progresso, Jean Gimpel afferma che "i secoli XI, XII, XIII hanno creato una tecnologia sulla quale la rivoluzione industriale del secolo XVIII si è appoggiata per prendere il proprio slancio. Le scoperte del Rinascimento hanno svolto soltanto un ruolo limitato nellespansione dellindustria in Inghilterra nei secoli XVIII e XIX. "In Europa, in tutti i campi, il Medioevo ha sviluppato più di qualsiasi altra civiltà luso delle macchine. È questo uno dei fattori determinanti della preponderanza dellemisfero occidentale sul resto del mondo" (38). Allo stesso modo - sottolineando come di solito il termine "Rivoluzione industriale", usato per indicare la sostituzione del lavoro manuale con le macchine a vapore fra la fine del Settecento e linizio dellOttocento, suggerisca lidea di una "frattura brusca nei confronti degli sviluppi dei secoli precedenti" - Terry S. Reynolds afferma che "la storia dellenergia idraulica nellEuropa del Medioevo e dellinizio dellEra moderna presenta un quadro diverso. [...] In altri termini sarebbe più corretto considerare lascesa dellindustria europea un processo evolutivo risalente almeno allVIII o IX secolo, quando gli ingegneri europei cominciarono ad applicare ampiamente lenergia idraulica a processi industriali" (39). Da ultimo, mi pare si imponga una considerazione. Il concreto progresso tecnico raggiunto nel Medioevo, insieme con la solida prosperità economica che ne è derivata, se, da un lato, contribuiscono a smantellare le menzogne della "leggenda nera", dallaltro non devono essere considerati come espressioni a sé stanti della civiltà medioevale, quasi fossero separati dalla spiritualità che ha permeato di sé tutto il millennio e che ne ha costituito il carattere unitario. Al contrario, mondo della produzione, mondo del lavoro e mondo della tecnica emergono e si sviluppano in quello stesso solco della regola benedettina dal quale emergono e si sviluppano anche le più vitali e le più ricche fra le istituzioni medioevali. Scrive Terry S. Reynolds che "uno fra gli elementi più critici nel mutamento del clima tecnologico dellEuropa occidentale fu il sistema monastico, fondato sulle regole formulate nel VI secolo da San Benedetto" (40), confermando con tale giudizio quello di Régine Pernoud, secondo cui la regola benedettina, oltre a creare una "spiritualità del lavoro", spinge gli uomini durante il Medioevo a "una serie di sforzi per migliorare la loro situazione e le loro risorse" (41). Questa stretta integrazione fra due ambiti tanto diversi - il mondo tecnico-economico e il mondo spirituale - non deve stupire: essa non è che una espressione di quella concordanza tra sacerdozio e impero, tra spirituale e temporale, tra fede c cultura, che gli uomini del Medioevo, con alterne fortune, tentano di perseguire conformando allo spirito cristiano leggi, istituzioni e costumi. Ed è anche, nelle sue manifestazioni meno contingenti, parte del patrimonio che essi trasmettono agli uomini di oggi perché costruiscano la Cristianità di domani. Luciano Benassi |
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*** (1) Régine Pernoud, "Il Medioevo: lunica epoca di sottosviluppo che ci abbia lasciato delle cattedrali", intervista a cura di Massimo Introvigne, in Cristianità, anno XIII, n. 117, gennaio 1985. (2) Plinio Corrêa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, 3a ed. it. accresciuta. Cristianità, Piacenza 1977, p. 94. (3) Sulla genesi e sugli scopi della propaganda antimedioevale, cfr. Marco Tangheroni, La "leggenda nera" sul Medioevo, in Cristianità, anno VI, n. 34-35, febbraio-marzo 1978. (4) Per quanto attiene allInquisizione in generale e a quella spagnola in particolare, cfr. Jean Dumont, Procès contradictoire de lInquisition espagnole, Famot, Ginevra 1983; e, Idem, LInquisizione fra miti e interpretazioni, intervista a cura di Massimo Introvigne, in Cristianità, anno XIV, n. 131, marzo 1986. (5) Cfr. Régine Pernoud, intervista cit. (6) Per il recupero della tecnica e delle invenzioni medioevali è stato rilevante il contributo dato da Marc Bloch e dalla scuola sorta intorno alle Annales dHistoire éeconomique et sociales, da lui fondata tra le due guerre insieme a Lucien Fabvre. Tuttavia, una parte di tale scuola utilizzò labbondante documentazione raccolta in senso economicistico e sociologistico, facendo da supporto a prospettive storiografiche marxistiche. Sul metodo e sulle scelte tematiche di questo autore cfr., per esempio, M. Bloch, Lavoro e tecnica nel Medioevo, trad. it., 6a ed., Laterza, Bari 1977. (7) Cfr. Jean Gimpel, La révolution industrielle du Moyen Age, Éditions du Seuil, Parigi 1975, pp. 256. (8) Cfr. Terry S. Reynolds, Le radici medioevali della Rivoluzione industriale, in Le Scienze - edizione italiana di Scientific American, anno XVII, vol. XXXIII, n. 193, settembre 1984, pp. 110-121. (9) Cfr. J. Gimpel, Costruttori di cattedrali, trad. it. delledizione illustrata, Jaca Book, Milano 1982; per farsi unidea della gamma di interessi dellautore e della prospettiva a essa soggiacente, cfr. Idem, Sviluppo tecnologico medioevale e Terzo Mondo, intervista a cura di Luciano Benassi, in Cristianità, anno XIV, n. 134-135, giugno-luglio 1986, dove si trovano anche suoi elementi bio-bibliografici. (10) Il che, evidentemente, non esclude imprecisioni di dettaglio: cfr., per esempio, Dom Jean Leclercq O.S.B. La donna e le donne in S. Bernardo, trad. it., Jaca Book, Milano 1985, pp. 108-110, a proposito di una presunta manifestazione di ostilità del santo verso i mulini affermata in J. Gimpel, La révolution industrielle du Moyen Age, cit., p. 10. (11) J. Gimpel, La révolution industrielle du Moyen Age, cit., p. 13. (12) Ibid., p. 14. (13) Ibid., p. 15-16. (14) Ibid., p. 16. (15) Ibidem. (16) Ibidem. (17) T. S. Reynolds, art. cit., p. 113. (18) Il caso dellantico impero cinese, capillarmente organizzato ma sostanzialmente arretrato dal punto di vista tecnologico, non è unico nella storia. Secondo alcuni studiosi delle civiltà, come Karl August Wittfogel e Fritz M. Heichelcheim, esso rientra nel quadro di un fenomeno politico-economico molto diffuso, quello delle "società idrauliche" o "civiltà idrauliche", che interessa oltre agli Stati dellantico Oriente, quelli dellAmerica precolombiana, dellAfrica Orientale e di alcune regioni dellOceano Pacifico, specialmente le isole Hawaii. Il tratto che apparenta civiltà tanto lontane nel tempo e nello spazio è lassenza pressoché completa di proprietà privata e il totale controllo da parte dello Stato della vita economica e politica del paese. Furono queste forme di pianificazione e di collettivismo estremamente spinti, cioè di vero e proprio socialismo statale, a mortificare ogni possibilità di sviluppo tecnologico su vasta scala nel mondo antico. Sul fenomeno, cfr. Igor Safarevic, Il socialismo come fenomeno storico mondiale, trad. it., "La Casa di Matriona", Milano 1980, pp. 177-257. (19) T. S. Reynolds, art. cit., p. 114. (20) Ibidem. (21) J. Gimpel, op. cit., p. 116. (22) T. S. Reynolds, art. cit., p. 116. (23) Ibidem. (24) J. Gimpel, op. cit., p. 41. (25) T. S. Reynolds, art. cit., p. 116. (26) J. Gimpel, op. cit., p. 39. (27) T. S. Reynolds, art. cit., p. 121. (28) J. Gimpel, op. cit., pp. 79-92. (29) Ibid., pp. 79-80. (30) Ibid., p. 81. (31) Ibid., pp. 84-85. (32) Ibid., p. 85. (33) Ibid., p. 88. (34) Ibidem. (35) Ibid., p. 89. (36) Ibid., p. 90. (37) Cfr. la cronologia delle invenzioni e delle innovazioni tecnologiche dal secolo VI al XV, ibid., pp. 245-249. (38) Ibid., p. 9. (39) T. S. Reynolds, art. cit., p. 110. (40) Ibidem. (41) R. Pernoud, intervista cit. I motivi scritturali e dottrinali che fondano lintegrazione del lavoro umano nella vita spirituale per generare una "spiritualità del lavoro" sono ricordati e ribaditi anche dal più recente Magistero pontificio: "Dato che il lavoro nella sua dimensione soggettiva è sempre unazione personale, actus personae, ne segue che ad esso partecipa luomo intero, il corpo e lo spirito, indipendentemente dal fatto che sia un lavoro manuale o intellettuale. Alluomo intero è pure indirizzata la Parola del Dio vivo, il messaggio evangelico della salvezza, nel quale troviamo molti contenuti - come luci particolari - dedicati al lavoro umano. [...] è necessaria unadeguata assimilazione di questi contenuti: occorre lo sforzo interiore dello spirito umano, guidato dalla fede, dalla speranza e dalla carità, per dare al lavoro delluomo concreto [...] quel significato che esso ha agli occhi di Dio, e mediante il quale esso entra nellopera della salvezza" (Giovanni Paolo II, Enciclica Laborem exercens, del 14-9-1981, n. 24). |