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All'indice dei materiali sull'islam
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Alleanza Cattolica
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Giovanni
Cantoni, Aspetti in ombra della legge sociale
dell'islam. Per una critica della vulgata
"islamicamente corretta", con una
Prefazione di Samir Khalil Samir S.J.,
Centro Studi "A. Cammarata", S. Cataldo (Cl)
2000 [Dal secondo capitolo. N.B.: i riferimenti bibliografici incompleti si riferiscono a testi citati nei capitoli precedenti]
Dîn wa-dunyâ, "religione e società temporale", dîn wa-dawla, "religione e Stato", e la sharîa
1. Il problema della "legge sociale dellislam" Il primo e principale punctum dolens e, insieme, punto di partenza delle mie osservazioni è costituito dal fatto che spesso, nelle sempre più numerose introduzioni allislam per certo di diverso valore, comunque segni evidenti di un interesse crescente, del quale ho segnalato alcune ragioni di fatto , non ha adeguato risalto, quando non è vistosamente trascurato, un aspetto significativo dellislam stesso, cioè la sua morale sociale, quella che si potrebbe chiamare, per analogia con quanto è noto relativamente alla Chiesa cattolica, "la dottrina sociale dellislam", rectius "la legge sociale dellislam", posto il suo carattere positivamente normativo piuttosto che orientativo, di regolamento per lazione sociale piuttosto che di componente per la formazione della coscienza sociale. Se una presentazione anche elementare del cristianesimo cattolico non può prescindere almeno da un cenno alla dottrina sociale della Chiesa in quanto, al dire di Papa beato Giovanni XXIII (1958-1963), "parte integrante della concezione cristiana della vita" (1) e della sua portata è conferma la consistente presenza di essa come commento al decalogo nella terza parte del Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992 , non può accadere diversamente a proposito della legge sociale islamica, posto che nellislamologia maggioritaria non divulgativa corre la tesi secondo cui nellislam religione e comunità, religione e Stato coincidono, cioè lislam è una compenetrazione strutturale di religione e di vita socio-politica. Per altro, si tratta di tesi autorevolmente contestata, per esempio dal politologo e islamologo francese Olivier Carré, che ipotizza lesistenza di un"ortodossia deviante" (2), e dal sociologo delle religioni Enzo Pace, che ne parla come di "stereotipo" (3), di "mito collettivo" (4) e di "ricorrente luogo comune" (5). Dal canto suo, Allievi giunge addirittura a qualificarla attraverso una formulazione fenomenologicamente verosimile ma fattualmente infondata come tesi prevalentemente, se non soltanto, divulgativa, cioè propria della volgarizzazione dellargomento. Scrive infatti: "[...] dellislam viene proposta spesso una vulgata che presuppone la sovrapposizione sostanziale tra din, cioè religione (in ebraico e in aramaico più ancora che in arabo la radice della parola si apparenta, significativamente, anche con legge), dunya, cioè la società (letteralmente il basso, potremmo dire la vita quotidiana, anche nei suoi aspetti sociali, collettivi), e dawla, parola che usiamo per tradurre e significare Stato, ma che curiosamente viene da una radice che significa alternanza, cambiamento, (la si usa, tra laltro, anche per lalternarsi delle stagioni) tutto quindi tranne che qualcosa di fisso, di immutabile, di non soggetto al cambiamento: più un moto, per così dire, che uno stato. Tale concezione è quella "standard" più o meno di tutti i manuali di introduzione allislam, e tanto più radicalmente tanto più questi sono brevi e sintetici, riducendo in pillole pre-digerite il contenuto dellislam" (6). E accompagna laffermazione, in nota, con un giudizio impietoso che ha lallure di uninsinuazione: "Peraltro, va pur detto che essi [tali "manuali di introduzione allislam"] si "riprendono", per usare un gentile eufemismo, luno dallaltro, per cui si ha talvolta la sensazione che tale interpretazione sia diventata la interpretazione ufficiale per il semplice fatto che, a furia di ripeterla, ce ne siamo convinti, e abbiamo finito per ritenerla lunica possibile" (7). Come ho anticipato, un esame attento che però non mi permetto assolutamente di qualificare come esaustivo almeno della letteratura appunto divulgativa corrente in Italia mi autorizza a dichiarare infondata lipotesi avanzata, cioè quella dellinterpretazione accreditata per copiatura e/o per reiterazione. In attesa didentificare anzitutto quali sono il testo o lautore "ripresi", cioè "copiati", o almeno quali sono il testo o lautore "ripetuti", che sarebbero allorigine della tesi dichiarata problematica, ma divenuta "ufficiale" nel modo improprio denunciato, per così valutare la sua serietà, certifico che, proprio nella vulgata, si verifica esattamente il contrario di quanto sostenuto da Allievi: la sovrapposizione sostanziale fra din, dunya e dawla, fra religione, società e Stato, non solo è spesso materialmente assente, ma, comunque, quando è presente, è presente in modo decisamente inadeguato a far intendere la portata del problema a chi viva, sia pure passivamente, della e nella cultura occidentale, che da due millenni porta in qualche modo in epigrafe la formula evangelica "Rendete dunque a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio" (Mt. 22, 21; cfr. Mc. 12, 17; e Lc. 20, 25). Né costituisce eccezione che ne permetta lassimilazione al mondo islamico la civiltà cristiana romano-germanica, detta Medioevo (8); cioè non basta eventualmente dire che "nellIslam succede come nel Medioevo". Infatti, in tale civiltà cristiana il momento religioso talora, anche il personale ecclesiastico è per certo dominante su quello politico, per tacere di quello economico, ma non lassorbe, e permane sempre la corretta distinzione e la conseguente gerarchizzazione fra spirituale e temporale, che diverrà separazione nella misura della realizzazione del processo di secolarizzazione da parte del secolarismo, mentre nella prospettiva islamica, anche nella sua ricostruzione da parte di musulmani, si parla esplicitamente di "riunificazione del temporale e dello spirituale" (9). Dal canto suo, lorientalista britannico Bernard Lewis, professore emerito dellIstituto per gli Studi sul Medio Oriente della statunitense Princeton University, chiarito che "teocrazia", "governo di Dio", e "ierocrazia", "governo dei preti", non sono sinonimi, afferma che "lIslam è teocratico in linea di principio, se non nella pratica [...]. Teocrazia significa letteralmente governo di Dio. E in questo senso lIslam, in teoria, è sempre stato una teocrazia. Nella Roma antica, Cesare era Dio. Nel Cristianesimo Cesare e Dio coesistono. NellIslam Dio è Cesare, in quanto Egli solo è il capo supremo dello Stato, fonte della sovranità e perciò anche dellautorità e della legge. Lo stato è lo stato di Dio, la legge è la legge di Dio. Lesercito è lesercito di Dio, e naturalmente il nemico è il nemico di Dio" (10). Per altro, lo conferma a chiare lettere lo stesso Allievi, quando parlando dell"offerta politica" dellislam ai potenziali convertiti nota: "Lislam è del resto tuttaltro che fuga mundi, volendo riunire, nella visione tradizionale ideale, dîn, dunyâ e dawla, il contrario quindi della separazione tra la sfera della religione e quelle della politica e della vita sociale" (11). Finalmente, il politologo francese Olivier Roy, pur sostenendo la tesi relativa allesistenza di diversi islam, tanti quanti le diverse realizzazioni storiche nelle diverse civiltà islamiche, riconosce che questa storicizzazione collide con "[...] limmaginario politico islamico [che] accetta e rivendica anche il presupposto secondo cui lislam esiste sub specie aeternitatis" (12), e che, in tutti i suoi portatori espliciti e riflessi, nei diversi "intellettuali organici" al mondo islamico che si sono susseguiti dalla sua fondazione alla contemporaneità, "[...] concepisce appunto lislam come atemporale, astorico e non sottoponibile a esame critico. Bisogna quindi capire le ragioni dellegemonia del discorso "unicitario" fra i letterati e gli intellettuali musulmani, egemonia che comporta lemarginazione degli altri punti di vista" (13). Quanto al problema in sé, Rizzardi rileva: "Una delle questioni cruciali che la cultura occidentale oggi non riesce a penetrare fino in fondo è il rapporto tra religione e potere politico in Islâm. Perché e fino a che punto la dimensione religiosa prende spazio dentro la dimensione politica; fino a che punto i due termini dîn (religione) e dawlah (stato) sono indissociabili?" (14). Al quesito nodale risponde non solo evocando "Maometto, lo statista della Costituzione medinese, sulla quale viene costruita la "città" della ummah, [che] dà avvio al processo di statalità islamica" (15), ma affermando: "Non è sufficiente dire che lIslâm è la religione di stato, occorre parlare di statalità islamica, in quanto la sharîah definisce la natura e la struttura dello stato" (16). Quindi propone: "Per introdurci a capire, richiamiamo due principi direttivi. Il primo è che la religione si mantiene e si fortifica nella misura in cui la asabiyyah (coesione di gruppo) cementa unitariamente il gruppo e il mulk (potere) fa vivere e protegge la sharîah. "Lappoggio che proviene dallo spirito di gruppo e dal potere è fondamentale per lessere stesso della religione che a sua volta determina sia il gruppo che il potere. In simile contesto linterrelazione fra dîn e dawlah è "naturale". "Il secondo principio riguarda la dinamica stessa della sharîah e in particolare le modalità della sua realizzazione. La sharîah deve essere realizzata pienamente, deve trovare accoglienza incondizionata, proprio perché Legge di Dio. La mancanza di successo è la sconfitta di Dio e il fallimento della recitazione e della testimonianza del predicatore. In questa prospettiva assume significato lhigrah del Profeta, in quanto segna il "trionfo" della Parola. Il gihâd entra nella fase di "testimonianza forte" mediante il coinvolgimento in primo piano anche della statalità. Il Profeta progetta la "città" islamica, per la quale tutte le componenti, individuo, gruppo e potere, sono convocate insieme a stabilire la sharîah internamente ed esternamente al gruppo islamico" (17). Dunque, il profeta il primo musulmano e il musulmano per eccellenza (18) , emigrato a Yathrib di fronte al rifiuto della sua predicazione da parte degli abitanti de La Mecca, la ribattezza Medina, la "città" per antonomasia, e vi organizza la "comunità", cioè costituisce lo Stato, la "città-Stato", e ne detta la Costituzione (19); quindi, a partire dalla battaglia di Badr, nella quale nel 624, alla testa degli emigrati e con laiuto dei medinesi, vince i meccani, piega manu militari chi non accetta lappello. Stando così le cose, anche se "la storia dei paesi musulmani non conferma lindirizzo muhammadiano, che perde la sua intrinseca forza con il disfacimento del califfato e il sorgere di una costellazione di stati diversamente gestiti" (20), se non altro perché si tratta di una storia sei volte secolare, se non addirittura tredici volte secolare, "la ummah, lunità tra dîn e dawlah, il califfato rimangono i termini che hanno riferimento con lidealità islamica, con la nativa vocazione dellIslâm e in questo senso restano come la stella polare cui indirizzare la ricerca e la salvaguardia dellidentità islamica" (21). Perciò, linadeguata comprensione del problema, talora promossa, talora alimentata dal "desiderio" che le cose stiano diversamente, produce avversione e disattenzione nei confronti di quanti si oppongono al proprio "sogno", cioè si pongono nella linea della ricerca e della salvaguardia dellidentità islamica, tacendone oppure trasformandoli in soggetti marginali, quando al contrario sono centrali in quanto essenziali, e veramente rappresentativi anche dellislam diffuso, cioè dellislam sociologicamente maggioritario. Non supera per certo la difficoltà chi, come lo stesso Rizzardi, la comprende, ma defalca volontariamente dalla presentazione dellislam la dimensione politica, della quale pure identifica con lucidità la portata, adducendo di essere principalmente interessato alla religione (22), che però diventa in questo modo categoria di un universo concettuale, luniverso concettuale dello studioso, e non anzitutto rilevazione fattuale della relazione umana, individuale e sociale, con la trascendenza, in tesi e in ogni ipotesi storica, quindi servizio di "chierico" a "laico", di informato a non informato. Né si dispone a informare correttamente chi, come Allievi, partendo dalla distinzione fra movimento politico e idee diffuse, istituisce un parallelo appunto fra la diffusione del pensiero marxista nellEuropa degli anni 1970 e di quello islamista, e conclude, "[...] in particolare pensando a qualche approccio, purtroppo non solo di impianto giornalistico, che da unanalisi ravvicinata del pensiero islamista e della sua presenza in alcuni paesi, [si] finisce per dedurre un po troppo a proposito dellislam politico e, più problematicamente ancora, dellislam in generale" (23). È vero constata che "i testi dei padri fondatori e dei teorici del pensiero fondamentalista [...] sono assai diffusi, e di fatto presenti nelle biblioteche di ogni buon musulmano appena acculturato, un po come, negli anni 70, erano presenti, e citate, e talvolta persino lette, le opere, diciamo, di un Marx [Karl, 1818-1883] o di un Gramsci [Antonio, 1891-1937], e spesso anche di un Lenin [Nikolaj, pseudonimo di Vladimir Ilic Uljanov, 1870-1924]. Ma da questo non si poteva dedurre direttamente nulla sulloggettivo impegno politico dei loro lettori, e ancora meno sullappartenenza ad aree radicali o addirittura violente" (24). Certo, tale diffusione non prova lappartenenza a movimenti di sorta, ma proprio grazie allanalogia con la diffusione del pensiero marxista-leninista mi pare difficile sostenere che non dica nulla neppure sulla cultura del soggetto lettore, quindi sulla sua mentalità, e che si possa eludere il quesito relativo alla coerenza o allincoerenza strutturale, essenziale, fra lessere un buon musulmano e laccettare almeno implicitamente, passivamente, il pensiero fondamentalista islamico. Dunque, questo modo "mutilato" di trattare il tema "islam", almeno ma non solo nella modalità divulgativa, sembra non costituire un caso particolare, ma far parte di una sorta di "tradizione consapevole", provata da quanto si può leggere in un classico appunto della divulgazione sullislam in Italia, LIslam, opera delliranista e islamologo di fede baâî Alessandro Bausani, la cui prima edizione è del 1980 e che è stato ristampato nel 1999 con aggiornamenti a cura di Allievi (25). In essa, a smentita della scritta che compare come una sorta di "catenaccio" giornalistico al titolo, Una religione, unetica, una prassi politica per altro rivelatrice dei parametri dellesigenza informativa , allinizio del capitolo su "La Legge" (26), lautore afferma che "[...] essa disciplina tutta lattività umana" (27): infatti, "i trattati [...] chiamati di "diritto musulmano" si aprono con una prima parte detta ibâdât (atti di culto) includente cioè gli atti fisici, corpo esterno della fede del cuore, che mettono luomo in rapporto con Dio, per poi continuare con le muâmalât, i rapporti cioè delluomo con gli altri uomini" (28); quindi "nel concetto musulmano "Dio" sostituisce il concetto antico di civitas. Si chiama "diritto di Dio" tutto quanto trascende il privato interesse" (29); ma, quando viene a esaminare quali siano i precetti della legge, dichiara: "Tratteremo soprattutto per rimanere nel nostro concetto di "religione" delle ibâdât, atti più propriamente di culto, trascurando il mare magnum del vero e proprio diritto nel senso nostro, cioè le muâmalât, e solo accennandovi quando ciò importi al nostro concetto di "religione"" (30). Rebus sic stantibus quindi non si presta ascolto adeguato a quanto afferma Abû al-Alâ al-Mawdûdî, secondo padre Borrmans "[...] uno dei fautori del risveglio islamico contemporaneo, così come fu uno dei leaders che lavorarono per la creazione di uno Stato islamico, il Pakistan, nel subcontinente indiano. Pensatore rigoroso, musulmano colto e scrittore prolifico, ha pubblicato più di 150 opere di cui molte sono state tradotte in arabo e in inglese. È senza dubbio uno degli autori più conosciuti e più letti nel mondo musulmano, tanto più che le diverse correnti fondamentaliste si richiamano volentieri al suo pensiero e alla sua azione" (31). Ebbene, al dire di al-Mawdûdî, è per certo premessa necessaria a ogni corretta presentazione dellislam "stabilire con chiarezza la differenza esistente tra "dìn" e "sciariah"" (32): "[...] ciascuno dei profeti, che di tempo in tempo hanno fatto la loro comparsa, hanno predicato lIslam, cioè la fede in Allah, nei Suoi attributi, nel Giorno del Giudizio, nei profeti, nei Libri rivelati, ed hanno chiesto ai rispettivi popoli di vivere una vita di obbedienza e di sottomissione al Signore. Ciò costituisce il "dìn" il quale è stato lelemento comune degli Insegnamenti di Tutti i Profeti" (33). Ma, "oltre questo "dìn" prosegue il pensatore originario dellIndia Meridionale, fondatore e leader del movimento Jamaat-i Islami, "Associazione islamica" (34) esiste la "sciariah": il codice dettagliato di condotta, o i canoni che descrivono i modi del culto, i criteri della morale e della vita, le cose permesse e proibite, le leggi che separano il bene dal male. Questo diritto canonico ha subito degli emendamenti di tempo in tempo e, benché ciascun profeta abbia predicato il medesimo "dìn", ciascuno di loro portò con sé una "sciariah" differente, più confacente alle condizioni del suo popolo e della sua epoca; ciò al fine di far progredire la civiltà dei differenti popoli attraverso le epoche e per dotarli di una moralità più alta. "Il processo si è concluso con larrivo di Muhàmmad [...], lUltimo dei Profeti, il quale ha portato il Codice definitivo destinato a tutta lumanità e per tutte le epoche a venire. Il "dìn" non ha subito alcun cambiamento, ma al giorno doggi, tutte le "Sciarie" anteriori sono state abrogate e di canone di comportamento valido non sussiste che luniversale "sciariah" che Muhàmmad ci ha portato. "Essa è lapogeo, il finale del grande processo di formazione che ebbe inizio allalba dellera umana" (35). Stando così le cose, il traduttore dellopera da cui cito, Conoscere lIslam, inserisce nel testo questa notazione: "La nostra trattazione relativa agli elementi essenziali dellIslam resterebbe incompleta se non trattassimo anche la Legge dellIslam, se non studiassimo i suoi principi fondamentali e se non tentassimo di descrivere il tipo di uomo e di società che lIslam desidera produrre" (36). Infine molti propongono non senza ragione storica e con indubbio vantaggio descrittivo e classificatorio di distinguere fra islam come "religione", da scrivere con la "i" minuscola, e Islam come "civiltà islamica", da scrivere con la "I" maiuscola (37), ma, allorigine della storia in questione, il legame di principio dîn wa-dawla, "religione e comunità", o dîn wa-dunyâ, "religione e società temporale", sembra permanere in quanto costitutivo e non semplicemente in quanto artificio descrittivo (38). |
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*** (1) Beato Giovanni XXIII, Enciclica Mater et magistra sugli sviluppi della questione sociale nella luce della dottrina cristiana, del 15-5-1961, IV, in Enchiridion delle Encicliche, vol. 7, Giovanni XXIII-Paolo VI (1958-1978), EDB. Edizioni Dehoniane Bologna, Bologna 1994, nn. 222-481 (n. 440), pp. 192-321 (pp. 300-301). (2) Cfr. Olivier Carré, LIslam laico, trad. it., il Mulino, Bologna 1997, passim, soprattutto pp. 31-38. Per intendere lespressione "ortodossia deviante" senza depistanti riferimenti alla Chiesa cattolica, va ricordato che "nellIslam, [...] pur esistendo una competente autorità in fatto di pratiche religiose, la distinzione tra "ortodossia" ed "eresia" è stata affidata a dispute dogmatiche intercorse fra le varie scuole e correnti" (Antonella Straface, Islam: ortodossia e dissenso, Edizioni Lavoro, Roma 1998, p. 11), mentre "[...] è prassi comune definire "ortodossa" la maggioranza ed "eterodossa" la minoranza" (ibid., p. 7, nota 1); cfr., in grandissima sintesi, H. Laoust, Comment définir le sunnisme et le chiisme, cit.; nonché, ampiamente, Idem, Gli scismi nellIslam, cit.; e B. Lewis, "LIslam classico", in Idem, La rinascita islamica, trad. it., il Mulino, Bologna 1991, pp. 9-70 (pp. 20-41). (3) Cfr. E. Pace, Islam e Occidente, cit., pp. 41-64 (p. 42). (4) Cfr. ibid., p. 76: "Lunità dei vari piani dellagire sociale tenuti assieme dalle ragioni della fede religiosa è probabilmente più un mito collettivo che una realtà storica e sociale"; ma si tratta di "un mito che si fissa nella memoria sin dai tempi della città del Profeta (medina) e che comincia ad incrinarsi man mano che dal Califfato ci si sposta verso le epoche meno e più recenti della storia dellIslàm. Lunità dei piani della vita collettiva forse, sociologicamente parlando, non è mai esistita; ci sono stati popoli e regnanti diversi, vicende storiche travagliate, espansioni e fratture dolorose e così via". Dunque, semplicemente, il "mito" è originario, fondativo, e la sua realizzazione seguente la prima sempre imperfetta, ma non si vede come potrebbe essere diversamente. (5) Cfr. Idem, Sociologia dellislam. Fenomeni religiosi e logiche sociali, Carocci, Roma 1999, pp. 15-16 e 111-120 (p. 15). (6) S. Allievi, "Gli islamisti. I fondamentalismi nei paesi musulmani", cit. p. 24. (7) Ibid., nota 10. (8) Cfr. B. Lewis, "Il risveglio dellIslam", in Idem, La rinascita islamica, cit., pp. 275-360 (pp. 279, 281, 286, 298-299 e 326-327); cfr. pure G. Crespi e G. S. Eid, op. cit., pp. 118. (9) Cfr. M. Hamidullah, Le Prophète de lIslam, vol. II, Sa vie et son oeuvre, nn. 1467-1513, 4a ed. riveduta e accresciuta, s.e., Parigi 1979, pp. 787-809. (10) Cfr. B. Lewis, "Il risveglio dellIslam", cit., pp. 283-284 (p. 284). (11) S. Allievi, I nuovi musulmani. I convertiti allislam, cit., p. 242. (12) Olivier Roy, Léchec de lIslam politique, Éditions du Seuil, Parigi 1992, p. 25. (13) Ibidem. (14) G. Rizzardi, Introduzione allIslâm, Queriniana, Brescia 1992, p. 34; cfr. pure Idem, Islâm, processare o capire? Indicazioni bibliografico-metodologiche, cit., pp. 245-252. (15) Ibid., p. 35. (16) Ibidem. (17) Ibid., pp. 35-36. Relativamente allinterazione fra i due princìpi direttivi, asabiyyah, "coesione di gruppo", "spirito di gruppo", e mulk, "potere", rimando, come a probabile citazione implicita, alla Muqaddima dIbn Haldûn, sul quale cfr. Giancarlo Pizzi, Ibn Haldûn e la Muqaddima: una filosofia della storia, Allinsegna del pesce doro, Milano 1985, che introduce (pp. 17-100) alla vita e allopera del filosofo, storico e sociologo Abd al-Rahmân ibn Muhammad Ibn Haldûn nato a Tunisi nel 1332 da famiglia di lontane origini dello Yemen e morto a Il Cairo nel 1406; autore appunto, fra laltro, di una Muquaddima, "Introduzione" al "Libro degli esempi istruttivi e raccolta degli avvenimenti e delle loro cause nella storia degli arabi, degli stranieri e dei berberi" e ne offre unantologia (pp. 101-221), nella quale i due termini hanno dignità di categorie storiche e come tali trovano illustrazione (cfr. libro primo, capitolo secondo, nn. 7-17, pp. 153-161). Nella traduzione di Pizzi asabiyya è reso con "spirito di comunità", così ricordando la Gemeinschaft del filosofo e sociologo tedesco Ferdinand Tönnies (1855-1936), del quale cfr. Comunità e società, trad. it., con introduzione di Renato Treves (1907-1992), Edizioni di Comunità, Milano 1963; circa la fortuna italiana del pensatore magrebino, aveva iniziato a editarne e a tradurne lopera storica labate astigiano Gian Antonio Arri (1805-1841); cfr. poi Guglielmo Ferrero (1871-1943), "Un sociologo arabo del secolo XIV (Ibn Kaldoun)", in "La riforma sociale. Rassegna di scienze sociali e politiche, anno III, vol. VI, secondo semestre, Torino 1896, pp. 221-235, studio nel quale sulla rivista diretta da Francesco Saverio Nitti (1868-1953) lo storico e sociologo partenopeo suggerisce, fra laltro, elementi di analogia con il filosofo e sociologo, pure partenopeo, della Contro-Riforma cattolica, Giambattista Vico (1668-1744). (18) Cfr. G. Rizzardi, Introduzione allIslâm, cit., pp. 32-34. (19) Cfr. C. A. Nallino, Vita di Maometto. Edizione postuma di due letture preparate per la stampa nel 1916, cit., pp. 22-23; Idem, "Maometto", cit., pp. 50-56; A. dEmilia, voce "Editto di Medina", in Novissimo Digesto Italiano, diretto da Antonio Azara (1883-1967) ed Ernesto Eula (1889-1981), vol. VI, dit-fall, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 1964, pp. 404-405; e M. Hamidullah, Le Prophète de lIslam, vol. II, Sa vie et son oeuvre, cit., nn. 1426-1514, pp. 771-809; cfr. testo e commento filologico e critico, in Leone Caetani (1869-1935), duca di Sermoneta e principe di Teano, Annali dellIslâm, vol. I, Introduzione. Dallanno I al 6. H., §§ 43-49, Casa Editrice Italiana, Roma 1904, pp. 391-408; cfr. pure Maxime Rodinson, "De Mohammad à lIslam politique daujourdhui", in Idem, LIslam: politique et croyance, Librairie Arthème Fayard, Parigi 1993, pp. 25-78; nonché il fondamentale inquadramento proposto in William Montgomery Watt, La pensée politique de lislam. Les concepts fondamentaux, trad. francese, Presses Universitaires de France, Parigi 1995, pp. 1-33. (20) G. Rizzardi, Introduzione allIslâm, cit., pp. 36-37. (21) Ibid., p. 37; cfr. pure Idem, La sfida dellIslâm, cit., pp. 181-198. (22) Cfr. ibid., p. 17. (23) S. Allievi, "Gli islamisti. I fondamentalismi nei paesi musulmani", cit., p. 15. (24) Ibidem. (25) Cfr. A. Bausani, LIslam, Garzanti, Milano 1999; nel volume si trova unappendice, opera dellautore, dal titolo "La religione Bâbî-Bahâî" (pp. 193-200), in cui si spiega trattarsi di "una nuova religione" (p. 193): "Con la fede bahâî [...] si esce del tutto dallIslam, in un tentativo, che in sé non contraddice lo spirito dellIslam, di creare una religione universalistica, ma epurata dalle primitività della legge canonica islamica e pur sostanzialmente fedele [...] a quella esperienza profetica del divino, a quel voler vedere Iddio nella Persona del Profeta e "stringere il Patto" con lui, che fu propria delle prime generazioni musulmane" (p. 200). (26) Cfr. ibid., pp. 37-68. (27) Ibid., p. 37. (28) Ibidem. (29) Ibid., p. 38. (30) Ibid., p. 42. (31) M. Borrmans M.Afr., Gesù Cristo e i Musulmani del XX secolo. Testi coranici, catechismi, commentari, scrittori e poeti musulmani di fronte a Gesù, trad. it., Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 2000, p. 130, nota 60. (32) Abu-lÀla Maududi, Conoscere lIslam, trad. it., con prefazione dellUnione degli Studenti Musulmani in Italia e dellInternational Islamic Federation of Student Organization, Edizioni Mediterranee, Roma 1973, p. 121; cfr. pure Idem [trascritto come Abu Alá El Maududi], Vivere lIslam, trad. it., con presentazione dellInternational Islamic Federation of Student Organization e dellUnione degli Studenti Musulmani in Italia, S.I.T.A., Ancona 1979; e Idem [trascritto come Abû al-Alâ al-Mawdûdî], "Perché uno Stato islamico", in P. Branca, Voci dellIslam moderno. Il pensiero arabo-musulmano fra rinnovamento e tradizione, con prefazione di M. Borrmans M.Afr., Marietti, Genova 1991, pp. 205-210. (33) A. A. Maududi, Conoscere lIslam, cit., p. 121. (34) Cfr. Robert Caspar M.Afr., Traité de Théologie Musulmane, tomo I, Histoire de la pensée religieuse musulmane, Pontificio Istituto di Studi Arabi e dIslamistica (P.I.S.A.I.), Roma 1987, pp. 300-303; O. Roy, Généalogie de lislamisme, Hachette, Parigi 1995, pp. 32-40; e K. F. Allam, "Lislâm contemporaneo", in Giovanni Filoramo (a cura di), Islâm, Laterza, Roma-Bari 1999, pp. 219-307 (pp. 257-264). (35) A. A. Maududi, Conoscere lIslam, cit., p. 122. (36) Ibid., p. 127. (37) Cfr., per esempio, Roger Du Pasquier, Il risveglio dellIslâm, trad. it., Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (Milano) 1990, p. 8. (38) Cfr. L. Gardet, LIslam. Religion et Communauté, Desclée de Brouwer, ed. riveduta e corretta, Parigi 1967; Idem, Gli uomini dellIslam, trad. it., Jaca Book, Milano 1981; e Idem, La Cité musulmane. Vie sociale et politique, cit.; "a capire, più che a spezzare come tanti hanno tentato di fare, questo wa che sta tra le due parole e che in arabo vale "e", nientaltro che una modestissima copula, è dedicata [...] [l]opera" di Bertrand Badie, I due stati. Società e potere in Islam e Occidente, a cura di S. Noja Noseda e K. F. Allam, trad. it., Marietti, Genova 1991; la notazione riassuntiva è di Noja Noseda, ibid., p. IX. (39) Cfr. C. A. Nallino, "Islamismo", cit., pp. 7-8. (40) Ibid., pp. 7-8; cfr. pure A. dEmilia, "Diritto islamico", "Sharîah" e "Fiqh (Iurisprudentia Islamica)", in Idem, Scritti di diritto islamico, cit., rispettivamente pp. 1-43, 45-64 e 65-76; e J. Schacht, op. cit., p. 1. (41) C. A. Nallino, "Islamismo", cit., p. 8. (42) Cfr. ibid., pp. 42-44. (43) Ibid., p. 42; sul discusso problema del califfato e sulla sua storia, cfr. Idem, "Califfato", "Appunti sulla natura del "Califfato" in genere e sul presunto "Califfato ottomano"" e "La fine del così detto Califfato ottomano", in Idem, Raccolta di scritti editi e inediti, vol. III, Storia dellArabia preislamica. Storia e istituzioni musulmane, cit., rispettivamente pp. 227-233, 234-259 e 260-283. (44) Idem, "Islamismo", cit., p. 43. (45) Ibidem; cfr. pure J. Schacht, op. cit., p. 98; e i termini del khatt-i sherîf il rescritto imperiale emanato dal sultano Abd ul-Megîd I (1823-1861) il 3-11-1839 , detto di Gülkhâneh dal nome della località nel recinto del Serraglio di Costantinopoli ove avvenne la cerimonia della lettura di esso, in Mario G. Losano, Lammodernamento giuridico della Turchia (1839-1926), Unicopli, Milano 1985, pp. 11-12; cfr. pure B. Lewis, "LIslam e lOccidente", in Idem, La rinascita islamica, cit., pp. 71-136 (pp. 132-133). (46) C. A. Nallino, "Islamismo", cit., p. 44. (47) J. Schacht, op. cit., p. 58. (48) M. Borrmans M.Afr., "LIslam contemporaneo e i problemi che ne derivano per musulmani e cristiani", in Idem, Islam e Cristianesimo. Le vie del dialogo, cit., pp. 121-144 (pp. 128-129). (49) Ibid., p. 132. (50) Ibidem. (51) Ibid., p. 143; cfr. pure Debats autour de lapplication de la Sarîa, "Études Arabes Dossiers", n. 70-71, Pontificio Istituto di Studi Arabi e dIslamistica, Roma 1986, che raccoglie interventi e documenti a favore e contro, fra i primi uno di Sayyd Qutb (1906-1966) (pp. 25-41) e fra i secondi uno di Mahmûd Muhammad Tâhâ (1916-1985) (pp. 215-238); Dibattito sullapplicazione della "Sharia", con introduzione di A. Pacini, Edizioni della Fondazione Giovanni Agnelli, Torino 1995, trad. it. di diversi testi contenuti nel dossier precedente nonché di altra fonte; Islâm dîn al-dawla. LIslam religion de lÉtat, "Études Arabes Dossiers", n. 72, Pontificio Istituto di Studi Arabi e dIslamistica, Roma 1987-1, che raccoglie in trad. francese il testo integrale del progetto del Consiglio Islamico dEuropa del Modello di Costituzione Islamica, del 1983, parti dei testi costituzionali del Regno Hashemita di Giordania, della Repubblica Democratica del Sudan, della Repubblica Araba dEgitto e della Repubblica Islamica dIran, nonché documenti ideologici di riferimento dAlgeria, Libia e Arabia Saudita; e Islam et laïcité, "Études Arabes Dossiers", n. 91-92, Pontificio Istituto di Studi Arabi e dIslamistica (P.I.S.A.I.), Roma 1996/2-1997/1, che raccoglie interventi su, a favore, contro e oltre la ilmâniyya, la nozione islamica di laicità. (52) M. Borrmans M.Afr., "Risveglio islamico o rinnovamento musulmano?", in Idem, Islam e Cristianesimo. Le vie del dialogo, cit., pp. 145-155 (p. 152); cfr. pure Marie-Thérèse Urvoy, "Islam et politique", in A. Laurent (a cura di), Vivre avec lIslam? Réflexions chrétiennes sur la religion de Mahomet, cit., pp. 17-29. (53) M. Borrmans M.Afr., "LIslam contemporaneo e problemi che ne derivano per musulmani e cristiani", cit., pp. 126-127. (54) Ibid., p. 141. (55) Cfr. ibid., pp. 134-135. (56) Cfr. R. Caspar M.Afr., Pour un regard chrétien sur lislam, Centurion, Parigi 1990, p. 9; tematicamente, cfr. Paolo Naso, "Tra radicalità evangelica e tentazione politica. I diversi volti del fondamentalismo cristiano", in Idem, S. Allievi e D. Bidussa, Il Libro e la spada. La sfida dei fondamentalismi religiosi. Ebraismo, cristianesimo e islam, cit., pp. 153-201, soprattutto pp. 156-160. (57) Cfr., sulla tuttaltro che trascurabile "questione di parole" e sulla problematica relativa, F. Burgat, op. cit., I e II entrambi i capitoli portano significativamente nel titolo lespressione "difficoltà di dar nome alle cose" , pp. 10-47, nonché la "Nota delleditore", ibid., p. VII; e Riccardo Redaelli, "LIslam politico", in Idem e Gianluca Pastori, LItalia e lIslam non arabo. Percezioni e priorità, FrancoAngeli, Milano 1999, pp. 13-38 (pp. 13-18). (58) M.-Th. Urvoy, art. cit., p. 24. (59) B. Lewis, "Il risveglio dellIslam", cit.. p. 285; più ampiamente, cfr. Idem, "LIslam classico", cit., pp. 20-41. (60) Cfr. Renzo Guolo, "Attori sociali e processo di rappresentanza nellislam italiano", in Ch. Saint-Blancat (a cura di), Lislam in Italia. Una presenza plurale, cit., pp. 67-90 (pp. 67-68); Idem, Il partito di Dio. LIslam radicale contro lOccidente, con prefazione di E. Pace, Guerini e Associati, Milano 1994; Idem, "Teologia e territorio nel radicalismo islamico", in "liMes. Rivista Italiana di Geopolitica", n. 3, Roma luglio-settembre 1994, pp. 257-263; Idem, Avanguardie della fede. Lislamismo tra ideologia e politica, Guerini e Associati, Milano 1999; Idem, "Il fondamentalismo islamico", in E. Pace e Idem, I fondamentalismi, Laterza, Bari-Roma 1998, pp. 35-54; B. Étienne, Lislamismo radicale, trad. it., Rizzoli, Milano 1988; Youssef M. Choueiri, Il fondamentalismo islamico. Origini storiche e basi sociali, trad. it., a cura di E. Pace, il Mulino, Bologna 1993; Bruce B. Lawrence, "Oltre la retorica delle guerre sante. Il fondamentalismo islamico allombra del Nuovo Ordine", trad. it., in Roberto Giammanco (a cura di), Ai quattro angoli del fondamentalismo. Movimenti religiosi nella loro tradizione, epifania, protesta, regressione, La Nuova Italia, Scandicci (Firenze) 1993, pp. 131-231, soprattutto pp. 161-207; Serge Cordellier (a cura di), Lislamisme, Éditions La Découverte, Parigi 1994; O. Roy, Généalogie de lislamisme, cit.; Bassam Tibi, Il fondamentalismo religioso alle soglie del Duemila, trad. it., Bollati Boringhieri, Torino 1997; E. Pace, Il regime della verità. Mappa ed evoluzione dei fondamentalismi religiosi contemporanei, il Mulino, Bologna 1998, pp. 63-101; D. Bidussa, S. Allievi e P. Naso, Il Libro e la spada. La sfida dei fondamentalismi. Ebraismo, cristianesimo, islam, cit.; ed E. Pace e Piero Stefani, Il fondamentalismo religioso contemporaneo, Edizione Queriniana, Brescia 2000, pp. 51-90. Merita di essere segnalato che, nelle opere che intendono costituire un tour dhorizon sul fenomeno fondamentalista, le sezioni dedicate al "fondamentalismo cattolico" prescindendo dalla qualità delle informazioni e nonostante lo "spirito" scarsamente comprensivo del cattolicesimo che spesso le anima sono titolate in modo interrogativo o ipotetico, quando non ricorrono addirittura a formulazione diversa da "integrismo", hanno comunque carattere più problematico che assertivo: così, cfr. E. Pace, "Le possibili basi del fondamentalismo cattolico contemporaneo", in R. Giammanco (a cura di), Ai quattro angoli del fondamentalismo. Movimenti religiosi nella loro tradizione, epifania, protesta, regressione, cit., pp. 349-415; Idem, "Esiste un fondamentalismo cattolico?", in Idem, Il regime della verità. Mappa ed evoluzione dei fondamentalismi religiosi contemporanei, cit., pp. 135-158; di nuovo, Idem, "Le possibili basi del fondamentalismo cattolico", in Idem e R. Guolo, I fondamentalismi, cit., pp. 73-84; E. Pace e P. Stefani, "Il neointegrismo cattolico", in Iidem, Il fondamentalismo religioso contemporaneo, cit., pp. 133-151; e P. Naso, "Tra radicalità evangelica e tentazione politica. I diversi volti del fondamentalismo cristiano", cit., pp. 153-201, che, quasi in apertura, sentenzia: "In genere non si parla di "fondamentalismo cattolico", evidenziando correttamente che il cattolicesimo "relativizza il testo sacro in quanto lettera e soprattutto qualora lo si leghi alla pretesa di unicità e di esaustività in rapporto alla Parola"" (p. 155; la citazione è da monsignor Luigi Sartori, "Esiste un fondamentalismo cattolico?", in "Studi di teologia. Rivista teologica semestrale edita a cura dellIstituto di Formazione Evangelica e Documentazione", nuova serie, anno II, n. 2, Padova II° semestre 1990, pp. 175-182 [p. 176]). (61) Cfr. R. Guolo, "Attori sociali e processo di rappresentanza nellislam italiano", cit., pp. 81-84. (62) Cfr. Pino Blasone, "Introduzione" a Il Corano, ed. cit., pp. 7-16 (p. 15); e Livio Tescaroli M.C.C. I., Islàm e cristianesimo secondo i musulmani, EMI. Editrice Missionaria Italiana, Bologna 1996, pp. 86-90; sul divieto di tradurre il Corano, cfr. Tafsîr al-Manâr [Commento del Manar], Fatwa fî hazr targamat al-Qurân [Fatwa sul divieto di tradurre il Corano], trad. francese, in La passion de lUnicité, "Études Arabes Dossiers", n. 65, cit., pp. 91-95. (63) Cfr. Il Corano, ed. cit., pp. 589-590. (64) Cfr. ibid., p. 589; il rimando è a S. Qutb, Fî dhilâl al Qurân [Allombra del Corano], Dâr Ash-Shrûq, Il Cairo 1992. SullAssociazione dei Fratelli Musulmani, Al-Ikhwân al-muslimûn, una delle espressioni maggiori del fondamentalismo islamico o islamismo, cfr. in genere una scheda, in R. Mantran (a cura di), Le grandi date. Islam, ed. it., a cura di Claudio Balzaretti, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (Milano) 1991, p. 262; G. Rizzardi, Islâm, processare o capire? Indicazioni bibliografico-metodologiche, cit., pp. 243-245; Idem, La sfida dellIslâm, cit., pp. 390-392; R. Du Pasquier, Il risveglio dellIslâm, cit., pp. 71-86; ampiamente O. Carré e Gérard Michaud [pseudonimo di Michel Seurat], Les Frères musulmans. Égypte et Syrie (1928-1982), Éditions Gallimard/Julliard, Parigi 1983; Courants actuels dans lislam: les frères musulmans (première partie), "Études Arabes Dossiers", Pontificio Istituto di Studi Arabi e Islamici, n. 61, Roma 1981-2, testo arabo e trad. francese di documenti programmatici del fondatore, Hasan al-Bannâ (1906-1949), esposizioni autorevoli dei princìpi e degli obiettivi del movimento in relazione al governo islamico, ai rapporti fra islam e società, ai pilastri della missione e ai diritti della donna; Courants actuels dans lislam: les frères musulmans (deuxième partie), "Études Arabes Dossier", n. 62, Pontificio Istituto di Studi Arabi e Islamici, Roma 1982-1, testo arabo e trad. francese di un documento dello stesso al-Bannâ, Al-matâlib al-hamsûn, "Le cinquanta richieste", riassuntivo della prospettiva del movimento, di articoli di "fratelli musulmani" e di simpatizzanti comparsi nel 1979 sulla rivista tunisina Al-Marifa, infine di tre interventi, rispettivamente del 1965, del 1979 e del 1982, di avversari dichiarati; I Fratelli Musulmani e il dibattito sullislam politico, con introduzione di A. Pacini, Edizioni della Fondazione Giovanni Agnelli, Torino 1996, trad. it. di diversi testi contenuti nei due dossier precedenti nonché di altra fonte; S. Allievi, "Gli islamisti. I fondamentalismi nei paesi musulmani", cit., pp. 46-57; e, in specie, cfr. una scheda su Sayyd Qutb, in R. Mantran (a cura di), Le grandi date. Islam, cit., p. 295; e lesposizione delle tesi principali di Fî dhilâl al Qurân, in O. Carré, Mystique et politique. Lecture révolutionnaire du Coran par Sayyid Qutb, Frère musulman radical, Éditions du Cerf-Presses de la Fondation Nationale des Sciences Politiques, Parigi 1984; cfr. pure dellautore, trascritto come Sayd Qutub, Il futuro sarà dellIslam, trad. it., con prefazione dellUnione degli Studenti Musulmani in Italia e International Islamic Federation of Student Organization, S.I.T.A., Ancona 1979; e, per una migliore conoscenza della stessa prospettiva, cfr. Mohammad Qutub [Qutb], Equivoci sullIslam, trad. it., S.I.T.A., Ancona 1980; lautore, fratello di Sayyd Qutb e "fratello musulmano", vive in Arabia Saudita: cfr. Gilles Kepel, Jihad. Expansion et déclin de lislamisme, Gallimard, Parigi 2000, p. 49. (65) Cfr. Il Corano, ed. cit., p. 590; il rimando è allo sheikh Abu Bakr Djabar Al-Djazairi, La Via del Musulmano (Minhaj Al Muslim), trad. it. di Hamza Abu Dawud Piccardo, Unione degli Studenti Musulmani in Italia-U.S.M.I., Centro Islamico di Milano e della Lombardia e Unione delle Comunità ed Organizzazioni Islamiche in Italia-U.C.O.I.I., Perugia 1990. Quanto al titolo sheikh, termine trascritto anche shaikh o shaykh e che significa letteralmente "vecchio", è variamente utilizzato, ma sempre a indicare soggetto autorevole, degno di fiducia e, di conseguenza, di rispetto: cfr. C. A. Nallino, voce "sheikh", in Enciclopedia Italiana di Scienze, Lettere ed Arti, Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani, ristampa fotolitica del volume XXXI, cit., pp. 603-604. Quanto allaggettivo "wahabita", riporto unaltra definizione di R. Guolo: "Il wahhabitismo è il movimento promosso da Muhammad ibn Abd al-Wahhab (1703-1792), che predica un ritorno alle "pure fonti", a un islam rigoroso e puro, liberato da tutte le "innovazioni riprovevoli" che sono state accolte nei secoli. La dinastia dei Saud, che regna oggi sullArabia Saudita, si convertì al credo wahhabita, imponendolo come dottrina ai suoi sudditi, sin dalla fondazione del regno nel Nagd" ("Attori sociali e processo di rappresentanza nellislam italiano", cit., p. 83, nota 25); cfr. pure R. Caspar M.Afr., Traité de Théologie Musulmane, tomo I, Histoire de la pensée religieuse musulmane, cit., pp. 223-225; R. Du Pasquier, Il risveglio dellIslâm, cit., pp. 55-61; e Alberto Ventura, Lislâm della transizione (XVIII-XVIII secolo), in G. Filoramo (a cura di), Islâm, cit., pp. 203-218 (pp. 207-211); più ampiamente, cfr. al-wahhâbiyya. Le mouvement wahhâbite, "Études Arabes Dossier", n. 82, Pontificio Istituto di Studi Arabi e dIslamistica (P.I.S.A. I.), Roma 1992-2. (66) A. Laurent, "Le statut des non-musulmans en Islam et le problème de la liberté religieuse", cit., p. 81. (67) Cfr. Cl. Cahen, Lislamismo, vol. I, Dalle origini allinizio dellimpero ottomano, cit., p. 303; cfr. pure Eustace Dockray Phillips, Genghiz khan e lImpero dei Mongoli, trad. it., Newton & Compton, Roma 1998, pp. 78-83; e David Morgan, Breve storia dei Mongoli, trad. it., Mondadori, Milano 1997, pp. 143-152. (68) Cfr. Stanford Jay Shaw, "LImpero ottomano e la Turchia moderna", in G. E. von Grunebaum (a cura di), op. cit., pp. 21-159 (p. 148); cfr. una scheda su Kemal Atatürk, "padre dei turchi", in R. Mantran (a cura di), Le grandi date. Islam, cit. pp. 273-274; Morgan Philips Price (1885-1973), Storia della Turchia dallImpero alla Repubblica, trad. it., Cappelli, Bologna 1958, soprattutto pp. 149-159; e Anna Maria Porciatti, DallImpero Ottomano alla nuova Turchia. Cronache e Storia, Alinea, Firenze 1997, pp. 252-271. (69) S. A. Aldeeb Abu-Sahlieh, Les Musulmans face aux droits de lhomme. Religion & droit & politique. Étude et documents, cit., p. 22. (70) Cfr. M. Borrmans M.Afr., "Risveglio islamico o rinnovamento musulmano?", cit. (71) Ibid., p. 151. (72) Ibidem. (73) Sul jihâd, cfr. brevemente S. Scaranari Introvigne, op. cit., pp. 73-74; e G. Crespi e G. S. Eid, op. cit., pp. 58-59; ampiamente, David Santillana (1851-1931), Istituzioni di diritto musulmano malichita con riguardo anche al sistema sciafiita, vol. I, La comunità musulmana e il suo capo. Fonti del diritto e loro ermeneutica. La legge nello spazio e nel tempo. Le persone. La famiglia. I diritti reali, libro III, "Limiti della Legge nello spazio e nel tempo", titolo I, "Limiti della Legge nello spazio", capitolo I, "LIslam rispetto ai paesi abitati daglinfedeli ("dâr al-harb")", sezione II, "Il "gihâd" (Guerra Santa)", §§ 4-9, Istituto per lOriente, Roma s.d. probabilmente 1926, pp. 88-96; A. Fattal, op. cit., pp. 9-18; B. Scarcia Amoretti, Tolleranza e guerra santa nellIslam, cit., soprattutto pp. 90-102; Idem, "Bellum pium et justum: il jihàd", in "Islàm. Storia e civiltà. Rivista trimestrale edita dallAccademia della Cultura Islamica (U.I.O) sotto legida della Società per lappello allIslàm, Tripoli", anno VI, n. 1 (18), Roma gennaio-marzo 1987, pp. 5-11; Halim Sabit Sibay (E. Tyan), voce "djihâd", in Encyclopédie de lIslam, tome II, cit., pp. 551-553; Giuseppina Ligios, "Teoria e prassi della dottrina classica del jihâd", in Valeria Fiorani Piacentini, Il pensiero militare nel mondo musulmano, FrancoAngeli, Milano 1996, pp. 189-228; Eadem, "La dottrina del "jihad" presso la shiah imamita", in V. Fiorani Piacentini (a cura di), Rapporto di Ricerca su "Il pensiero militare nel mondo musulmano", vol. secondo, "RM. Rivista Militare", Roma 1991, pp. 87-110; e V. Fiorani Piacentini, "Credenti e non credenti: il pensiero militare e la dottrina del jihâd", in Eadem, Il pensiero militare nel mondo musulmano, cit., pp. 9-188. (74) Ibn Haldûn, Muqaddima, cit., senza ulteriori indicazioni, in B. Scarcia Amoretti, Tolleranza e guerra santa nellIslam, cit., p. 99. (75) B. Scarcia Amoretti, Tolleranza e guerra santa nellIslam, cit., ibidem. (76) Proprio questa "confusione" credo possa fondare il riferimento alla "teologia della liberazione", in O. Roy, Généalogie de lislamisme, cit., p. 28; sulla teologia della liberazione, cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione "Libertatis nuntius" su alcuni aspetti della "teologia della liberazione", del 6-8-1984; Idem, Istruzione "Liberatatis conscientia" su libertà cristiana e liberazione, del 22-3-1986; e il mio "La "rivalutazione" della dottrina sociale della Chiesa", in "Cristianità", anno XIV, n. 133, Piacenza maggio 1986, pp. 3-5. (77) M. Borrmans M.Afr., "Risveglio islamico o rinnovamento musulmano?", cit., p. 151. (78) Ibid., pp. 151-152; sui movimenti missionari, cfr. al-dawa l-islâmiyya. LAppel à lIslam, "Études Arabes Dossiers", n. 73, Pontificio Istituto di Studi Arabi e dIslamistica, Roma 1987-2; e Ch. W. Troll S.J., "La "missione" secondo la concezione musulmana", in "La Civiltà Cattolica", anno 149, quaderno 3541, Roma 3-1-1998, pp. 40-54; sulla situazione di fatto, cfr. Camille Eid e Carlo Broli, "La Dawa in Africa e Oceania", dossier in "Asia news", supplemento a "Mondo e Missione. Rivista del Pontificio istituto missioni estere", n. 6, Milano giugno-luglio 1999, pp. 31-54; Iidem, "La Dawa islamica e la sua diffusione in Asia", dossier ibid., n. 10, Milano dicembre 1999, pp. 23-56; e Iidem, "La Dawa in Europa e America", dossier ibid., n. 2, Milano febbraio 2000, pp. 23-43. (79) Cfr. O. Carré, LIslam laico, cit., pp. 38-44. (80) Ibid., p. 31. (81) Laffermazione socio-culturale esclude ogni considerazione relativa ai pensatori politici musulmani, quindi alla storia del pensiero politico musulmano almeno nelle sue espressioni non dominanti, e appoggia lapproccio al problema secondo la cosiddetta "interpretazione culturalista", avanzata dal politologo Samuel P. Huntington originariamente nellarticolo "The Clash of Civilization?" ("Foreign Affairs", vol. LXXII, n. 3, New York estate 1993, pp. 22-49), con risposte a obiezioni in Idem, "If Not Civilizations, What? Paradigms of the Post-Cold War World" (ibid., vol. LXXII, n. 5, New York novembre-dicembre 1993, pp. 186-194), poi in Idem, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale (trad. it., Garzanti, Milano 1997). "Questo approccio qualificato come "ingiustamente famoso" da Riccardo Redaelli , pur non privo di validi argomenti, appiattisce il radicalismo islamico a semplice conseguenza inevitabile intrinseca ai fondamenti stessi della religione islamica" (op. cit., in G. Pastori e R. Redaelli, op. cit., p. 15 e nota 3); e lo stesso Redaelli rimanda a Shireen T. Hunter, "Lascesa dei movimenti islamisti e la risposta occidentale: scontro di civiltà o scontro di interessi?", in Laura Guazzone (a cura di), Il dilemma dellIslam. Politica e movimenti islamisti nel mondo arabo contemporaneo, trad. it., FrancoAngeli, Milano 1995, pp. 231-263): come se affermare la presenza di una causa dominante escludesse altre concause degli avvenimenti e come se le conseguenze potessero essere totalmente estranee se non alle condizioni del loro prodursi, almeno alle loro cause. Cfr. un giudizio analogo su Huntigton in S. Allievi, "Gli islamisti. I fondamentalismi nei paesi musulmani", cit., pp. 8-10. Comunque, circa il pensiero politico musulmano e i suoi protagonisti, cfr. un quadro grande, in L. Gardet, LIslam. Religion et Communauté, cit., pp. 273-299; Idem, La Cité musulmane. Vie sociale et politique, cit., soprattutto pp. 17-104; e in F. Gabrieli, "Il pensiero politico musulmano", in Luigi Firpo (1915-1989) (diretta da), Storia delle idee politiche, economiche e sociali, vol. secondo, Ebraismo e Cristianesimo. Il Medioevo, tomo secondo, Il Medioevo, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 1983, pp. 867-899; quadri minori o analisi, in H. Enayat, op. cit.; Abdallah Laroui, Islam e modernità, trad. it., Marietti, Genova 1992; e Massimo Campanini, Islam e politica, il Mulino, Bologna 1999; ma, soprattutto, B. Lewis, Il linguaggio politico dellIslam, cit., in quanto attento appunto al linguaggio, "la istituzione fondamentale della società" (Peter Ludwig Berger e Brigitte Berger, Sociologia. La dimensione sociale della vita quotidiana, trad. it., il Mulino, Bologna 1987, p. 95). (82) L. Gardet, Conoscere lIslàm, trad. it., Edizioni Paoline, Catania 1959, p. 52; più ampiamente, cfr. Idem, LIslam. Religion et Communauté, cit., pp. 273-279; e Idem, La Cité musulmane. Vie sociale et politique, cit., pp. 22-29. (83) Idem, Conoscere lIslàm, cit., p. 52, nota 1; correggo il nome dello shaykh al-Azhar, cioè del rettore della moschea-università de Il Cairo, sulla base di quanto se ne legge in Idem, La Cité musulmane. Vie sociale et politique, cit., pp. 25 e 26, nota 2. Listituto dei Piccoli Fratelli di Gesù sispira al progetto dei Piccoli Fratelli del Sacro Cuore del sacerdote francese, eremita e missionario, Charles-Eugène de Foucauld (1858-1916). (84) Jacques Jomier O.P., Per conoscere lIslam, trad. it., Borla, Roma 1996, p. 114. (85) M. Talbi, Le vie del dialogo nellislam, cit., p. 37. Con il termine nahda "rinascimento" o "risorgimento", ma sembra meglio "risveglio" viene indicato il movimento nato nel mondo islamico dal primo incontro con la modernità, cioè a partire dalla prima spedizione dEgitto (1798-1801), guidata da Napoleone Bonaparte (1769-1821): sulla Nahda, cfr. sinteticamente Ali Merad, LIslam contemporain, 5a ed. corretta, Presses Universitaires de France, Parigi 1995, pp. 19-32; e N. Tomiche, voce "nahda", in Encyclopédie de lIslam, nouvelle édition établie avec le concours des principaux orientalistes par C. E. Bosworth, E. van Donzel, W. P. Heinrichs et feu C. Pellat, assistés de F. Th. Dijkema (pp. 1-384), P. J. Bearman (pp. 385-1060) et Mme S. Nurit, sous le patronage de lUnion Académique Internationale, tome VII, mif-naz, E. J. Brill-Éditions G.-P. Maisonneuve & Larose A.A., Leida-New York-Parigi 1993, pp. 901-904; ampiamente F. Gabrieli, Il risorgimento arabo, Einaudi, Torino 1958; R. Caspar M.Afr., Traité de Théologie Musulmane, tomo I, Histoire de la pensée religieuse musulmane, cit., pp. 221-319; Albert Habib Hourani (1915-1993), La pensée arabe et lOccident, trad. francese, Naufal, Parigi 1991, dellopera Arabic Thought in the Liberal Age (1798-1939), Cambridge University Press, Cambridge 1983, della quale si può trovare lo sfondo fattuale in Idem, Storia dei popoli arabi. Da Maometto ai nostri giorni, trad. it., Mondadori, Milano 1992, pp. 263-352; e K. F. Allam, "Lislâm contemporaneo", cit., pp. 221-252. (86) M. Borrmans M.Afr., "Risveglio islamico o rinnovamento musulmano?", cit., pp. 153-154. (87) Cfr. R. Guolo, "Attori sociali e processi di rappresentanza nellislam italiano", cit., passim, ma soprattutto p. 82; cfr. Idem, "È possibile un partito islamico in Italia?", in "liMes. Rivista Italiana di Geopolitica", n. 4, Roma ottobre-dicembre 1997, pp. 271-284; Idem, "Le tensioni latenti nellislam italiano", in Ch. Saint-Blancat (a cura di), Lislam in Italia. Una presenza plurale, cit., pp. 159-173; Idem, "La rappresentanza dellIslam italiano e la questione delle intese", in S. Ferrari (a cura di), Musulmani in Italia. La condizione giuridica delle comunità islamiche, cit., pp. 67-82; e P. Naso, Il mosaico della fede. La religione degli italiani, Baldini & Castoldi, Milano 2000, pp. 103-140. (88) R. Guolo, "Attori sociali e processi di rappresentanza nellislam italiano", cit., p. 90. (89) Ibidem. (90) Cfr. la nozione di "religione politica", in Eric Voegelin (1901-1985), Le religioni politiche, in Idem, La politica: dai simboli alle esperienze. 1. Le religioni politiche. 2. Riflessioni autobiografiche, trad. it., a cura di Sandro Chignola, Giuffrè, Milano 1993, pp. 17-76. (91) G. Rizzardi, Islâm, processare o capire? Indicazioni bibliografico-metodologiche, cit., p. 265. (92) Idem, Introduzione allIslâm, cit., pp. 15-16. (93) K. F. Allam, "Lislâm contemporaneo", cit., p. 264, che rimanda a O. Roy, Lèchec de lIslam politique, cit. (94) J. Stamer M.Afr., op. cit., p. 11. (95) S. Qutb, "Lislam e lorganizzazione della città", trad. it. di Idem, Marakat al-islâm wa-l-rasmâliyya [La lotta fra lislam e il capitalismo], Dâr al-Kitâb al-Arabî, Il Cairo 1952, pp. 70-79, in I Fratelli Musulmani e il dibattito sullislam politico, con introduzione di A. Pacini, Edizioni della Fondazione Giovanni Agnelli, Torino 1996, pp. 35-39 (p. 35). (96) Idem, "Il gihâd per la causa di Dio", trad. it. di Idem, Maâlim fî al-tarîq [Pietre miliari], Dâr al-urûq, Beirut 1979, pp. 59-65, in P. Branca (a cura di), Voci dellIslam moderno. Il pensiero arabo-musulmano fra rinnovamento e tradizione, con prefazione di Maurice Borrmans M.Afr., Marietti, Genova 1991, pp. 197-200 (p. 199); cfr., pure, del predecessore di Sayyd Qutb come guida intellettuale del movimento dei Fratelli Musulmani, lavvocato Abd al-Qâdir Ûda (m. 1954), "Islam e politica", trad. it. di Idem, al-Islâm bayna gahl abnâi-hi wa agz umalâi-hi [LIslam, tra seguaci ignoranti e guide incapaci], al-Muthâr al-Islâmi, Il Cairo s.d., pp. 43-49, ibid., pp. 200-205; e Idem, "La sarîa: costituzione fondamentale dei musulmani", trad. it. di Idem, Al-Islâm wa-awdâu-na alqânûniyya [LIslam e le nostre istituzioni giuridiche], Maktabat al-Kitâb al-Arabî, Il Cairo 1951, pp. 27-32 e 45-46, in Dibattito sullapplicazione della "Sharia", cit., pp. 11-15. (97) S. Qutb, "Il gihâd per la causa di Dio", cit., p. 199. (98) A. Maududi, Jihâd in Islâm, The Holy Coran Publishing House, Beirut 1980, p. 19, testo scritto in inglese nel 1939, cit. in O. Roy, Léchec de lIslam politique, cit., p. 85; cfr. pure H. Enayat, op. cit., pp. 83-110, soprattutto pp. 106-107. (99) Khorshid Ahmad, "Introduzione" a A. Maududi, The Islamic Law and Constitution, Islamic Publication, Lahore 1980, 1a ed. 1955, p. 5, cit. in O. Roy, Léchec de lIslam politique, cit., p. 85. (100) Panayotis J. Vatikiotis, Islam: stati senza nazioni, con presentazione di Giampaolo Calchi Novati, trad. it., il Saggiatore, Milano 1993, p. 47. |